di Valeria Gasperi
Brescia - Bella, è bella. Vado a trovarla, nella sede della Cooperativa Teatro Laboratorio, e mi accorgo del manifesto di un suo spettacolo, defilato perché lei, forse, ha cercato di metterlo in ombra. L’immagine del suo viso supera in dimensioni il reale: il fotografo l’ha ripresa in una posa che ammicca al più celebre dei Vermeer. E l’effetto - liberi di non credermi - è di struggente somiglianza… perché, nonostante i colori più opposti che diversi (Mantovi è mediterranea quanto la ragazza dall’orecchino di perla è flamande), le due hanno molto in comune.
Faccio l’errore di sottolinearlo, e la banalità non mi viene perdonata. “È per via delle labbra socchiuse” sbuffa Mantovi, “una sperimentazione caratteristica di Vermeer. A me quel manifesto è venuto a noia”.
Si capisce che la parola noia è come un alimento con la data di scadenza molto vicina, per lei: non ci metterà moltissimo ad eliminarla per sempre dal vocabolario. Sarà una bella noia anche rispondere alle mie domande, ma ormai siamo qui.
Tu sei stata una studentessa modello e hai un aspetto che, abbiamo appena finito di dirlo, compiacerebbe un pittore. Sono soltanto dati di superficie, conoscibili da tutti?
"Il mio passato di studentessa significa molto per me. Sapevo che il Tribunale non sarebbe mai stato la mia strada, ma gli anni a Giurisprudenza e l'aver concluso un percorso di studi impegnativo hanno segnato il mio modo di affrontare le cose, i compiti più gravosi. Mi piace oggi pensare di essere capace di portare a termine i progetti e di ottenere risultati anche in campi ostici, se tengo duro. Per quanto riguarda il mio aspetto esteriore non mi sono mai vista come “bella ragazza”; le foto e tanto più la mia immagine filmata mi imbarazzano profondamente. Ma ho imparato a convivere con questa difficoltà: certo, il cinema non farebbe per me… troppo insicura per rivedermi continuamente in video!".
Penso che la scelta di esprimersi in una particolare forma artistica sia il frutto di un processo di maturazione. Per te, che sei anche una ballerina e una musicista, è così?
"Sono sempre stata curiosa, maniacale quasi, nei riguardi di ogni opportunità che si affacciasse al mio sguardo. Mi interessano le possibilità espressive di tecniche e arti diverse. Ho voluto sperimentare molto, dalla giocoleria alla capoeira, nutrendo sempre un amore sconfinato per la musica. La fame di movimento, soprattutto finalizzato all’espressione scenica, non fa di me una ballerina! Non ho studiato danza e in ambito di Fabbrica del Vento (sito della Comunità di Popolis n.d.r.) vediamo il movimento come conseguenza all’impulso, al sentimento e all’idea drammaturgica, non come gesto estetico o coreografato. Dopo Venteux, nostro più recente spettacolo, ci è capitato spesso di sentirci definire gruppo di Teatro-Danza per l’assenza di testo.
Noi non la pensiamo così… il percorso di capoeira (danza-lotta brasiliana) che feci ai tempi della lavorazione di Sgòrbypark non mi ha trasformata in una lottatrice né il lavoro, in Forza e Costanza, con Silvia Turra per la preparazione del nuovo spettacolo ci trasformerà in ginnasti. Restiamo sempre e comunque attori e gente di teatro innamorata della molteplicità espressiva della macchina corpo. Corpo, mimica e voce scelgono dinamiche ed energie fisiche diverse da scoprire e affinare, a seconda della storia da evocare (non raccontare!).
Ma la musica… è il mio amore, l’elemento che attraversa la vita e il teatro. Pause, silenzi, cambi di tono e soprattutto di ritmo, fondamentali nel recitato vocale come nella partitura del movimento fisico, mi fan dire che il Teatro è musica! E amo tutti gli strumenti musicali, suono il flauto traverso ma provo anche con tutti gli altri! Sto sperimentando, insieme a Ombretta Ghidini, l’interazione poesia-musica: un incontro suggestivo che vorremmo portare ad utenze poco abituate, come gli studenti di scuole superiori. Il nucleo emotivo di una poesia di Baudelaire o di Sylvia Plath non è lontano né dissimile a quello sotteso ad una canzone di John Lennon o Janis Joplin e la contiguità tra ritmo poetico e ritmo musicale è ottimo vettore per l’eterno rinascere della magia poetica. Ecco come sono finalmente riuscita a togliermi lo sfizio di suonare e cantare dal vivo, e come interprete più che precisa esecutrice!”
Quali tappe ami ricordare, se rivolgi lo sguardo all’indietro? Attraverso quali passaggi sei giunta fin qui?
“Non posso non ricordare le persone che mi hanno iniziato al mondo del teatro e con le quali ho provato le prime fortissime emozioni legate alla creazione teatrale, tutti gli insegnanti del Cut La Stanza nonché i compagni dei primi anni di grandi sogni, disillusioni, sforzi e soprattutto divertimento. Poi c’è stata Giusi Turra, secondo me una delle più brave attrici che Brescia abbia mai avuto, che mi ha insegnato tanto e mi ha preparata, soprattutto emotivamente, alle difficoltà della scelta del professionismo.
Dopo la laurea, il tuffo nel mondo vero, con i primi anni di vagabondaggio dalla Fenice di Venezia al Teatro Nucleo di Ferrara, senza escludere una breve esperienza nel mondo commerciale del teatro con Paolo Rossi al Piccolo di Milano. Ma l’usanza di emigrare da Brescia per fare della cultura e del teatro a livello nazionale e professionale mi ha sempre trovata in disaccordo, perciò ho scelto di insistere sul nostro territorio, cercando di contattare le poche realtà realmente professionali della nostra Provincia: ed è stato allora che ho avuto la fortuna di incontrare Giacomo Gamba, che ha portato nella mia vita la Fabbrica del Vento e la Cooperativa Teatro Laboratorio, ora la mia seconda casa e famiglia”.
Quanto contano, nel percorso che uno intraprende, gli incontri? O meglio, la capacità di costruire rapporti e di renderli fecondi?
“Moltissimo, senza dubbio. Non sono mai stata un lupo solitario, amo la dimensione del gruppo che lavora, ricerca e condivide: sono forse molto sudamericana in questo. Viviamo d’incertezze, poco guadagno e orari assurdi: sogno per noi un minimo di serenità economica per dedicarci alla ricerca artistica nel nostro bello spazietto tutto nero e pieno di energia. Sogno di partecipare a Festival e a scambi culturali, per poi restituire tutto sul nostro territorio attivando alcune sessioni di lavoro ai più giovani e riportando gruppi ed esperienze incontrati e conosciuti all’estero”.
Come si armonizzano, per te che sei una giovane donna, il richiamo dell’arte e quello degli affetti familiari?
“La mia portaerei, come definisco il mio fidanzato, abbonda in pazienza e autonomia… io svolazzo in giro nelle correnti di questo pazzo lavoro ma quando plano mi ricarico e riposo serena in placide acque. Certo non è facile per me ora immaginare una “famiglia convenzionale” con orari fissi, impegni prestabiliti, e soprattutto figli…diciamo che per ora sarei un’ottima zia”.
Non hai buttato alle ortiche la laurea in giurisprudenza; tanto che sei l’amministratrice della Cooperativa. Pare sia importante, nel nostro mondo, possedere più di una chiave capace di aprire la porta della realtà… e anche di chiuderla fuori, quando diventa troppo arida e prevedibile.
“La laurea è tornata utile perché fare parte di una cooperativa in Italia prevede varie noie burocratiche/legali… noi siamo una cooperativa artistica in cui le attrici sanno anche di contabilità e di contratti, in cui i registi costruiscono siti web e i tecnici riparano motori e impianti elettrici! Insomma pare proprio che l’eclettismo sia una chiave di sopravvivenza necessaria in questa nostra Italia poco generosa con la scelta dell’arte come professione”.
Nella rete di rapporti costruiti, nel piacere dei consensi non meno che nella ricerca che le critiche mettono in moto, come si perfeziona la conoscenza di sé e delle proprie potenzialità?
“È davvero impossibile piacere a tutti, per quanto il mio lato narcisista lo esiga. Dopo una performance ci capita di sentire tutto e il contrario di tutto, dunque è necessario cercare di piacere a molti, ma molto più interessante è fare scelte coraggiose. Ho accanto persone del cui giudizio mi fido ciecamente vista la sensibilità artistica e la stima condivise”.
Cosa significa appartenere anima e corpo a una schiera di “perdenti”? Lo sembrano, oggi, gli artisti castigati pesantemente a livello economico – ovvero a livello progettuale, tout court.
“Noi incarniamo, lo diciamo sempre più spesso, una Resistenza non violenta. Abbiamo la fortuna di fare un lavoro che è passione, ma l’assenza di risorse limita il respiro dei progetti. Tv e facile fama banalizzano la fatica del lavoro dell’attore, un mestiere fatto di formazione continua, permanente e seria perché “non siamo perfetti, ma perfettibili”... anche se, in apparenza, noi non produciamo alcunché".
Mettiamo in scena uno spettacolo: tu e le luci basterete. Nel tuo monologo ti rivolgi ai giovani che fantasticano di calcare un giorno un palcoscenico. Cosa è necessario per tener vivo il sogno?
“Quando mi capita di fare dei laboratori nelle scuole superiori, una delle domande più ricorrenti riguarda la consapevolezza del “talento”. Io non vorrei semplificare l’universo espressivo umano usando una parola sfuggente come appunto “talento”. Il teatro (e l’arte tutta), è un universo composito e pressoché infinito ove ognuno può trovare modalità e dinamiche diverse per esprimersi. Ciò che riconosco immediatamente, nei giovani, è la passione. La ricerca, la perseveranza e l’impegno indicano l’ambito creativo confacente, ma la scomparsa della passione significherebbe l’immediato abbandono della nostra "Resistenza artistica".
Alle persone interessate ad avvicinare il teatro dico: amatelo, guardatelo, vivetelo… anche come hobby riserva emozioni e soddisfazioni capaci di modificare profondamente l’ottica con la quale osserviamo il mondo e noi stessi. D’altronde, io non ho la minima idea di quale sia il mio talento. Forse la curiosità della sperimentazione e la capacità di mettermi in gioco con dedizione, passione e forza. La sola certezza che ho è che il palco è il mio luogo dell’anima, dove mi sento profondamente e intensamente felice come in nessun altro posto al mondo”.