Brescia – Il cono d’ombra, riversato ad imbuto rovesciato su quanto in quei fatti era rappresentato, si ascrive agli anni Cinquanta del Novecento andato, quale secolo poi approdato al nuovo millennio che lo ha sopravanzato, fino all’odierno proscenio su cui l’eco del tempo l’ha tramandato.

Fra gli allora ricorrenti ladri di biciclette, le cronache dell’estate del 1953 facevano trapelare a Brescia anche la curiosa figura di un’oriunda cecoslovacca che pare praticasse un modo tutto proprio per interagire con la realtà che, in quel periodo, era incombente, caratterizzata pure da problemi legati alla ricerca di un’occupazione lavorativa e dal fenomeno dell’incalzante emigrazione significativa, spesso, di vicissitudini abbracciate ad un’avventurosa risoluzione.

Luisa Poalini, Licia Lanera erano un tutt’uno con la medesima ed effettiva identità della trentasettenne Gina Povoly, residente ufficialmente ad Arco, nel Trentino, ma nata nella lontana cittadina cecoslovacca di Stany e transfuga in Italia da tutte quelle situazioni nelle quali aveva lasciato il segno di una condotta trasformista, funzionale a vari raggiri perpetrati ai danni di chi, di volta in volta, le si era dimostrato uno sprovveduto credulone.

A questa donna, il “Giornale di Brescia” di martedì 15 settembre 1953 dedicava una prima notizia nella stessa pagina dove, fra altri spunti di lettura, si imponevano pure due articoli improntati al furto di biciclette, rispettivamente introdotti dall’eloquente titolo di “Rubava biciclette a Rimini e le spediva col treno a Brescia” e dall’invece vago e telegrafico “Ruba un velocipede ma è subito arrestato” che era relativo ad un emblematico caso, documentato a possibile affresco dei giorni nei quali pareva porsi come un fatto piuttosto comune, capitato negli aspetti caratteristici con i quali in brevi righe era sintetizzato: “In una via cittadina il pregiudicato Luigi Molinari fu Costantino, di anni 32, abitante in vicolo San Paolo 6, adocchiata una bicicletta lasciata momentaneamente incustodita dal proprietario, se ne è impossessato, cercando di allontanarsi in fretta. Egli è stato però notato, prontamente inseguito da alcuni cittadini e dal proprietario, Alfonso Tabellini fu Prospero, abitante in via Codignole 23. Affidato ad un vigile urbano, il Molinari è stato tradotto in Questura e quindi alle carceri, ove rimarrà in attesa di giudizio”.

A proposito dei ben più elaborati metodi utilizzati dalla donna, dalle varie e sedicenti identità accennate, per altrettante presunte mansioni vagheggiate, la sua univoca identità aveva alla fine prevalso sulle sue molteplici simulazioni, manifestate per il tramite delle note dello stesso giornale che le raccoglieva nella sintesi pittoresca di come si erano nei fatti ormai appalesate: “Costei, come risulta da vari esposti, si è presentata in numerose famiglie, e spacciandosi per segretaria di direzione di uno stabilimento, è riuscita a far credere di essere in grado di collocare personale allo stabilimento. Di aspetto distinto, di facilissima parlantina, la Povoli si è accattivata la simpatia di credule persone e, dichiarando di non poter alloggiare in albergo, non consentendoglielo la sua dignità, ha potuto ottenere ospitalità – gratuita naturalmente – in alcune case, venendo così facilmente a conoscere le condizioni economiche degli ospiti, non solo, ma anche quelle dei parenti di costoro, abitanti in provincia. Forte di queste utili cognizioni, la scaltra donna ha visitato le famiglie residenti in provincia e, a queste prospettando ipotetiche necessità finanziarie dei vari loro parenti, è riuscita a spillare somme di denaro, destinato ad alleviare, almeno in parte, le ristrettezze dei parenti stessi: il denaro invece finiva nelle sue tasche”.

Con quali particolari si può immaginare condensata questa levantina improvvisazione, sul piano di una recitante relazione, dosata in tempi, in atteggiamenti e nel corrispondente lessico che le indori, non è dato saperlo, diversamente però dal poter apprendere l’esplicito mutismo con il quale pare che la stessa truffatrice abbia affrontato il suo successivo verdetto di condanna a Brescia ed a differenza della descrizione che, nel medesimo articolo, emerge approssimativamente a suo specifico ritratto che era tratteggiato contestualmente alla notizia del suo arresto: “L’aspetto della Povoli è tale da trarre in inganno chiunque, e la parlantina anche, cosicché molte sono le persone che hanno abboccato. Il trucco sarebbe continuato chissà per quanto tempo, se non fossero intervenuti i carabinieri, i quali, ad arte, hanno fatto in modo che la donna cercasse di abbindolare una certa signora. E quando la Povoli ha cominciato gli approcci l’Arma è intervenuta, facendo cessare, con l’arresto la serie di truffe ”.

Un’affermazione ripresa anche nell’edizione del “Giornale di Brescia” di mercoledì 16 settembre 1953 nella quale, a seguito dei veloci sviluppi relativi alla messa in sacco del singolare personaggio, pubblicava, a tre colonne, un articolo dal titolo “Contro la sedicente ragioniera spiccati quattro ordini di cattura” e nel quale, tra l’altro, si precisava: “Come già si è detto ieri, la Povoli, valendosi di una spigliata parlantina e vantando titoli e conoscenze inesistenti, andava promettendo a destra ed a sinistra posti di lavoro, offriva merci le più svariate e naturalmente, sorprendendo la buona fede di alcune donne dalle quali si era fatta ospitare, riusciva ad ottenere anticipi di varia entità. La disonesta attività della Povoli venne però interrotta dall’intervento dei Carabinieri ai quali si erano rivolti alcuni dei truffati. Quattro specifiche denunce sono state così presentate all’Arma e da queste è risultato che la sedicente ragioniera nonchè nobildonna era riuscita a spillare da una parte 56mila lire, da un’altra 15mila e da altre due ancora cinquemila. La Povoli cambiava facilmente generalità servendosi spesso dei nomi Luisa Poalini e Licia Lanera: otteneva i quattrini, cambiava aria e non si faceva più vedere”.

Le evoluzioni della donna avevano attecchito a Brescia ed in provincia, andando da parte sua, a proporzionarsi in promesse allettanti di impiego, come quella di un collocamento a Sanremo, e di altri ventilati affari che, nella sintesi di questo capitolo della allora sua ancora giovane vita, si erano rappresentate nella rosa sfiorita di un finale alfanumerico, divulgato dall’accennata testata del quotidiano bresciano, tra le pagine pubblicate domenica 11 ottobre 1953. Se a lei si confaceva il peso delle cifre di un anno e giorni 10 di reclusione e di diecimila lire di multa, era stato perché l’imputata, davanti al Pretore di Brescia, si era trovata a “rispondere delle seguenti truffe: a Bianchetti Luigia e a sua madre, lire 50mila; a Guelfi Elvira, lire 5mila (prima 2mila poi altre 3mila), a Pelizzari Emma lire 8mila, a Orizio Natale lire 8mila, a Fedriga Laura lire 10mila, a Guelfi Emma lire 15mila”.

Destinato, dalla parabola in corsa degli aspetti connessi al suo particolare assortimento, ad essere raccolto nella ferma visibilità della carta stampata che ne sottolineava la particolarità avventurosa dell’evento, era pure, in quegli stessi giorni, il caso di un altro indotto camuffamento, interessante nel rappresentare un frammento, colto a parte di quel mosaico in cui si strutturava il contesto sociale del tempo dove l’emigrazione italiana si poteva scorgere, a volte, anche all’ombra della clandestinità, analogamente a quanto, fatte le debite differenze, lo stesso tema sembra possa curiosamente apparire all’attenzione della contingenza di un attuale rovesciamento che, rispetto a quegli anni, è sperimentato invece nel riflesso dalle altrui nazionalità immigrate, attraverso la diaspora del sopraggiunto ed epocale mutamento, innestatosi fra le geografie attraverso un ridisegnato e stretto accostamento, fra commistioni d’incontenibile apparentamento, che il “Giornale di Brescia” di martedì 15 settembre 1953 affrontava, in relazione agli emigranti di allora, nel riferire che: “Dalla motonave Augustus, l’altra sera, è stato sbarcato a Genova e consegnato alla polizia del Porto, insieme con due meridionali, provenienti da Barcellona e responsabile di espatrio clandestino, un giovanotto la cui storia si è conclusa appunto a Barcellona, con l’arresto da parte di quella polizia. L’autista Giacomo Brevi fu Angelo, di anni 25, da Pontoglio, il 2 agosto dello scorso anno, valicava il Piccolo S. Bernardo e riparava in Francia, recandosi a Parigi. Colà, dopo una ventina di giorni, cadeva in una retata della polizia e si sentiva porre il dilemma: o arruolarsi nella Legione Straniera o essere processato per l’entrata clandestina in Francia. Il Brevi scese la Legione e così fu avviato al centro di addestramento a Sidi Bel Abbes, dove fu incorporato in un reparto di stanza verso la frontiera del Marocco spagnolo. Una ventina di giorni fa, stanco della vita legionaria, disertò, riparando nel Marocco spagnolo dove è stato arrestato, tradotto a Barcellona e consegnato al nostro Console che lo faceva imbarcare sull’Augustus”.