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Parma – In quell’irripetibile caleidoscopio di emozioni visionarie e di sperimentazioni coraggiose che all’inizio del Novecento generò le Avanguardie che hanno contraddistinto il nostro secolo, un posto di assoluto rilievo spetta senza dubbio all’Espressionismo.

Fenomeno prevalentemente tedesco, caratterizzato da un impegno rivoluzionario contro la visione accademica e l’autoritarismo guglielmino, dalla scelta di un linguaggio volutamente primitivo ed emotivo, da un’avversione verso il perbenismo ottuso di una società incapace di captare il disagio della modernizzazione e fatalmente avviata verso la catastrofe della Prima Guerra Mondiale.

Guerra che diventerà il coagulo drammatico e tragico delle pulsioni e delle tensioni in un contesto contraddittorio che vede intrecciarsi fraseologie rivoluzionarie e nazionaliste con la visione delle trincee e della guerra meccanizzata.

Die Brücke (1905-1913) e Il Cavaliere Azzurro (1909-1914) rappresentano per circa un ventennio il punto di partenza e lo sviluppo appassionato di questa avventura senza precedenti. La mostra si propone di ripercorrere il loro cammino sino al Dopoguerra con la Nuova Oggettività (1919-1933) che, sotto i colori accesi e l’apparente frivolezza degli incontri berlinesi, rivela ancora tragicamente i segni della prossima catastrofe: il Nazismo e la Seconda Guerra Mondiale.

Le opere in mostra, tutte provenienti dal Museo Von der Heydt di Wuppertal, ci conducono attraverso questo percorso in modo esaustivo. Sia per la presenza degli artisti fondatori, sia per i temi, che vanno dagli intensi ritratti, alle scene di città, ai paesaggi, alle nature morte, che per le tecniche; infatti oltre agli oli, dai colori mai realistici e spinti ormai verso il simbolismo di Kandinsky abbiamo la fondamentale presenza di opere grafiche.

La ripresa della xilografia è stato infatti uno dei punti caratterizzanti di questi artisti che, con la tecnica basata sull’intaglio del legno, riuscivano a rendere, con segni molto marcati e un’inchiostratura pesante, le emozioni forti della loro poetica.

Il percorso si snoda tra opere del primo periodo dell’Espressionismo, dove, tra gli altri, un paesaggio di Kandinsky del 1908 ci mostra tutte le potenzialità, allusive e simboliche dei colori, mentre i ritratti, dalla gestualità rigida e dalle deformazioni arcaicizzanti, ci interrogano e ci inquietano.

Una natura morta di Kirchner, che trasforma l’influenza di Cézanne in un fuoco interiore, ci stupisce per la propria potenza espressiva. Dopo che i netti e drammatici passaggi dal nero più cupo al bianco assoluto delle xilografie ci hanno portato nel cuore della loro drammatica poetica senza veli, ecco che ci troviamo di fronte agli interni rarefatti di Grossberg e di Adler, ai personaggi ridotti a sagome inanimate di Arntz e ai ritratti senz’anima di Davringhausen dell’Espressionismo del Dopoguerra, sino agli epigoni della Nuova Oggettività.

Sappiamo come la musica, il cinema, il teatro e la letteratura di questo periodo cruciale siano stati fondamentali e si siano influenzati pesantemente l’un l’altro, così la mostra cerca di riproporre un’esperienza complessa con l’inserimento di musica espressionista, da Schoenberg a Berg, delle scene di famosissimi film come Il gabinetto del dottor Caligari di Wiene e di una significativa selezione di foto d’epoca e di edifici che hanno fatto scuola.

Questa mostra ci offre l’opportunità di interrogarci sui nostri tempi e di assegnare nuovo valore all’affermazione di Ernst Ludwig Kirchner: “L’arte va oltre ogni religione e razza”.

 

 

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La Redazione
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