Ad ogni epoca, il suo vaccino. Una volta scoperto, tale rimedio scientifico era entrato nella storia, facendo in modo che, ad un dato contagio endemico, corrispondesse il potervi provvedere con una vaccinazione che pare, però, contemperasse fra la gente, ogni qual volta se ne ingiungesse l’opportunità fattibile del farne uso, anche obiezioni refrattarie e scettiche, per non dire avverse.

A Brescia, ad esempio, in occasione del diffondersi del vaiolo, sia in città che nelle località vicine ai suoi sobborghi, ci aveva pensato l’allora prefetto Angelo Cova (1834–1921) ad imporre la vaccinazione obbligatoria, per la tutela della salute pubblica, pronunciandosi nel rispetto delle disposizioni sanitarie che il quotidiano “La Sentinella Bresciana” del 16 aprile 1902 non mancava di rimarcare, mediante l’informazione apportata a sopravvivente spaccato indicativo di quale fosse, nel bresciano, il problema che si cercasse allora di affrontare: “L’onorevole Sindaco rende di pubblica ragione il seguente Decreto Prefettizio: “Visto che nei sobborghi di Sant’Alessandro, S. Nazaro, Fornaci, appartenenti al Comune di Brescia si sono verificati dei casi di vaiolo, ritenuta la necessità dell’applicazione di provvedimenti speciali adatti ad impedire, per quanto è possibile, la diffusione dell’infezione nel resto del Comune; ritenuto che una rivaccinazione eseguita su larga scala si è sempre dimostrata come il più sicuro mezzo per combattere le epidemie vaiuolose, visti gli art. 47 e 51 della legge 22 dicembre 1888 n. 5849; l’art. 129 del Regolamento generale sanitario del 3 febbraio 1901, il quale comprende il vaiuolo tra le malattie infettive diffusive; l’art. 15 del Regolamento del 29 marzo 1892, sulla vaccinazione obbligatoria, e l’art. 3 della legge comunale e provinciale, sentito il Consiglio Sanitario Provinciale, ordina che tutti gli abitanti dei sobborghi di Sant’Alessandro, S. Nazzaro e Fornaci, siano tenuti a sottoporsi alla vaccinazione. Sono esenti da tale obbligo le persone che proveranno di aver subito l’innesto con esito positivo da meno di anni otto e quelle che il medico vaccinatore riconosca per ragioni speciali di poter esentare. I contravventori saranno deferiti all’autorità giudiziaria per i provvedimenti di sua competenza”.

Di concerto con questo quotidiano locale che pubblicava la citata ordinanza prefettizia, anche il giornale “La Provincia di Brescia” concorreva a promuovere la vaccinazione anti-vaiuolosa, andando, ad esempio, ad evidenziare, fra le sue pagine del 18 aprile 1902, un appello formulato in tal senso, sviluppandolo a modo di notizia, circa, cioè, un accenno a quanto era occorso a chi pare non avesse personalmente ottemperato all’incombenza vaccinale: “Fatevi vaccinare. Al fine di evitare spiacevoli inconvenienti, come quello toccato ai fratelli Del Bono Battista e Michele di Ospitaletto che, non avendo adempiuto all’obbligo della rivaccinazione furono dichiarati in contravvenzione e poi obbligati a subirla sotto minaccia d’arresto, è bene che ogni cittadino abitante nelle zone e nei Comuni infestati dal vaiuolo e per i quali è stato ordinata la rivaccinazione, si sottopongano alla stessa, risparmiando così noie a sé stessi e non costringendo le autorità a far uso di odiose misure repressive”.

Un ulteriore cenno esemplificativo dell’emergenza sanitaria, a quel tempo, in atto, derivava, fra altre esplicite menzioni giornalistiche emergenti dalla stampa dell’epoca, da un paio di attestazioni circa la problematica del contagio, ancora, in quei giorni, riscontrabile, pure in alcuni ambiti prossimi alla città, rilevati anche da quanto si era riferito da parte del medesimo giornale, alla data del 15 aprile 1902: “Il vaiuolo in Provincia. Ci scrivono da Travagliato, 14 aprile. Ammalati in cura 29, due casi nuovi, dei quali uno, in un bambino di 25 giorni che aveva la madre già ammalata di vaiuolo e che quindi si presenta grave per età, se non per la gravità del morbo; l’altro, in un ragazzo, al fienile Martora che venne subito isolato. Le disinfezioni si continuano con tutta cura e si è incominciata la verifica degli esiti dei vaccinati che, in massima, si presentano con esito positivo. Nella località “Cantinelle” in frazione Volta, s’ebbe ieri a verificare un caso di vaiuolo. Tanto il colpito, quanto la sua famiglia, furono ricoverati al lazzaretto”.

Erano, quelli, fra l’altro, i giorni del passaggio, come si usa dire, a miglior vita del re Francesco d’Assisi di Borbone (1822-1902), monarca consorte della regina di Spagna, parimenti chiamato al suo fonte battesimale con l’appellativo tale e quale del santo italiano, senza che alcuno, a quanto pare, abbia, allora, come oggi, avuto a sottolineare questa curiosa e singolare scelta a favore di un’omonima nemmeno a capo di un’incognita esistenza, condotta fra la gente comune, in una insolita stranezza, ma interpretata, addirittura, ai vertici arcinoti di una casa regnante, lasciando traccia, negli annali storici, di una sua incidenza. Ancora, secondo il suddetto quotidiano locale Zanardelliano, allusivo, nella sua testata, ad un certo contesto provinciale messo bene in chiaro, nel bresciano c’era chi si era distinto, invece, in modo tale da poter farsi premiare a livello nazionale, come nel caso testimoniato dall’eco stessa colta a margine del personaggio elogiato, con il riferirne in pagina, il 18 aprile 1902, che fosse egli stato riconosciuto meritoriamente per via di un certo qual veicolo da lui stesso ideato: “Altra ditta bresciana premiata. La giuria dell’Esposizione Nazionale Campionaria di Roma ha conferito al nostro concittadino V. Benedetti per sua bicicletta “Principessa Jolanda” la medaglia d’oro. Al bravo industriale, le nostre vivissime congratulazioni”.

Tra le manifestazioni della testualmente detta “Festa degli alberi”, istituita, in una interessante sollecitudine di cultura ambientale, con Regio Decreto n. 18 del 2 febbraio precedente, era, in quei frangenti che, le cronache di tale giornale, procedevano a segnalare le pure riferite sperimentazioni del telegrafo senza fili da parte di Guglielmo Marconi ed, in ambito strettamente bresciano, le prove sul campo dei cannoni antigrandine, quali “apparecchi grandifughi ad acetilene”, come anche, fra altri spunti locali, l’adunanza periodica dell’Ateneo di Brescia in cui tra, gli interventi, era previsto quello del nobile Carlo Fisogni per la trattazione del tema “Brevi cenni sulla cura Baccelli applicata in una stalla di bovini affetti da afta epizotica”, mentre, “La Sentinella Bresciana” del 16 aprile 1902 documentava quella possibile istantanea descrittiva secondo la quale, al Regno d’Italia di quell’inizio secolo, erano spettate le cifre significative di una contestualizzante proiezione economica pari a “Il valore delle merci importate nel primo trimestre del 1902 fu di lire 452.759.493, quello delle merci esportate di lire 351.747.556. L’importazione presenta un aumento di lire 44.496.479, l’esportazione di lire 10.806.780 di fronte al primo trimestre del 1901. (…)”.

In mezzo a tutto questo, ed a, naturalmente, molto altro ancora, c’era il presentarsi del vaiuolo che, nella sua diffusione, era osservato da un approfondimento messo in prima pagina nel numero 92 de “La Provincia di Brescia” del 4 aprile 1902, quale contributo di informazione risultante utile per proporzionarne il fenomeno, legato all’apparire di questo triste contagio, vissuto in quel lontano periodo: “Oggi che, pur mite, serpeggia nella città e provincia nostra, un’epidemia che sembra più di vaioloide che di vero e proprio vaiolo, crediamo opportuno riassumere dalla Semaine Medicale alcuni dati sulla efficacia grandissima della vaccinazione (…)”. Nel circoscrivere l’incidenza della malattia contagiosa ad una sua manifestazione, certamente non trascurabile, ma ascritta ad una modalità e ad un raggio più contenuto di diffusione, rispetto ad altre volte, proprie di una sua differente caratterizzazione, si intendeva informare il lettore bresciano, dati ed argomenti alla mano, come gli stessi erano tratti dalla menzionata rivista francese di settore, quanto fosse, comunque, indispensabile sottoporsi di buon grado alla vaccinazione, stante il fatto che tale pratica “(…) mette relativamente al sicuro contro il vaiuolo e che, nel caso negativo, questa malattia è assai meno grave nei vaccinati. E per dimostrare la verità dell’asserto daremo quest’altre statistiche.
A Londra, dal 1884, sopra 2198 persone impiegate negli ospedali dei vaiolosi, 17 soltanto contrassero la malattia, nonostante 17mila e 900 fossero colà ospitati. Di questi 17 casi, 13 riguardano impiegati che non erano stati rivaccinati, se non dopo la loro entrata in ufficio, e 4 operai che avevano potuto sfuggire alla rivaccinazione. Negli ultimi otto anni, nessuno degli addetti agli ospitali fu preso da contagio (…)”