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Milano – Il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, le artiste Silvia Levenson e Natalia Saurin presentano il terzo atto del progetto Il luogo più pericoloso , a cura di Antonella Mazza.

L’opera “Il luogo più pericoloso” consiste in piatti da cucina di uso quotidiano, in ceramica, decorati con frasi estrapolate dai media per minimizzare episodi di cronaca legati alla violenza o usate dal violento per motivare il suo gesto, che testimoniano la guerra troppo spesso consumata all’interno delle mura domestiche.

L’intento è far parlare di questa emergenza umanitaria e sottolineare la comunicazione distorta e misogina legata alla divulgazione delle notizie delle violenze, che colpevolizzano la vittima, causando un gravissimo equivoco culturale, tanto antico quanto diffuso ed attuale.

Il terzo atto del progetto Il luogo più pericoloso è un video che verrà inserito, grazie al prezioso sostegno del Comune di Milano, nel palinsesto dei maxi impianti Urban Vision situati a Roma e a Milano, che il 25 Novembre hanno trasmesso una campagna di denuncia contro la violenza sulle donne, da un’idea di Gianluca De Marchi in collaborazione con il Gruppo 25 Novembre e l’associazione Crisi Come Opportunità.

Tommaso Sacchi, Assessore alla Cultura del Comune di Milano, spiega che “consapevole del retroterra culturale che sta dietro a ogni parola e a tutti i luoghi comuni, sono convinto che un’iniziativa performativa come questa può efficacemente sollecitare l’attenzione critica di ciascuno nell’uso delle parole e contribuire a modificare il pensiero che ancora anacronisticamente le sostiene”.

Diana De Marchi , Presidente della Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili del Comune di Milano, aggiunge: “Sostengo con forza questa nuova versione del progetto Il luogo più pericoloso perché è uno strumento molto efficace per contrastare gli stereotipi, è necessario riconoscere anche le parole che feriscono e umiliano per fare prevenzione e riuscire a eliminare la violenza sulle donne”.

Questo video si pone come la conclusione di un progetto in tre atti che prende spunto da un rapporto delle Nazione Unite del 2018, secondo cui il luogo più pericoloso per le donne è la propria casa.

Si stima che delle 87.000 donne uccise nel mondo nel corso del 2018, circa 50.000 (il 58%) sono state assassinate da compagni o membri della famiglia. Oltre un terzo è stato ucciso dai partner, attuali o ex, e solo in Italia 137 sono state uccise da membri della famiglia.

L’installazione è stata presentata per la prima volta nel 2019 a Firenze, a cura del Museo del 900 e Sergio Risaliti, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne.

Il 25 novembre del 2020 i piatti avrebbero dovuto essere esposti nel cortile di Palazzo Reale a Milano nel Palinsesto I Talenti delle Donne ma a causa della pandemia la mostra è diventata un’azione in Piazza Duomo in cui le artiste Silvia Levenson e Natalia Saurin, madre e figlia, con la curatrice Antotella Mazza e altre donne sono state fotografate con i loro piatti da Marco Del Comune

L’ulteriore evoluzione del lavoro nel 2021 è un video che documenta la rottura dei piatti con le parole usate dai media che banalizzano e minimizzano la violenza sulle donne, che verrà proiettato in varie città italiane: Milano, Torino, Verona, Biella, Genova, Roma, Salerno, Potenza e tante altre.

I piatti rotti nel video sono stati realizzati durante un laboratorio collettivo condotto da Natalia Saurin e Silvia Levenson nei Chiostri di Santa Caterina a Finalborgo, luogo dove sono state realizzate anche le riprese del video.

L’installazione Il luogo più pericoloso parla di una guerra che si consuma nelle nostre case, e le frasi scelte parlano di desiderio, di controllo, di rapporto di potere, parole dette da uomini incapaci di gestire il rifiuto o il fallimento di una relazione sentimentale ( mia o di nessuno, ti picchio ma ti amo, è stato un raptus, etc), parole che distorcono la realtà della violenza contro le donne: il femminicidio non è la conseguenza di un improvviso e momentaneo impulso violento ma l’esito di un continuum di violenze che durano nel tempo. Così come a uccidere non è la gelosia, ma l’atto violento di un oppressore che vuole controllare la partner.

Come scrive Nadia Somma, attivista presso il centro antiviolenza Demetra: “ Svelare la violenza maschilista o patriarcale invece che parlare di raptus, di passione o gelosia può fare la differenza tra la morte o la vita delle donne, tra l’iniquità e la giustizia”.

Giovedì 25 novembre c’è stato un gran rumore di piatti rotti in tutta Italia!

È tempo di rompere i luoghi comuni, cambiare il paradigma culturale e la visione patricentrica che governa da sempre le nostre relazioni.

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