La folle allegoria della pazzia

Nelle cronache dei giornali tra fine Ottocento e inizio Novecento

Dal Museo della Follia di Matera

Brescia – Una realtà complessa, quella della follia, che pare prendere il sopravvento nell’attimo in cui si instaura una devianza, esorbitante dal presunto buon senso imperante, per frapporvi una allegoria di vita farneticante.

Come una scheggia impazzita, estraniata dal pensiero dominante, pare prendere inopinatamente le distanze da un metro di misura omologante, come sedicente verità aliena a quella corrispondente logica sovrastante che è accantonata attraverso un refrattario nesso di ragionevolezza stravagante.

Fra i fatti riportati in presa diretta da “La Sentinella Bresciana” del 04 maggio 1908, pare che risultasse attinente a quest’argomento la notizia intitolata “Un pittore impazzito”, secondo il singolare dettaglio di un breve resoconto in cui, ad un curioso accaduto, si dava l’evidenza esplicita di un rimarchevole riscontro, precisando che “Sull’imbrunire di ieri, certo C. Giovanni, pittore abitante in Corso Garibaldi, recatosi sul nostro Castello si spogliò completamente mettendosi a girare lungo i viali. Alcuni passanti, avendo subito capito che si trattava di un infelice al quale aveva dato di volta il cervello, fecero avvertire la questura. Accorsero tosto sul luogo due guardie le quali accompagnarono con pubblica vettura il disgraziato al Manicomio”.

L’avvenimento appariva contestuale a quella manifestazione del reale, pure assurta ad una inverosimile proporzione fattuale, di quant’altro, in quei giorni, pare fosse capitato sotto la lente d’osservazione della cronaca giornalistica, in modo che il fare informazione potesse fare appurare una sorta di aderenza di prospettiva, fra l’appariscente squilibrio di un individuo alla deriva, e le variabili di incredibili circostanze avverse, attraverso le quali ci si potesse sorprendentemente giocare la vita: “Il medico Giano Cattaneo, cogliendo le rose, si punse un dito; subito si manifestò un’infezione: il Cattaneo si dà da sé l’incisione, ma, essendosi aggravato dovette essere trasportato all’ospedale di Cittiglio, ove gli fu amputato il braccio: dopo l’amputazione si manifestò la febbre ed il Cattaneo morì”.

Qualche giorno dopo, su un piano nuovamente ascritto ad una mera sfera personale, era, invece, emerso, nel bel mezzo di quella primavera lontana, un altro eclatante episodio di squilibrio fulminante, anch’esso circostanziato nel capoluogo bresciano dove l’accennato quotidiano, nell’edizione del 14 maggio, ne offriva in stampa i termini salienti per una ricostruzione correlata ad alcuni altri segni contraddistinguenti, funzionali ad esprimere una argomentata critica per ciò che, in quei casi, sembra rappresentasse il tipo d’intervento usato per i prescritti provvedimenti: “Un povero pazzo e la burocrazia. Ieri un buonissimo uomo ammogliato e padre esemplare di diversi figli fu trovato steso a terra dinnanzi alla Chiesa delle Grazie. Smaniava come un forsennato, avea lo sguardo fisso, stralunato, ed a coloro che gli si avvicinavano indirizzava parole incoerenti, vuote di senso. Si capì tosto che al disgraziato, abitante in via Dolzani, aveva dato di volta il cervello. Un suo intimo amico, appena informato della cosa, mosse in cerca del povero pazzo, e non senza molti stenti, riusciva, aiutato da altri, ad accompagnarlo a casa. Si trattava purtroppo di una pazzia furiosa, pericolosissima, e il buon amico spinto dalla generosità del suo cuore e dai pianti, dalle preghiere della famiglia, si recava tosto in questura per chiedere l’immediato accompagnamento dell’alienato al Manicomio. Non sappiamo se dal Commissario o se da latro funzionario, gli fu risposto che bisognava rivolgersi alla Pretura. Alla Pretura, di rimando, gli si disse che il disbrigo di questa faccenda spettava alla questura. Per essere brevi, aggiungeremo che si dovette ripetutamente ricorrere e dall’una e dall’altra parte senza poter concludere nulla, tanto che la persona che aveva volonterosamente assunto il non gradito incarico, portava in prefettura i prescritti certificati per l’ammissione al Manicomio e una lettera di vivace protesta indirizzata al Prefetto. Via; meno burocrazia e un po’ più di umanità in casi così pietosi ed urgenti!!

radiografia_cucchiaio_ingeritoIn altre pure documentate situazioni, pare che la pazzia fosse assimilata a vistosi fenomeni di impressionante bizzarria istrionica, nei quali, sul confine aggiogato a certe controverse caratteristiche dalla rarità imprescindibile, spettava alla maggioritaria ordinarietà comune a sé ed ai propri simili il dovere, invece, cedere in deroga alcuni inquietanti aspetti, a chi caratterizzava la natura umana, nella conclamata riprovazione di una interpretata serie di appurati effetti: “Ingoia quattordici cucchiai. Vienna, 13 sera. In un ospitale di qui fu operato un pazzo di quarant’anni che inghiottì, in un eccesso della sua malattia, quattordici cucchiai. L’operazione riuscì egregiamente. Il pazzo sta benone “.

Se tale notizia era apparsa sul quotidiano “La Provincia di Brescia” del 14 gennaio 1911, non di meno lo stesso mese pare fosse iniziato, per quel giornale, con il documentare fra l’altro, in data 3, un altro portento vivente, scevro però, in questo caso, da qualsiasi velleità che ne erodesse l’immagine con uno stabilito legame svilente nello spettro di una pazzia incombente che stavolta pare, quindi, non c’entrasse per niente: “Stranissimo fenomeno. L’uomo che non respira. La Gazzetta di Torino pubblica la seguente corrispondenza da Londra. E’ arrivato qui un certo Nordini, un istriano, il quale afferma di potere rimanere dieci minuti senza respirare e di potere arrestare le pulsazioni del cuore per trenta secondi. Questo uomo veramente eccezionale dimora in uno dei maggiori hotels della metropoli ed oggi si è sottoposto ad una serie di esperimenti da parte di molti dottori e di specialisti delle malattie del cuore, alla presenza di molti giornalisti. Fra i dottori erano lo Smith del London Hospital, il dott. Ewart del Saint George Hospital ed il dott. Morley del Sain Bartolomew’s. Ad un dato segnale dei dottori e mentre uno di questi teneva il polso del Nordini ed un altro gli applicava lo stetoscopio al petto, il soggetto ha respirato fortemente dilatando in modo particolare il torace. Immediatamente il polso cessava di battere e lo stetoscopio non registrava più le pulsazioni del cuore. L’esperimento è stato ripetuto parecchie volte, colla conclusione che i medici hanno opinato che il fatto derivava dalla dilatazione del petto, mediante la quale il Nordini rivestiva il cuore di una specie di cuscinetto polmonare che rendeva impossibile la percezione delle pulsazioni, ma che queste duravano ciò nonostante. In quanto al polso della mano, esso veniva arrestato per la pressione esercitata da un muscolo sulla arteria del braccio. Ma l’esperimento veramente interessante e concludente, nei riguardi del Nordini, è stato quello della trattenuta respirazione per molti minuti. Il Nordini è stato coricato con la faccia verso terra, in una cassa che conteneva circa quaranta centimetri di finissima sabbia. Le sue nari e la sua bocca sono state otturate con batuffoli di cotone, gli occhi sono stati bendati, la testa è stata tutta avvolta in una pezzuola bianca e poi sul Nordini è stato gettato gettato uno strato di sabbia alto quasi un metro , fino a che tutta la cassa ne fu riempita. Per otto minuti continui il Nordini è stato sepolto sotto la sabbia e nella impossibilità assoluta di respirare. Dopo di ciò, egli si è alzato scuotendo di dosso il pesante strato di sabbia, togliendosi la benda dal capo, il cotone dal naso e dalla bocca, e respirando fragorosamente. I dottori che lo hanno esaminato immediatamente hanno trovato che il suo cuore batteva con perfetta regolarità ed il suo polso era normalissimo; nessuno avrebbe potuto affermare, infatti, che l’individuo era rimasto così a lungo sepolto e senza respirare”.

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La Medusa di Caravaggio

Se il campione, interprete di tale constatata prestazione, pare asserisse fosse la sua una particolare capacità dovuta ad una non meglio da lui spiegata cura fisica, una diversa manifestazione aveva invece ribaltato in Francia l’attenzione su una differente caratterizzazione, sperimentata entro le membra del suo inconsapevole interprete, rivelatosi, in questa personale fattispecie, nello stesso verificarsi del fatto raccapricciante che naturalmente aveva avuto il suo stesso corpo come sede, parimenti a ciò che aveva divulgato “La Sentinella Bresciana” del 10 settembre 1897: “Tre serpenti nello stomaco. Da qualche tempo un giovane cittadino di Sauvagnat, certo Martino Proldier, si lagnava di violenti dolori di stomaco. Frequente era in lui la nausea e la volontà di rigettare, senza che in questo non potesse mai riuscire. Pochi giorni or sono, tornando dai campi, fu assalito da una nuova crisi e potè rigettare. Giudicate del suo stupore quando vide un serpentello vivo e arzillo, lungo trenta centimetri. Ma già un altro rettile aveva preso la medesima via, e il giovane, sentendosi in bocca la testa del serpe, la prese e la tirò. Il serpentello venne, ma lasciando un pezzo di coda in gola a Proldier. Da quel giorno il giovane contadino non soffre più affatto. Quei due serpi non sono i soli che egli ha allevato. Proldier si ricorda di avere nel mese di maggio ultimo rigettato qualche cosa che egli prese per un verme, ma che adesso è convinto essere stato un serpentello come gli altri due. Come e quando il contadino di Sauvagnat abbia avuto la disgrazia d’ingurgitare delle uova di serpe, è impossibile sapere. Ciò non toglie che il caso sia bizzarro e crediamo unico”.

Su altro versante, ad affrontare, invece, avversari immaginari, scaturiti dalle viscere mentali, attraverso l’insorgere di misteriose e di scatenate costruzioni cerebrali, pare, fra l’altro, sia stato un altro genere di serpiginose creature scodellate sul piano del reale, oltre il velo dell’inconscio visionario, strappato da un incontenibile atteggiamento interagente con le sagome nascoste in un’altra e segreta realtà dimensionale, in seguito ripresa dalla prima pagina de “La Sentinella Bresciana” di giovedì 3 settembre 1908: “Firenze, 2. Durante le esercitazioni militari di divisioni contrapposte che si eseguono in questi giorni fra Signa e Montelupo dall’VIII Corpo d’Armata che ha il Comando a Firenze, Giovanni Gallo, soldato della Seconda Batteria del 19 artiglieria, è improvvisamente impazzito. Allontanatosi dalla propria batteria si recava sopra un poggio, in prossimità dell’accampamento del 4. fanteria. Ad un tratto, il Gallo fu veduto da alcuni militari sguainare la sciabola e impugnare una rivoltella e sentito contemporaneamente gridare: “Avanti soldati!…all’attacco!…ecc..”. Dicendo ciò roteava la lunga sciabola e col revolver minacciava di far fuoco. Numerosi soldati gli furono addosso e lo disarmarono, malgrado opponesse una resistenza accanitissima e impressionante. (…).”

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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