Verona – Il Teatro Laboratorio (ex arsenale) inaugura la 52a stagione teatrale con lo spettacolo “Aspettando Manon” tratto dal romanzo “La morale del Centrino. Ovvero come sopravvivere a una mamma siciliana” di Alberto Milazzo.

Un divertissement che con gusto e leggerezza affonda le mani in un tema difficile e spinoso come quello dei rapporti familiari e dell’identità. Andrea, protagonista anzi coprotagonista di questa storia, ci invita nel salotto di casa.

Un salotto borghese, o forse piccolo borghese, dove tutto è in apparenza al proprio posto. Tutto è nella media, in una sorta di condizione di media infelicità condivisa.

Gli spettatori sono invitati a un rito? A una festa? A cosa? L’ospite d’onore, Manon appunto, non c’è e in attesa del suo arrivo ne scopriremo il profilo e il rapporto che intercorre tra lei e Andrea.

In viale Ortigia 72 si consuma il rito di una felicità desiderata, anelata, soprattutto mancata.

Manon è felice? Una domanda che fa da scintilla alla narrazione, scandendo a più riprese l’attesa, l’attesa dell’incontro, l’attesa della felicità stessa. Al civico 72 di viale Ortigia, a Palermo, dove vive, la signora nota come Manon difende da sola principi che il resto del mondo dilapida come fossero un’immeritata eredità, o almeno così crede.

Il rapporto di un figlio e di sua madre, della vita di un figlio, della sua felicità e dell’affermazione del proprio sé che si scontra con l’ancestrale giogo esercitato dalle madri.

«Per volersi bene basta annuire in silenzio. Uno accenna al proprio profondo malessere, l’altro annuisce. Il silenzio è parte fondamentale di questa storia».

Si affronta un tema delicato e arduo: le difficoltà e l’accettazione dell’altro e il coming out come difficile atto da compiere all’interno degli schemi e della borghese attitudine al silenzio, a coprire ciò che non ci piace – si legge nelle note di regia – coprirlo come in un qualche modo fa la nostra Manon con i suoi centrini.

Perché come abilmente scrive Milazzo, il centrino diventa una metafora della vita. Se i centrini avessero una morale, quella sarebbe la morale della signora Manon. Perché il centrino è un po’ come la neve, ingentilisce il paesaggio, rende tutto omogeneo… La signora Manon ne conta centinaia in casa sua.

Tende in pizzo, particolarmente amati i soggetti pastorali e arcadici: pecorelle, pastorelli, ceste di frutta. Sovraccoperte lavorate a tombolo. Uncinetti poggiatesta per le bergère con lo schienale alto, col risultato che una volta seduto l’ospite sembrerà avere un’aureola di cotone a incorniciargli l’ovale del viso.

È teorizzabile un nesso occulto ma sperimentabile fra certo immobilismo e la natura del centrino. Nelle più riposte stanze della facoltà̀ di Lettere dell’Università di Palermo c’è chi bisbiglia che il leggendario “immobilismo siciliano” si comprenderebbe meglio scandagliando le tracce lasciate dai centrini isolani, ma sono di quei segreti accademici sordidi quanto inconfessabili.

Quell’immobilismo che però uccide la libertà, quella di essere fino in fondo se stessi per potersi dire finalmente felice, senza timori.