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Leno (Brescia) – L’abbinamento fra l’espressione artistica e l’operosa manifestazione del lavoro, inteso pure in una concorde compartecipazione d’intesa altruistica, pare sia stato spiegato nel carisma della regola dei monaci benedettini, enunciata emblematicamente, in un’estrema sintesi, attraverso il motto di “Ora et Labora” che attiene particolarmente al patrimonio religioso e culturale di quelle località dove tale realtà monastica ha influito in una pervadente caratterizzazione locale.

E’ questo anche il caso di Leno, dove, memore dell’antica abbazia dei padri benedettini che anticamente si ergeva a preminente riferimento territoriale, l’on. Egidio Ariosto, allora sottosegretario ai Trasporti, vi coglieva, durante il suo discorso inaugurale innanzi all’esposizione lenese del marzo 1954, il singolare connubio che si era instaurato fra una cospicua mostra d’arte, rappresentativa di numerosi autori, ed il comparto agricolo ed artigianale dell’allora incipiente edizione della fiera annuale del paese, organizzata a ridosso della ricorrenza di san Benedetto.

Tra le pagine del “Giornale di Brescia” di sabato 20 marzo 1954, la cronaca, pubblicata a margine dell’esordio della tradizionale proposta fieristica, menzionava i vari significati legati al fatto che “il Sottosegretario ai Trasporti ha avuto parole di elogio per gli organizzatori che hanno saputo allestire una mostra così importante per l’incremento agricolo ed artigiano che essa darà nella zona, sottolineando, infine, i due aspetti della manifestazione: la fedeltà al motto dei benedettini, fondatori del paese, che del lavoro avevano la più alta concezione e la elevazione dello spirito che si vuol ottenere attraverso la mostra di pittura, allestita nell’ambito della fiera”.

Oltre ai 150 espositori, distribuiti in circa quattromila metri quadrati, la sede comunale di Leno condensava, allo scoccare della primavera di quell’anno, un’alta ispirazione culturale, volta a dare spessore contenutistico alla iniziativa stessa espositiva, attraverso l’allestimento di “un completo quadro panoramico della pittura italiana del ‘900, costituendo una rassegna quale mai a Brescia era stata data di vedere”, come ancora fra le righe del citato articolo era, fra l’altro, proporzionata la notizia, secondo il quotidiano locale.

Quotidiano che, nell’uscita in stampa di mercoledì 10 marzo 1954, aveva già dato risalto, nella pagina “Vita della Provincia”, alle caratteristiche salienti con le quali la fiera di san Benedetto avrebbe di lì a poco dettagliato il tenore artistico della propria edizione, specificando, nel numero di ottanta autori ed in un centinaio di loro opere esposte, il risultato dell’organizzazione logistica, alla quale aveva concorso, per tale obbiettivo, l’avvocato Pietro Feroldi (1881 – 1958), appassionato collezionista d’arte, ed il cavaliere Angelo Regosa, sindaco di Leno.

In tale contesto, il paese della Bassa bresciana si era trovato al centro delle molteplici correnti espressive che, al mondo artistico contemporaneo, riconducevano, in un’esplicita ed in un’efficace formulazione evocativa, la rispettiva ricerca espressiva degli artisti di una determinata fase storica dell’evoluzione compositiva, interpretata dai più noti ed affermati autori italiani moderni che, nel caso della mostra lenese di quell’anno, emerso nel difficile dopoguerra, riguardavano, nella quasi totalità, i pittori, in quanto, come scultore, pare fosse presente solo Domenico Lusetti che, come ha scritto il verace Giannetto Valzelli sul “Giornale di Brescia” di venerdì 26 marzo 1954, vi partecipava attraverso “l’adusto ritratto del padre e due soavi Madonne”.

Una interessante serie di artisti era rappresentata da un paio di opere ciascuno, in relazione alla disponibilità dei manufatti raccolti nella ricca esposizione che recavano le firme di Carlo Carrà, Felice Casorati, Giorgio De Chirico, Ardengo Soffici, Ottone Rosai, Giorgio Morandi, Filippo De Pisis, Mario Sironi, Massimo Campigli ed Arturo Tosi.

Con, invece, una sola opera a testa, l’improvvisata, ma ragionata, capitale bresciana dell’arte contemporanea, strutturata nell’ideale cornice d’ascendenza benedettina di una laboriosa sagra popolare, erano invece rispettivamente riconoscibili i pittori: Virgilio Guidi, Mario Mafai, Achille Funi, Piò Semeghini, Fausto Pirandello, Piero Marussig, Bruno Saetti, Mario Tozzi, Gino Severini, Gianfilippo Usellini, Renato Guttuso, Renato Birolli, Luigi Barbilini, Giuseppe Migneco, Aligi Sassu, Ernesto Treccani, Attanasio Soldati, Mauro Reggiani, Mario Radice, Giusepe Aimone, Bruno Cassinari, Ennio Morlotti, Gino Meloni, Carlo Dalla Zorza, Umberto Vittorini, Enzo Morelli, Gianni Vagnetti, Raffaele De Grada, Alberto Salietti, Mario Vellani Marchi, Giovanni Brancaccio, Arturo Martini, Felice Carena, Primo Conti, Bernardino Palazzi, Silvio Consadori, Leonardo Borghese, Vincenzo Ciardo, Nino Springolo, Ottavio Stefennini, Giuseppe Cesette, Amerigo Bartoli, Aldo Carpi, Giuseppe Montanari, Renato Vernizzi, Carlo Prada, Renzo Bongiovanni Radice, Ugo Bernasconi, Umberto Lilloni, Angelo Del Bon, Donato Frisia, Giuseppe Novello, Manlio Giarrizzo, Franco Gentilini, Domenico Cantatore, Fiorenzo Tomea, Enrico Paolucci, Orfeo Tamburi, Luciano Gaspari, Domenico Purificato, Nino Perizi, Mario Devetta, Saverio Barbaro, Nino Caffè, Fioravante Seibezzi, Fulvio Pedini, Roberto Melli, Ferruccio Ferrazzi, Piero Gaudenzi, Gregorio Sciltian, Cesare Monti, mentre al pittore bresciano Carlo Salodini sembra fosse dedicata una, testualmente riferita, “saletta”.

Fra gli altisonanti nomi di tale ingente stuolo di artisti, già titolari di conclamato successo e di chiara fama, le cronache del tempo attestavano, nella mostra, anche il possibile riscontro di alcune opere pittoriche notorie, come i “Gladiatori” di Giorgio De Chirico (1888 – 1978) e di quella dal titolo “La moglie dell’architetto” di Mario Sironi (1885 – 1961).

A margine di tale evento che aveva tappezzato di pregiate opere d’arte di valore un mirato sfondo creativo, definito ad attrattiva collaterale di una tutt’altra pasta di manifestazione, invece centrale, della fiera agricola ed artigianale lenese, alcune considerazioni pare avessero, in quegli stessi giorni, rovesciato gli equilibri di tale impostazione, ponendo, di fatto l’interrogativo se una mostra di tale portata non fosse invece meglio accolta e ancor più valorizzata a Brescia ed avere quindi i riflettori esclusivi puntati sulle proprie lusinghiere pertinenze, in relazione ad una ampia e ad una ricca varietà artistica, quale silloge poderosa di una profusione espressiva in grado di testimoniare, a più voci compositive, la variegata impronta del primo mezzo Novecento d’arte italiana.

In questo senso, Giannetto Valzelli scriveva, a quattro colonne, un articolo di apertura della pagina denominata “Vita della Provincia” del “Giornale di Brescia” di venerdì 26 marzo 1954, intitolandolo “La rondine ha portato a Leno il fiore della pittura italiana”, mentre appena sotto tali caratteri cubitali, i punti fermi della notizia erano impressi nei termini: “Scarso il numero dei visitatori – Perché non si porta la bella rassegna a Brescia?”.

Pare che a tale proposta culturale sette giorni d’apertura fossero bastati per enumerare solo trecento visitatori che al caustico autore dell’articolo accennato sembra abbiano, tra l’altro, ispirato lo scrivere: “Accade anche questo nella nostra grassa provincia addormentata: che la rondine di San Benedetto arriva col fior fiore dell’arte nel becco, ma pochi la guardano, hanno altro da fare, le bestie da vendere, l’erba da sarchiare”.

La proposta provocatoria, emergente dal comprovato contributo giornalistico che attingeva dal bilancio dell’iniziativa, si leggeva, fra le argomentate considerazioni espressevi, che “Neanche il sindaco Regosa ed il vicesegretario Doninelli sono profeti in patria. Hanno sudato sette camicie per regalare alla loro gente una manifestazione che Brescia invidia e, se non si sono avute le beffe, è già tanto. Pazienza: un altr’anno, invece che di quadri, organizzeranno una mostra di fumetti con Bartali e Coppi che sbuffano per stare alla ruota di Martinelli. C’è da credere – così va il mondo – che il successo sarà assicurato e bisognerà mettere un vigile a disciplinare l’afflusso su per le scale del municipio”.

Avanzando per il futuro, in una possibile ed in una rassegnata veggenza, che “dall’indifferenza la ricca rassegna potrebbe anche passare a mietere consensi in una galleria cittadina”, all’appassionato ed autorevole giornalista l’intelligente pensiero critico instillava anche la poetica e pungente constatazione che “i mitici cavalli che scalpitano in alcuni quadri sono fratelli dei purosangue che irrompono sulla pista cinta di erbe e di grano. Questa è una primavera da registrare solennemente nelle cronache del Comune di Leno che fa parlare si sé perché si interessa solo di biolche e si comporta come se dovesse avere i più celebri pittori contemporanei “in gran dispitto”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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