Guarda il filmato di presentazione di Popolis ! Leggi i valori che hanno ispirato la comunità di Popolis! Torna in home page
Giovedì 2 Settembre 2010 - ore  
16:23
 
SERVIZI NO PROFIT TERRITORIO SCUOLA TEMPO LIBERO ECONOMIA
Ultimo aggiornamento: oggi alle ore 15.51
Buon pomeriggio
Cultura & Società
Dalla Bassa
Incontri
A Brescia
A Cremona
A Parma
A Reggio Emilia
A Mantova
A Verona
Sei in Home Page > Territorio > Dalla Bassa 
Dalla Bassa
Questa notizia è scaduta ... ma tu puoi leggerla lo stesso
L’ultima marcita
Storie d’acqua, di terra, di fatica...
Stampa il testo dell'articolo ! Versione stampabile Inviaci la tua opinione in merito all'articolo pubblicato ! La tua opinione
Invia l'articolo ad un tuo amico ! Invia ad un amico
Photogallery Photogallery
La marcita. Foto di Valerio Gardoni

di Valerio Gardoni

Se non fosse per il breve volo di quel piccolo scricciolo, per lo strano richiamo che assomiglia a uno squittio, il paesaggio parrebbe immobile, paralizzato dal freddo, fumante di nebbia, sonnolente, gelido di rimasugli di neve che in quest’ultimo tratto d’inverno s’è coricata con una dose abbondantemente rara per la Bassa.

L’acqua della roggia Savarona è troppo poca per superare il limite dello stivale, mi perdona concedendomi il passaggio e mi stupisce avvolta dai rami fitti delle querce farnie che quaggiù sembrano aver trovato un opportuno nascondiglio, lontani dalle lame fameliche delle seghe; rari monumenti arborei, fieri, grandi e ritti come re che un tempo dominavano il paesaggio padano. Se mi alzo un poco sul dislivello del terreno grattato dalle piccole anse della roggia, m’appare scontornato e confuso nella bruma la sagoma della piccola chiesetta del redentore ad anticipare, quasi fosse il suo guardiano, il profilo del borgo di Padernello, con il campanile della chiesa che sembra perdersi nel fatuo cielo bigio che spegne ogni ombra; ancora un poco più su per scorgere, quasi fosse di sogno, la linea merlata del castello; e poi il nulla malinconico d’inverno.

E’ in questo ritaglio di pianura nostrana, tra il complicato percorso delle rogge ancora coronate dalle piante che la Bassa immobilizza e conserva alcune armonie, qui troviamo i simboli e i resti di una collaborazione dell’acqua generosa e della gente laboriosa: “la marcita”, saggezza contadina che risale a un passato lontano, ci riporta al tempo benedettino di Leno e della grande abbazia.

La marcita. Foto di Valerio Gardoni.

Mani monacali che hanno, in quel tempo, trasformato radicalmente l’aspetto delle campagne, drenando nel fiume l’acqua delle lame paludose, scavato canali e bonificato la terra grassa e feconda. Storie d’acqua, di terra, di fatica che ripercorre le vicende delle genti e del paesaggio della Bassa; trasformato, quasi ammaestrato e profondamente legato a quella storia quasi fosse che le litanie monacali uscite dalla grande abbazia siano rimaste impastate per sempre nella nebbia, nella terra e nelle braccia contadine.

A quell’epoca risale l’invenzione della “marcita” che ha caratterizzato sino al limite del nostro tempo l’aspetto e il lavoro nella campagna invernale: furono i monaci a inventare la marcita, una tecnica di coltivazione che si sviluppò in epoca medievale, favorita da apposita sistemazione del terreno per rendere i campi in leggera pendenza. E’ questa sistemazione del campo che permette il lento e continuo scorrimento dell’acqua che scivola come un velo tiepido sul prato, oltre al normale effetto d’irrigazione permette un innalzamento della temperatura in inverno.

L’acqua, specie se di fontanile, non tocca mai le temperature di congelamento, permettendo all’erba di crescere anche nei mesi freddi, scaccia la brina e regala abbondanti sfalci di foraggio. Sono passati anni, secoli dai tempi abbaziali, i monaci dal bianco saio non insegnano più e la grande abbazia vive solo nel ricordo della storia e nella tenacia della ricerca archeologica; da quell’insegnamento, vitale per le genti campagnole, si è raggiunta un’agricoltura fiorente e si è accumulato ricchezza.

Acqua, acqua ed erba, acqua e lo splash-splash del mio cammino, mentre risalgo il campo dell’ultima marcita, rimasuglio tenace che non vuol morire tra i mangimi grondanti di chimica che violentano il profumo del latte. Ne sono rimaste poche di queste atmosfere, bisogna assaporarle nei pomeriggi tristi d’inverno, venire a camminarla dentro quest’acqua che accarezza l’erba e il profilo degradante del campo come fosse un corpo femminile, ascoltare il fruscio lento delle acque che tracimano dalle chiaviche sistemate con parsimonia a distanza ravvicinata, osservare il riflettersi sullo specchio delle nubi scure nei meriggi che s’addormentano presto nelle sere buie, fino a quando ti assale un desiderio di ritorno, di calore, di focolare.

La vista di Padernello. Foto di Valerio Gardoni

Schizza via zigzagando a una velocità assurda un beccaccino, disturbato dal mio oltrepassare la roggia Savarona, si perde nell’ora della sera e scompare in pochi secondi alla mia vista, mentre faccio ritorno. Alle mie spalle l’acqua continua a scorrere instancabile sull’erba china, a proteggere il sapore del buon latte.

Data di pubblicazione: 25/09/2006 - ore 02.50
Pescati dalla rete
Rari esempi di "marcita" lombarda
La marcita, antica tecnica di irrigazione contadina
Le marcite di Norcia, simbolo di antiche tradizioni
© Copyright 2006 - Popolis.it