di Giusi Morbini
E’ questo un inverno piuttosto freddo, anzi, molto freddo. Nel mio giardino grossi merli arrivano fino al portico per qualche briciola. Hanno vinto ogni diffidenza e si avvicinano mostrando il loro piumaggio nero. Nemici acerrimi …i nostri gatti. Non sono rari gli esemplari a colorazione anomala: rossiccia, a macchie bianche e nere o cinerina. Rari, invece, sono gli albini in cui il becco, l'iride e le zampe di un delicato color rosa completano degnamente manto niveo.
Racconta la leggenda che un tempo i merli” erano tutti bianchi”. Queste le uniche parole comuni alle cento versioni di una storia che varia passando da un paese cremonese ad uno bresciano. Un racconto che conosce trame diverse nel piacentino e lungo il Po. Tradizionalmente, i giorni della merla, 29, 30 e 31 gennaio (per alcuni 30, 31 gennaio e il 1° febbraio), sarebbero i giorni in cui la temperatura raggiunge i livelli più bassi di tutto l’inverno.
Nei gelidi cieli dei giorni più freddi dell’anno, la leggenda racconta che la merla candida e bianca ed i suoi piccoli, stavano volando ormai allo stremo della resistenza. Già più volte avevano cercato riparo senza successo e stavano ormai soccombendo al gelo implacabile. D’improvvisa mamma merla vide un fumo nero salire da un camino e decise di condurre i suoi piccoli in quella direzione, in cerca di un po’ di calore. Finalmente in un caldo rifugio la merla riuscì così a salvare la famiglia, divenendo nera a causa della caligine che usciva dal camino. Da allora i bianchi merli, in segno di gratitudine, hanno accettato di restare neri.
Una versione più triste narra che una merla, ingannata dal sole di gennaio cominciò a covare le sue uova. Però l’inverno non era finito e il 29, 30 e 31 il freddo ritornò intenso, così che le uova si ruppero e i piccoli perirono. Anche la merla, affranta da dolore, morì. Un’altra leggenda narra che la merla non era un uccello, bensì una bella ragazza che amava moltissimo ballare e divertirsi con i giovani della sua età. Per recarsi a un ballo, che si svolgeva in una località vicino al suo paese, decise di attraversare di corsa una lastra di ghiaccio che copriva il Po.
La coltre gelida non resse il peso e la giovane cadde nel fiume scomparendo nelle acque ghiacciate. Per tre giorni (29, 30, 31) gli amici la cercarono disperatamente, ma il gran fiume non restituì la sua vittima. Un’elaborazione della precedente versione narra che una ragazza e un ragazzo, per guadagnare tempo, mentre si recavano a una festa in un paese vicino al loro, attraversarono il Po gelato, ma scivolarono nell’acqua e scomparvero.
Unica testimone dell’accaduto una merla: per tre giorni l’uccello cinguettò volando sui passanti per chiedere aiuto. Poi, il terzo giorno (30 gennaio) il sole sciolse il ghiaccio e il fiume restituì i cadaveri dei giovani, intorno alle quali sbocciarono fiori. La storia, molto diffusa in Lombardia, ha una sua origine lontana.
Già nel Trecento, Dante Alighieri la cita in un passo del Purgatorio (XIII, 123). Siamo nel girone degli invidiosi. La pena della cecità colpisce gli invidiosi in base a una dura legge del contrappasso, perché i loro occhi, che in vita godettero nell'osservare il dolore altrui, sono ora chiusi alla luce del cielo: una cecità flsica che dipende da quella cecità morale per cui essi capovolsero la visione del mondo e delle cose, sostituendo all'amore verso il prossimo il desiderio del suo male.
Tra questi Dante incontra la nobildonna senese Sapia che pronuncia queste parole nel verso 123: ” tanto ch'io volsi in sù l'ardita faccia,/gridando a Dio: "Omai più non ti temo!",/ come fé 'l merlo per poca bonaccia./. Parafrasando Sapia racconta: ”I miei concittadini erano in battaglia a Colle VaI D'EIsa ed io pregavo per la loro sconfitta, Fui contenta nel vederli inseguiti dalle truppe nemiche, tanta felicità mi pervase allora, che io, volgendo al Cielo la mia ardita faccia, gridai a Dio: "Più non ti temo!", come fa il merlo per un po' di bel tempo.”
In alcuni paesi del cremonese in queste serate gelide si ritorna a far cantar la “merla” cioè a intonare quei canti propiziatori che si facevano davanti ai falò per far germogliare i gelsi(si sa quanto fossero importanti per l’allevamento dei bachi).Era un addio all’inverno e un preparare la terra al risveglio della primavera.
Il rito della Merla, recuperato nel 1972 dal Gruppo Teatro e Canto Popolare di Soresina, si è trasferito dalle aie delle cascine a corte chiusa del Cremonese alle piazze dei paesi. Le sere di fine gennaio ci si ritrova a cantare e l'intero paese prende parte ad una festa destinata a concludersi con il falò e abbondanti mangiate all'insegna di salamelle, polenta, torta sbrisulusa, il tutto annaffiato da vin brulè. L’appuntamento è a Trigolo(Cremona), in piazza ,giovedì sera (31 gennaio).
Per concludere un pensiero per i più piccoli. Per far conoscere questa leggenda di nonni e bisnonni ai nostri bambini, Antonio Gramatica, grafico, illustratore e poeta, nato nel 1952 a Bellagio (Como) ha scritto un libretto efficacemente illustrato in cui racconta la leggenda intitolata ”Come i merli diventarono neri” Conclude con queste parole: ”Da allora in poi i merli rimasero sempre neri. Anche se la neve è tanta e non si vede proprio niente in giro, almeno i merli li puoi vedere sempre”.
Nel video i tradizionali canti della Merla a Soresina, in provincia di Cremona