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La mappatura era, per così dire, occasionata, da tanto di editto ufficiale, con il quale, una certa parte di questa località bresciana si trovava circostanziata in una sua data porzione territoriale.

Si tratta di Leno, nell’anno di morte di Napoleone Bonaparte che, pure dalle vaste zone del circondario di Brescia, aveva attinto uomini per diverse battaglie, deflagrate nelle molteplici latitudini più svariate, dove militari dalle più disparate nazionalità vi avevano preso parte. Nel luglio successivo al fatidico maggio del manzoniano “mortal sospiro”, la “Gazzetta di Milano” pubblicava il testo di un diffuso documento ufficiale nel quale Leno si proporzionava nel diversificato assetto di una realtà dove poter eventualmente concludere un grosso affare immobiliare.

Giovedì 12 luglio 1821 legava, al proprio fugace diuturno periodare, la rispettiva offerta, sul menzionato mezzo editoriale, di campi, prati, orti e case, con tanto di palazzo, ovvero di tre distinti lotti sui quali era data l’informazione di poter valutare la capillare proposta relativa ad acquisire ciò che, appunto, nella triplice ripartizione d’asta, era specificato si potesse comprare.

Queste tre sezioni della realtà lenese facevano capo a “la possessione detta La Barona”, “la possessione detta Abbazia”, ed al testualmente esplicitato “palazzo dominicale, situato in Leno, contrada Disciplina, con giardino (…)”.

Significativo, a conferma di tale data nelle antiche dinamiche delle tradizioni rurali, il giorno indicato per il previsto subentro nella proprietà degli ipotetici acquirenti: “Il naturale e civile possesso delle case e beni, di cui sopra, si dà e si trasferisce nel deliberatario, come comincerà pel giorno di S. Martino 11 novembre del corrente 1821”.

Anno nel quale, per il tramite di questo vetusto giornale, ha, fra l’altro, voce una serie di denominazioni di tale circoscritto ambito locale, dal momento che ciscun lotto ha una varietà di componenti espressa nel riferimento connaturato all’estensione costitutiva della fetta di territorio che si andava a presentare che, nel caso della “possessione detta La Barona”, risultava nella somma di un “campo detto Breduzzina”, di un “campo detto Breda di mezzo”, di “un campo detto Breda del casino”, del “prato della Barona, detto Pradella”, e via di seguito, con tanto di specificazione che trattavasi di terreno munito di gelsi, irrigabile e già, quindi, sottoposto a coltivazioni con l’uso dell’aratro, quali condizioni proprie anche del tal appezzamento “Svegrota Pradella Barona”, andando pure a comprendere il “campo Bredalunga di sopra”, il “campo della Fontana”, il “campo Basso”, il “campo Scanalocco a mattina”, con le curiose varianti, anch’esse attribuite a questa denominazione, di quelli, invece, “a sera”, “di mezzo” e “di sopra”, per finire con un “caseggiato colonico, detto la Barona, con orto”: il tutto per un’estensione di poco più di 82 piò bresciani.

La toponomastica di inizio Ottocento era, giocoforza, documentata in questa operazione, rivolta, come attestava il giornale “a qualunque voglia aspirarvi che la mattina del giorno 3 del prossimo futuro mese d’agosto, dalle ore 9 alle ore 12 meridiane, nella sala delle udienze di essa pretura avrà luogo il primo giudiziale esperimento per la vendita al pubblico incanto degli immobili. (…)”.

Sede di una pretura, Leno, era luogo in cui l’editto, numero 1720 del 20 giugno 1821, andava a dettagliare anche la restante parte del patrimonio messo in vendita “di ragione dei creditori del fu Francesco Ghirardi“.

In questo modo, altri tipici accenti del tempo, indugianti nel dare indicazione del modo in cui il territorio era disciplinato nei nomi usati nella corrispondente pertinenza del bene da alienare, emergevano nel giornale, per un’indiretta testimonianza dalla memoria ormai plurisecolare: “Campazzo di sotto”, “Campo Traversino”, con la relativa variante di “Campo Traversino a mattina”, ed il cosidetto “Vegro”, il quale parimenti spiegato come “pascolo maronato”, cioè come area adibita alle erbe spontanee per gli animali e, contestualmente, contraddistinta dalla presenza di gelsi, fino ad includere nientemeno che un “broletto”, cioè un appezzamento cintato, “del palazzo vecchio Abbazia, prato con moroni e piante fruttifere”, con, anche, in questo caso, la disponibilità sul posto dei tanto apprezzati gelsi, qui, però, accompagnati da alberi da frutto: il tutto, relativamente ai beni di questo gruppo, per una superficie di 82 piò e mezzo.

Dai termini ufficiali che, per l’epoca in questione, al catasto napoleonico non potevano che risultare speculari, fino ai tempi attuali, tali beni concorrono a tratteggiare elementi peculiari ai contorni locali, mediante i quali Leno ha iscritto una serie di proprie prerogative territoriali, forse, nel nome, avvicendatesi, lungo l’andare tempo, ad altre denominazioni toponomastiche, anche alla luce di ciò che attiene il significativo lavoro raccolto nel libro di Luigi Cirimbelli che, già nel titolo “La via delle cascine – Storia e tradizione delle campagne lenesi”, rivela la focalizzazione di una ricerca sul posto, nel vasto raggio di una mirata rappresentatività, avvallata editorialmente dall’imprimatur comunale.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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