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Era il 1719 ed, a Bagnolo Mella, la “Compagnia del Malgoverno e dei Ben Viventi” faceva parlare di sé.

Nella primavera di quell’anno, l’arciprete del paese si recava a Brescia per conferire con le autorità cittadine, competenti anche per il territorio, in merito alla da lui lamentata presenza di una combriccola di bontemponi che accompagnavano al proprio stile dissacrante di vita anche vere e proprie azioni ai danni di cose e di persone.

Erano circa quindici o sedici “bucanieri” delle vaste distese pianeggianti della pianura bagnolese che, a differenza degli allora loro colleghi, sparsi, invece, sui mari, muovevano lungo le fratte campestri i propri intenti molesti.

L’arciprete stesso raccomandava alle autorità di non fare il suo nome nel riportare la sua denuncia, nel modo in cui tale richiesta si delineava nei termini che “(…) ha implorato detto Religioso d’esser tenuto secreto, perché si vedrebbe costretto ad abbandonare e la Chiesa e la Terra”.

I fatti sono narrati da alcuni manoscritti conservati nell’Archivio di Stato di Venezia, nel fondo “Lettere dei Rettori ai Capi del Consiglio dei Dieci” che rivelano, ancor oggi, l’originalità del proprio contenuto, ricettivo ad accogliere anche gli avvenimenti più strani e singolari, nella modalità stessa mediante la quale gli stessi eventi sono stati suggeriti dalle cronache del tempo e, quindi, riferiti per debita competenza ai rispettivi vertici di Venezia da parte dei rettori di Brescia, suoi rappresentanti nella provincia bresciana, a quel tempo, parte integrante della Serenissima Repubblica della città lagunare.

L’antico documento, contenente la segnalazione del sacerdote, ha la data del 25 maggio 1719 costituendo una sintesi sommaria di quelle vicende venute alla luce di una formale presa di posizione che, con questo sistema, hanno trovato nel testo una significativa esposizione degli aspetti salienti di quanto stava accadendo, fino ai limiti estremi della legalità, nello sconfinare poi anche in aperte dinamiche goliardiche e malavitose, a Bagnolo Mella.

Nonostante il proprio dichiarato intento di stare sopra le consuete convenzioni del vivere civile, quelli della “Compagnia del Malgoverno e dei Ben Viventi” si erano dati, loro malgrado, un dettagliato capitolo di regole da osservare fedelmente, pena i rigori di punizioni, nel caso che queste prescrizioni non fossero state rispettate nelle articolate enunciazioni delle proprie chiare determinazioni.

Un codice, non solo associativo, ma anche di alcune tracce di vita, quasi una deontologia del ruolo intrapreso di fuorilegge che, nel modo scelto e sperato di atteggiarsi in vari di stili di comportamento, descriveva la parabola colorita di più situazioni, nelle quali l’appartenenza al gruppo doveva essere manifestata attraverso una data condotta, esemplificata nella gamma di una serie di circostanziate connotazioni.

Il manoscritto che le cita esordisce con il titolo: “Capitoli per li quali li Signori Offiziali e soldati della suddetta Compagnia siano osservati et obbediti sotto le pene chi si mostrerà”, mentre i diversi enunciati seguono in ordine numerico:

“Prima, che sia obligati che ogni volta venirà comandati dal suo Capitano, tanto di giorno quanto di notte, ad obedire a qualunque negotio (affare n.d.t.) che sia.
2 – Sia tenuti ad intervenire alla mostra (raduno n.d.t) ogni volta che sarà comandati sotto la pena di pagare tre pinte di vino e la seconda, una merenda, e la terza sarà arbitrio di tutta la Compagnia.
3 – Sia tenuti che venendo riferito che sia detto d’essere della Compagnia del Mal Governo e dei Ben Viventi, con scandalo, siano obligati a far tutte le difese che possono e non potendo portare subito avviso alla Compagnia che saranno castigati.
4 – Che non sia tenuto tanto a lavorare, né a tanto confessarsi, né a tante orazioni, né a tanto trattar bene, ma sempre vagando di giorno e di notte, non trattar mai bene niuno; così sta i nostri patti non volemo se non ie matti; tra noi altri s’intendemo se non ie matti non volemo, così par da i nostri scritti, non volemo se non i ha i vizi, d’andar in compagnia, d’andar tutti all’osteria.
5 – Se i soldati hanno o averanno debiti, non paghi niuno, e arricordarsi se averanno de denari, trapolare, dissipare, mangiare in un pasto e, se l’altro pasto non averà, s’ingegnino come possono.
6 – Che tutti i soldati, essendo assieme, non abbino da avere al molesto (da scontrarsi per n.d.t.) di cosa niuna , né per interesse di vino, né di collera, essendo obbligati a stare sotto alli Offiziali e non volendo obbedire alli Offiziali sarà in arbitrio di tutta la Compagnia di castigarli.
7 – Che se li soldati volessero prendere moglie e che volessero la cassazione sia tenuti avisare 15 giorni avanti li Capitano che li dà la cassazione, con obligo però di dare una cena o un desinare a tutta la Compagnia…
8 – Che niuno soldato non possa sortire di casa se non sarà armato d’arma da fuoco o almeno d’un buon bastone”.

La relazione, allegata alla scrittura delle regole accennate, è a firma del podestà di Brescia, Giovanni Battista Riniani, e del Capitano, Francesco Da Riva. Fra questi supposti accordi, intercorrenti fra gli scanzonati soci di brigata che, in tanta disinvoltura di condotta, si appellavano, tuttavia, ad una strutturata gerarchia di ruoli, l’aspetto relativo alla sfera religiosa, particolarmente riferito al sacramento della confessione, alla preghiera ed alla sollecitudine verso il prossimo, è dagli stessi scriventi poi corretto nel seguito del medesimo documento, ricorrendo alla precisazione che tali intemperanze, ostili ad una certa morale, non rientrassero più tra i patti contraddistinguenti gli associati alla consorteria descritta.
Un’avvertenza realizzata nello scrivere che “….osservandosi che le parole interlineate di rosso si veggano cassate…(decadute n.d.t.)”.

Il documento, infatti, riporta ancora una nitida sottolineatura rossa sugli aspetti forse più eversivi delle sedicenti regole di questo sodalizio, poiché inerenti un’esplicita disobbedienza ad una visione cristiana della vita, quasi potesse configurarsi un’aperta contrapposizione anche alla Chiesa ed alle sue leggi, oltre che a quelle della Repubblica di Venezia in tema, qui, di ordine pubblico.

A confidare alle autorità bresciane le regole della “Compagnia del Malgoverno e dei Ben Viventi” di Bagnolo Mella pare sia stato Pietro De Angelis “…che li aveva formati (redatti n.d.t.) come cancelliere di questa unione scandalosa e riuscitosi di farlo fermare, ha confermato tal riduzione (appartenenza n.d.t.) e li stabiliti capitoli…”.

A Bagnolo Mella, il corso di quei giorni lontani aveva portato alla nascita della cosidetta “Compagnia” il primo maggio di quell’anno, lasciando traccia pure del presunto elenco dei personaggi che pare vi fossero, a vario titolo, coinvolti ed ai quali era testualmente attribuito che “(…) fra quella adunanza ve ne siano di facinorosi che tengono in soggezione il paese per le protezioni che godono di persone autorevoli, che quei abitanti sono esposti a continue molestie et a furti, senza che alcuno ardisca di portar i propri ricorsi alla Giustizia per timore impresso da quella numerosa setta di malviventi (…)”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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