Sopravvivere alla morte per un paio di mesi. Tanto tempo era servito alla ferale notizia, perché, da un emisfero all’altro, l’annuncio del proprio decesso giungesse a destinazione, nei vari luoghi dove più poteva risultare percepito, come evento calzante su tutto un indotto epocale che sapeva reputargli il conseguente interesse.

Sant’Elena, nell’Atlantico australe, è un remoto sito insulare per quella stessa Europa che Napoleone era stato, lì per lì, a dominare.

In quella sperduta isola del proprio esilio forzato, “Nabulio”, come era chiamato in famiglia da piccolo, era deceduto il 5 maggio 1821, ma, ai territori, prossimi o coincidenti, al suo intenso guerreggiare, l’eco, propria della sua dipartita dalla scena di questo mondo, era giunta solo nel mese del luglio seguente.

Anche a Brescia, dove Napoleone era stato pure di persona ed aveva avuto gregari di prim’ordine, come fra gli altri, il nobile Giuseppe Lechi, fra i suoi generali, oltre ad un non indifferente numero sparso di militari che, sulle pianure più disparate dei campi di battaglia, fino alle distese russe, adagiate sulle profondità di spazi sovrumani, lo avevano seguito, condividendone, in una quota parte, le di lui memorie, nelle avventurose e micidiali sfide bellicose ingaggiate.

Oltre alla città di Brescia della quale ne aveva, fra l’altro, ridefinito lo stemma, Napoleone I era stato, per così dire, ospite, nel bresciano, a “Villa Morando” di Lograto e, tra diverse altre sue locali contingenze, come, ad esempio, a Montirone, a Castenedolo ed a Desenzano, c’era stato pure il suo passaggio, anche a Barbarano, nell’antico palazzo “Terzi – Martinengo”, in riva al lago di Garda.

Prima del suo arrivo, in questa antica struttura tra la litoranea ed il lago, un’ostinata formazione francese aveva qui tenuto testa agli austriaci, nell’estate del 1796, che, a loro volta, l’avevano cinta d’assedio, in tale dimora gentilizia, quando, una leggenda del posto, ormai perduta, ma documentata nell’Ottocento dallo scrittore Lorenzo Ercoliani (1806 – 1866), voleva che uno degli assediati, a nuoto e nottetempo, si fosse mosso a chiedere rinforzi amici, a favore della resistenza in atto entro questo improvvisato baluardo, eretto in nome di un allora giovane Napoleone, anche alle prese, in quel tempo, con i territori benacensi e dell’entroterra gardesano, rimasti con Venezia, piuttosto che parteggiare, per quello o per quell’altro, invasore.

Tra le circostanze, nell’ambito delle quali, la figura di Napoleone si allineava alla composita realtà di Brescia, per dirette od indirette implicanze, comunque anche esorbitanti dai piani istituzionali entro quelli personali, pareva pure situarsi il suo apparire nell’edizione del, testualmente detto, “Giornale della Provincia Bresciana” di venerdì 20 luglio 1821 dove era data informazione del suo trapasso, a proposito del quale, la storia sopraggiunta ne enumera, con il 2021, il bicentenario, all’epoca descritto nel contenuto dell’evento luttuoso, riferendo che “Ieri si sono ricevuti per via straordinaria i giornali inglesi del 4 corrente: La morte di Napoleone Bonaparte vi è ufficialmente annunciata. Ecco, in quali termini il Courier, foglio ministeriale, pubblica la notizia: Napoleone Bonaparte non è più: egli morì il 5 di maggio, alle ore 6 della sera da una malattia di languore che lo riteneva a letto da più di quaranta giorni. Egli chiese che, dopo la sua morte, il suo corpo fosse aperto, onde si riconoscesse se la sua malattia fosse uguale a quella che troncò i giorni del padre suo, cioè un canchero nello stomaco. La sezione del cadavere provò, infatti, ch’egli non erasi ingannato nelle sue congetture. Napoleone conservò l’uso della mente fino all’estremo giorno e spirò senza dolore. Ecco, l’estratto di una lettera di S. Elena del 7 di maggio: Bonaparte è morto sabato 5, dopo una malattia di 6 settimane, la quale non aveva preso un carattere grave che negli ultimi quindici giorni. Il canchero che gli rodeva lo stomaco aveva prodotto una larga esulcerazione. Le sue spoglie mortali furono esposte sino da ier sera, dopo che l’ammiraglio, il governatore e le altre autorità le ebbero visitate. Quantunque la sua malattia non si fosse dichiarata in sulle prime, in modo da inasprire i timori, egli dicea di non poter risanare. In breve, i medici stessi, ne furono persuasi. Dicesi che cinque o sei ore, prima di morire, egli abbia dato istruzioni, relativamente ai propri affari ed alle proprie carte; chiese che il suo cadavere fosse aperto, affinchè suo figlio potesse essere informato sulla qualità della sua malattia. Crediamo che egli abbia lasciato un testamento, il quale con tutte le altre sue carte, sarà spedito in Inghilterra (…)”.

Nella medesima pagina, si tracciava la sequenza vincente dell’estrazione che, rispetto alla data del giornale stesso, era più recente, riferendosi all’unica ruota di Milano, con i numeri 13, 88, 4, 15, 46, a guarnizione di una edizione dove i lettori bresciani, pure, con queste pagine, destinatari della notizia della morte di Napoleone, si trovavano, al tempo stesso, aggiornati delle ultime novità del locale cenacolo culturale del perdurante “Ateneo” cittadino, in relazione al quale si notiziava che alla giornata del 15 luglio 182, durante un incontro della sessione ordinaria di questa istituzione, “(…) ha letto il sig. professor Cesare Arici, socio attivo, la versione poetica del XII libro dell’Eneide”.

Le vicende di quest’epica opera classica evocavano, nell’accennata parte conclusiva di tale poema, la definizione ultima della loro intensa e combattuta proiezione di contenuti, nelle gesta del protagonista, Enea, alla conquista della gloria, osservata nella dinamica di una tumultuosa narrazione, giunta nella sua parte finale che poneva termine a tale componimento, compromesso con il profilarsi esplicativo di un dato contesto, similmente allo scendere il sipario sul noto personaggio, alla fine morto a Sant’Elena, a cui si doveva, nell’orbita personale di una autentica e da lui inaugurata veste originaria, l’affermazione dell’emblematico marchio napoleonico.

Ancora, secondo il medesimo giornale bresciano, ma del 27 luglio 1821, emerge l’attestazione di un presumibile itinerario compiuto dentro di sé da parte di Napoleone, avendo egli scritto le sue memorie durante l’esilio atlantico, come erano citate nella pubblicazione, secondo un’opera, stranamente ed a quanto pare, non così nota e divulgata, almeno, come risulta, al contrario, essere l’immagine del suo stesso autore, per la considerazione, invece, che insiste su di lui, ma che sembra sorvolare sui mezzi, anche autobiografici, a disposizione dei posteri, come nel caso di tale memoriale, per poterne intendere la figura ed incontrarlo davvero.

Dopo aver additato la strada della gloria, ottenuta in una sete di conquista ostinata, Napoleone pare abbia pure insegnato la strada dell’esilio che sembra sia nel cuore di ognuno che abbia un certo livello di cognizione di causa ed effetto, per quanto riguarda i meccanismi che muovono la vita in uno struggente anelito rivolto alla ricerca di sé. Esperienza, metaforicamente parlando, del sentirsi orientati altrove, rispetto all’ambito immediato di una contingente caratterizzazione, nella necessità di quel completamento che segue i fili imbastiti in una trama evocativa delle diverse stagioni di vita nelle quali ricucire le lacerazioni avvenute nel passato, provvedendo ad una nobilitante rifinitura, per il margine di tempo a venire, conoscendo meglio, il proprio scibile.

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