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BOLOGNA – Provo dolore profondo nel ricordo di tutti coloro che sono morti a Bologna. Non si tratta solo dei cari che ho perduto io, i miei due figli e mia moglie, ma di tutte le persone che sono venute a mancare e di tutti coloro che sono rimasti feriti. Non vanno dimenticati”. 

Quando parla di quel che accadde alla sua famiglia il 2 agosto 1980, immerso nel cicalìo di Villa Torchi, Horst Mäder fatica a trattenere le lacrime. Quel giorno era di ritorno da Ferrara, fermo in stazione in attesa della coincidenza con il treno che l’avrebbe dovuto riportare in Germania insieme alla moglie, Margret, e tre dei suoi quattro figli: Kai, Eckhart e il più grande, Holger.

Per la prima volta erano riusciti a mettere un po’ di soldi da parte per concedersi una vacanza al mare in Italia, a Lido di Pomposa. Poi improvvisamente, alle 10.25, mentre si alzava per portare la valigia nel deposito bagagli, lo scoppio della bomba. Kai Mäder, 8 anni, Eckhart Mäder, 14 anni, e Margret, non ci sono più. È proprio Horst a ritrovarne i resti, scavando con le sue mani tra le macerie.

Un'immagine del 2 agosto 1980
Un’immagine del 2 agosto 1980

“Per me è stato molto difficile essere qui oggi”, sussurra. Horst Mäder non era mai più ritornato a Bologna da quel giorno di 39 anni fa. La spinta l’ha maturata nel corso degli ultimi due anni, da quando nel 2017 le storie dei suoi figli e della moglie furono rievocate dai narratori del ‘Cantiere 2 agosto’, insieme a quelle delle altre 83 vittime della strage, in diversi luoghi della città.

“A spronarmi è stato il desiderio di comprovare la mia solidarietà e di mostrare agli altri che ci sono e ci sarò”. Questo gesto è stato accolto con commozione da parte di tutta la cittadinanza, in particolar modo dagli altri familiari delle vittime, con i quali non aveva mantenuto alcun legame mentre ricostruiva la sua vita in Germania. In molti, tra cui il presidente dell’associazione Paolo Bolognesi, il sindaco Virginio Merola e l’arcivescovo monsignor Matteo Maria Zuppi, si avvicinano per stringergli la mano e porgergli ancora una volta le condoglianze.

Una volontà, quella di prendere le distanze da tutto e tutti per ritirarsi nel proprio dolore, che Horst ha coltivato anche rispetto alle vicende processuali.

“Ovviamente apprendevo quello che stava accadendo dalla stampa, dai giornalisti, ho seguito e sono venuto a conoscenza delle varie notizie. Ma per me non è il punto più importante: quello che mi interessa di più è il dolore dei familiari”.

Tanto che, domandandogli se sappia qualcosa riguardo al processo a carico dell’ex terrorista nero dei Nar Gilberto Cavallini, accusato di concorso nella strage, e dell’inchiesta in corso sui mandanti, Horst Mäder scuote la testa. 

“Ho deciso di tornare per dare un chiaro segnale di solidarietà e per mettere un punto fisso e chiarire che una cosa così non può succedere mai più. Soffro per tutte le vittime del 2 agosto, non si tratta solo della mia famiglia, si tratta di tutti”.

Quello di oggi al parco di Villa Torchi è il primo evento pubblico al quale Mäder partecipa, una cerimonia che ogni anno si svolge nel piazzale centrale per commemorare i sette bambini vittime, davanti al cippo che ne ricorda i nomi.

Tra di loro sono incisi anche quelli di Kai e Eckhart, davanti ai quali Mäder si sofferma per diversi minuti.

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Redattore Sociale
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