Storie & Misteri: ufo e abissi di una paio di generazioni fa

Brescia – Se al 2012 pare si attribuiscano quegli antichi pronunciamenti che ne hanno preconizzato l’avvento nel fascino di una profetica attesa, nello spazio, separato da tale annata, di circa un paio di generazioni invece scorse a ritroso, la stampa bresciana ha documentato in più occasioni il presunto mistero di alcuni fenomeni accaduti “senza apparente spiegazione”, connessi, in duplice ammanto di un’irrisolta curiosità, tanto alla dimensione dell’acqua lacustre, quanto a quella dell’aria aleggiante tra i cieli.

Entrambe le essenze, intrise da un peculiare elemento dominante, rivelano quella curiosa tematica di un vago mistero, confacente sia ai leggendari fondali nascosti attorno all’isola del Garda che all’inafferrabile etere, sotto l’iride aperta dall’ellissi del sovrastante spazio sospeso, presumibilmente percorso, secondo alcune fonti, da oggetti volanti o da punti luminosi non identificati.

Linea, a parificante somma di tutto ciò, era comunque la terra, dove, fra le notizie e le opinioni espresse, si aggiustavano quelle verbali rivelazioni che pure sulla crosta terrestre pare avessero lasciato particolari impressioni, per tracce funzionali ad emblematiche rivelazioni.

E’ il caso questo del fatto accaduto ad inizio di giugno del 1985 a Virle Treponti dove, in un campo adibito alla coltivazione del mais, si erano rinvenuti certi solchi anomali, lunghi cinque metri e profondi venti centimetri, secondo un’implicita ed eclatante stilizzazione veridica che nella zona si notava sul suolo argilloso, in una forma acquisita simile a quelle delle zampe di gallina, attraverso una prospettiva proporzionata secondo un’inusuale orma abnorme della quale nessuno sapeva dare una comprovata ragione plausibile, anche solo abbozzata a spiegazione fattibile.

Paolo Barbieri, per conto del quotidiano “Bresciaoggi”, di quella stagione divenuta calda anche per una scintilla d’accesa attenzione attorno alla rara manifestazione di una oscura configurazione, si occupava della notizia documentando il dato di fatto dello sviluppo delle avviate indagini sul posto che, dopo l’avvenuto riscontro sul terreno, permettevano alcune prime documentate precisazioni, dal momento che “il professor Antonio Chiumento, vicepresidente del Centro Ufologico Nazionale, che si era interessato dello strano fenomeno, ha finalmente avuto i risultati delle analisi effettuate su prelievi del terreno di Virle”.

Nella fertile porzione agreste, intrisa da tale plastico effetto, divenuto materia di studio lungo il mutato profilo del proprio naturale contesto, pare si fosse potuta riscontrare una colorazione grigiastra, diffusa sull’epidermide più esterna della superficie mentre, a livello dell’analisi chimica si appurava un doppio concentrato di calcio, rispetto al resto del terreno, esaminato nel raggio circostante, tanto da far indurre lo specialista, coinvolto nell’ambito del tema effigiato in uno strano conio, a ritenere questi parametri valutabili nel taglio di un certo interesse, in quanto non era “la prima volta che davanti a fenomeni come quelli di Virle, le analisi di laboratorio danno queste risultanze. E’ già accaduto in Francia, in California e anche in Italia, ovunque dove sono state trovate tracce che potevano far supporre l’atterraggio di un Ufo”.

L’ipotetica deduzione di una ravvisata ragione, riconducibile ad una extraterrestre risoluzione dell’intersecare la terra con una propria manifestazione, aveva trovato diverso insieme di surreale contestualizzazione nel racconto di un gruppo di giovani che, ancora nel mese di giugno, ma in questo caso del 1974, sembra abbiano avvistato a Brescia strane forme animate nel cielo notturno che pareva essere improvvisamente costellato da “punti luminosi che correvano veloci nel cielo”, in una corale asserzione alla base della quale i sedicenti testimoni specificavano che non si trattasse di aerei, in quanto troppo veloci e perché alcune di tali lontane luci sfuocate tendevano a distinguersi in un sconnesso incedere zigzagante ed, in alcuni aspetti, anche ondulatorio.

L’attenzione generale di chi aveva assistito a questa singolare evocazione di mistero proveniente dall’ignoto emisfero, occluso nell’infinito oltre la volta del cielo, si era riversata, in una contigua e ricercata sollecitazione, nella redazione di “Bresciaoggi” che, attraverso un articolo apparso nell’edizione di mercoledì 26 giugno 1974, pubblicava, fra le righe delle due colonne tipografiche sottoscritte da una non meglio precisata sigla di “r.d.”, la specificazione, spiegata per bocca dell’operaio Marco Masserdotti, secondo la quale fra gli attoniti osservatori dell’avvistamento “non si fosse né ubriachi, né in vena di scherzi di cattivo gusto”, sottolineando conseguentemente la soddisfazione di sentirsi “contenti di non essere stati presi in giro”, per la denuncia del fatto a loro capitato fra una chiacchiera e l’altra, all’aperto dell’oltre tramonto estivo, intercalando il periodo in cui il buio coglie il tempo di luce nel suo più lungo farsi effettivo, per quell’estate appena al debutto con le sue più durature giornate, ancora inglobate nell’ascesa di una crescita sulla quale si rivelano attestate.

Alla dichiarazione di un altro testimone, citato nella persona di un tal Sentimenti Quarto, il quotidiano bresciano affidava, alla medesima edizione, il racconto di quanto ritenuto degno di essere evocato: “Eravamo più di venti, seduti sulle panchine dei giardini come tutte le sere, quando è passato nel cielo un punto luminoso che si è incrociato con un secondo punto velocissimo, ma più in alto del primo. Tutti l’abbiamo visto. E abbiamo atteso con il naso all’insù. Altri due punti, tre, due ancora: insomma tredici nell’arco di un’ora e mezza”.

Se l’articolo introduceva l’approssimativa mole della narrazione, nella struttura di una timida e di una poco divertita cronaca nella quale la rendeva generalmente manifesta, con il titolo di “Extraterrestri a Lamarmora”, individuando il quartiere cittadino di probabile scenario al racconto di cui si era prestata ad essere mezzo divulgativo, passando invece nel rovescio di una altra materia, “Bresciaoggi” di domenica 23 giugno 1974 induceva ad una diversa scena l’attenzione catturata dall’interrogativo di “Pesce di giugno la bara fantasma?”, posto in capo alla notizia redatta dal cronista Silvano Vezzola.

Nel riverbero di un’altra dimensione, immersa in questo caso nella fluidità dell’elemento che prende vita nella massa interpretata dalle acque, pare si agitasse un differente tormentone rispetto a quello in quelle sere accarezzante le aeree sommità dell’etere di uno spazio nel nulla infisso su un piano che si specchiava sulla medesima risacca di attrazione verso l’ignoto e verso l’insolito. Un piano analogo fra realtà di contrapposta natura, raffrontabili a motivo di quelle loro caratteristiche d’ambientazione, ugualmente estranee al cammino terrestre, che anche nelle acque del lago di Garda si confermavano naturalmente riscontrabili ed analogamente manifeste, nel loro diverso genere prevalente.

In pratica pare che qualcuno, in quei giorni a ridosso dell’uscita in stampa di quell’edizione del giornale, avesse messo in giro la voce circa la presenza di una bara tra i fondali dell’isola del Garda, situata dinnanzi alla costa del territorio litoraneo di san Felice del Benaco a cui questa lunga lingua insulare geograficamente appartiene: “Nella zona non si erano mai visti tanti subacquei; nella foga immersionistica andrà a finire che si infilzeranno l’un l’altro. Comunque alla ricerca di un qualcosa che non si sa stanno perlustrando tutti i fondali della sponda a sinistra del promontorio di San Felice”, si legge nell’ilare cipiglio del pubblicato lessico giornalistico.

In realtà, a motivo originario di tanta agitazione, mossasi alla sequela di un’improvvisazione sedotta dal fascino di una misteriosa indiscrezione, l’articolo stesso adduceva come causa il racconto “di un lupo di lago di Maderno”, capace di squarciare il velo della più sensibile immaginazione, per addurvi “l’enigma della bara”, nei termini di quella cassa da morto che avrebbe riferito fosse situata nel luogo, a suo dire, custodito dai fondali lacustri da dove si sarebbe però solo emanata ed accesa “la curiosità della popolazione e di determinati ambienti giornalistici (la stampa di mezza Italia è in fermento, la notizia è rimbalzata da Maderno a Moniga, da Brescia a Milano, domani chissà dove)”, come si è usato scrivere nella fonte dell’accennata cronaca contemporanea.

Lui asserisce, insieme ad altri tre amici, di avere visto durante un’immersione, una bara nelle acque del lago, vicino all’isola del Garda” si scriveva, tra l’altro, nella ricostruzione della vicenda finita sulle pagine dell’organo d’informazione locale, con l’espressione di un sottotitolo allusivo degli incerti suoi contorni d’insieme “i sommozzatori affollano la zona mentre la stampa è in fermento. In realtà dietro il mistero si cela il sospetto di una burla”.

Un “pesce d’aprile fuori stagione”, come la didascalia a commento della fotografia pubblicata accanto all’articolo avanzava, fra le esigue prove ottenute, a meglio affermare attraverso un più disincantato e dubbioso avvertire, mentre la bara continuava a ipoteticamente ghermire le visioni di oscure simmetrie in quelle acque che, quando il sole si oscura improvvisamente nel cielo e le onde divenute nere ingrossano invincibili sotto i venti minacciosi senza freno, fanno comunque veramente presagire le più fosche fantasie.

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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