di Valeria Gasperi
Brescia - "Nel clima vivace di Lussemburgo, capitale europea della cultura per il 2007" dice un entusiasta Arrigoni, "il teatro bresciano non ha sfigurato affatto".
L'operazione culturale, perfettamente coerente con un progetto che vede al suo centro il teatro, è stata di complessità non indifferente, "ma ne è davvero valsa la pena".
Leggere, tramite una segnalazione dall'Università di Parma, il testo “L’interesse” e innamorarsene è stato tutt'uno. "Molto del fascino di quest'opera, almeno per me" riferisce il regista "risiede nella personalità dell'autore, intanto bresciano (per la precisione, monteclarense) e quindi umanista, notaio ma soprattutto ambasciatore".
La sua attitudine a spostarsi, a comunicare, ha colpito Arrigoni che da tempo affronta personalmente il medesimo tipo d'impegno, nella promozione di progetti la cui finalità travalica i confini nazionali. "Ho però avuto la sorpresa," puntualizza "di suscitare, attorno a uno spettacolo in cui io ho tanto creduto, lo stessso mio entusiasmo.
Da questa felice sortita fuori provincia, fuori di Lombardia e fuori dai confini del nostro Paese, riporto la convinzione che la domanda di
cultura è conoscibile e attende risposte, ed è certamente disponibilie a prendere in considerazione quelle che provengono dall'arte. L'interesse per la cultura non è morto né addormentato: anzi se ne colgono alcuni precisi orientamenti".
Sul testo, a dispetto di quanto si crede non il solo uscito dalla penna di Nicolò Secco d’Aragona, che ne produsse ben quattro, Arrigoni ha lavorato osservando il principio della fruibilità, distillando da sette atti 70 minuti di spettacolo che, sul palcoscenico del Grand Théâtre de la Ville hanno mandato in visibilio il pubblico, tra cui figuravano numerose le autorità e gli esponenti del mondo della cultura.
"Oltre alla traduzione simultanea, proiettata su uno schermo a portata degli sguardi degli spettatori", afferma il regista, "è stata certamente apprezzata la scelta di una scenografia piuttosto "libera" in cui quest'opera, appartenente alla tradizione della Commedia dell'Arte, ha assunto un'accattivante dimensione di modernità".
Il ruolo di spicco rivestito dall'autore sulla scena politica del suo tempo non gli impedì di occuparsi di teatro", aggiunge "anzi, questo mi fa veramente credere nella possibilità che è sempre appartenuta all'espressione artistica teatrale la facoltà di incidere, e molto profondamente, sulla società.
Per il nostro territorio, poiché il mio lavoro è alimentato e indirizzato dalle mie radici, questo può considerarsi un debutto felice. Vorrei sottolineare che la compagnia è composta esclusivamente da bresciani (tra gli attori, Luca Pezzoli nel ruolo di Pandolfo/Fabio; Silvio Gandellini in Ricciardo/Tebaldo; Benedetto Rullo in Zucca/Flamino; Sara Martina Venosta in Virginia/Lelio; Valeria Bottardi in Lisetta/Testa. Dei costumi si è occupata Michela Andreis, mentre Rossella Zucchi è la responsabile della scenografia).
Dal fatto che abbiamo avuto a disposizione, poi, in un teatro da 1800 posti, in cui le risorse tecnologiche sono avanzatissime, ricavo ulteriore soddisfazione. 
E, naturalmente, la determinazione a mantenere vivo il dialogo aperto con gli interlocutori europei. Non è certo la Commedia dell'Arte, con la sua tradizione e la sua riconoscibilità a fare la nostra fortuna, ma la capacità di mettere il nostro teatro a disposizione del gusto e delle inclinazioni dello spettatore moderno".
Mentre dunque le porte di ambasciate, consolati e istituti di cultura europe si spalancano davanti al teatro bresciano, il suo ambasciatore guarda più lontano, fino al più estremo Oriente. "Sarei curioso di portare lo spettacolo in Cina" annuncia a sorpresa "mi sembrano molte e affascinanti le analogie tra l'Opera di Pechino e la Commedia dell'Arte... le maschere, la guitteria, solo per fare qualche esempio".
Lo consideriamo né più né meno un appuntamento. Nicolò Secco non ha disfatto la valigia e per una corrispondenza da Pechino noi sappiamo bene che è soltanto questione di qualche mese.