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L’interrogativo di quando sia iniziato il cosidetto “logorio della vita moderna”, pare possa trovare una traccia per una possibile risposta, nell’ambito del contributo di stampa con cui un quotidiano di inizio Novecento ne affrontava la tematica, nei significativi prodromi, attraverso i quali la stessa pareva  annunciata.

“La civiltà ed il moderno nervosismo” già teneva banco sul profilo delle considerazioni espresse nel contesto di quelle riflessioni che erano connesse alla diffusa trattazione dell’argomento, esplicitato nei caratteri cubitali del titolo dell’articolo del dott. Francesco Stura, apparso fra le pagine del giornale “La Provincia di Brescia”, il 14 ottobre 1910.

be calmFatte le debite distinzioni, sembra che le parole di oltre un secolo fa si insinuassero nella realtà che oggi, a tale questione, riserva una certa maggiore visibilità, riguardo lo stress, in quei frangenti, invece, individuato come nevrastenia, forse, fattibile di essere considerato anche a prosecuzione aggiornata ed adattata dell’allora presa d’atto che: “E’ una verità oramai indiscussa: noi viviamo in un’atmosfera satura di nervosismo; senza un dubbio che la civiltà nostra costituisca il coefficiente essenziale di questo generale eretismo nervoso, civiltà progredita, raffinata, rappresentata soprattutto dalla stampa periodica universalmente diffusa, dall’elettricità colle sue molteplici miracolose applicazioni, dalla scienza in maniera miracolosamente allargata, dal risveglio etico di tutte le classi, e perfino dall’attività intellettuale della donna, nuovo singolarissimo fenomeno dell’epoca nostra; tutti gli altri fattori (alcol, tabacco, narcotici, eccessi di ogni sorta razza ecc) passano in seconda linea, perchè nessuno di questi coefficienti basta da solo a produrre quella forma del tutto moderna di malattia nervosa che si è la nevrastenia.”.

L’autore di questa estemporanea analisi, dedicata al cercare di mettere in luce un’incipiente tendenza al sentirsi pervasi da una generale frenesia nervosa, presentata in un’argomentata dissertazione,   poneva nella trama dei suoi giorni il baricentro di quanto lui stesso riteneva vi si potesse ravvisare, come origine dell’esaminata oppressione, osservata secondo una personale ricostruzione: “La vita moderna è così essenzialmente artificiale che l’uomo non vi può rappresentare convenientemente la sua parte, non essendo dapprima stato iniziato alle esigenze imposte dalla presente civiltà. Queste condizioni precarie sono evidentemente distruttive allo stato attuale di ciascuno di noi; imperocchè i nostri avi, ignorandole del tutto, non potevano, è chiaro, lasciarci in eredità sufficiente istinto ed esperienza atavica per preservarci dai nuovi pericoli dell’oggi che essi stessi non hanno mai conosciuto”.

Questa presunta sproporzione, fra l’insorgere cioè di un’incentivata serie di nuove sollecitazioni esterne e la natura umana, pure congenita nell’equilibrio di una propria genuina dimensione interiore, era individuata come la causa di quanto, in quel periodo, potesse includere il nascente disagio strisciante della sempre maggiormente, nel tempo, riconosciuta vita frenetica contemporanea.

Per dimostrare questo concetto, nell’articolo esaminato, si ricorreva anche alla logica consequenziale di un assioma applicato, come un diaframma, alla funzionale lettura della società, soppesata a margine dell’ormai assodata rivoluzione industriale: “ora la civiltà, col rapido incremento assunto nel passato secolo mercè gli innumerevoli suoi trovati e le strabilianti applicazioni pratiche, ha chiesto necessariamente un consumo considerevole di energia nervosa, superiore assai a quella che poteva produrre la macchina umana centrale. Di qui un contraccolpo funesto al sistema nervoso, non preparato ancora a generare tanta forza; di qui un indebolimento progressivo di resistenza della funzione dinamica dell’apparato nervoso stesso”.

Un secolo ed un lustro fa circa, tutto ciò si diluiva attraverso i molteplici meandri nei quali un certo emergente insieme appariva diffusamente compromesso per le connotazioni che erano rilevabili nella constatazione degli aspetti presenti in un’ampia gamma di modalità attinenti le testualmente stigmatizzate ed additate “applicazione della forza del vapore agli interessi manifatturieri ed ai mezzi di locomozione intercontinentale, il telegrafo, il telefono, la stampa periodica, i giuochi di borsa, la libertà sconfinata concessa ai popoli, l’indebolimento dell’ascendente religioso, la attività filantropica sistematizzata, l’alto livello e  l’allargarsi dell’istruzione popolare, il sorgere imperioso delle scienze positive, lo studio e la critica della storia, la specializzazione del lavoro, la facilità prodigiosa delle comunicazioni internazionali, il rapido svolgimento e l’accettazione delle idee nuove, l’aumento assordante e colossale degli affari,  le agitazioni ed i crucci domestici accresciuti, la fatale e necessaria repressione convenzionale del sentimento, la politica dilagante e le religioni universalmente discusse – sono tutti coefficienti importanti ed attivi del moderno nervosismo – tutti, purtroppo, dovuti al repentino avanzare della civiltà”.

Chissà cosa potrebbe suscitare la visione, corrispondente a questi temi, nel modo in cui si manifestano nella odierna realtà, a chi rimarcava queste presunte specificità che, da quei giorni a venire, erano destinate nel tempo ad ulteriormente ispessirsi in uno ostinato stratificarsi ed infittirsi di espanse e di sofisticate gemmazioni delle loro stesse particolarità, a fronte delle quali, il medesimo autore, instillava, nel suo peculiare contributo d’opinione, un auspicio comunque propositivo che era finalizzato a sostenere gli elementi, da lui stesso, ritenuti  migliorabili della situazione, presa in esame in quel lontano autunno di un Novecento ancora in piena evoluzione: “in tali condizioni di cose, auguriamoci di tutto cuore che la generazione nostra, per quanto sia innegabilmente scossa ed agitata, possa, in un’epoca non lontana, con l’aiuto stesso degli infiniti portati e delle risorse preziose della civiltà medesima, temprasi alla lotta, sì che i nostri figli, pienamente rinvigoriti, trovino ben presto la giusta via, che li conduca al completo e fisiologico equilibrio delle loro singole funzioni organiche, fisiche ed intellettuali”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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