Brescia – Nella primavera inoltrata del 1953 l’isola del Garda si era rivelata provvidenziale per la fine di una tormentata avventura sperimentata sulle acque del lago in tempesta.

Villa Borghese che in tale località si erge a solenne architettura gentilizia, ispirata allo stridore malinconico lacustre riflesso nel suo stile neogotico veneziano, aveva aperto le porte a due naufraghi condotti al sicuro da alcuni pescatori. A natura placata, gli uomini del lago li avevano raccolti esausti dopo più di un giorno da loro trascorso in balia delle onde.

E’ storia di questo sito lacustre essere prossimo al limitare di situazioni sospese al confine di fluttuanti spazi aperti tra gli elementi dell’aria e dell’acqua dove, fra il cielo ed il lago, si inoltra come un’estrema lingua di terra in modo che la costa più vicina alle sue spalle non la distanzi in una maggior misura della sua stessa lunghezza e prima che l’orizzonte si perda in un possibile ultimo sguardo, privo di alcun riferimento tra le maggiori vastità della geografia navigata del luogo.

Comunicando un po’ in italiano ed un poco in francese, i sopravvissuti alla furia improvvisa dei venti e delle acque scatenate del lago avevano fornito materia per quella cronaca che il “Giornale di Brescia” ha poi documentato sulle pagine dell’edizione di martedì 12 maggio 1953 dove il contatto con l’isola “Borghese – Cavazza” si denota a felice riscontro della speranza in un miracolo da parte dei “due studenti di Medicina dell’Università di Monaco di Baviera, ospiti presso l’Albergo Sole di Peschiera del Garda” che si erano trovati in seria difficoltà, nel corso di una lunga gita in barca a remi il sabato prima.

Il lago pare avesse dato un primo avviso che non era giornata buona per sfidarne le rotte invisibili, nascoste dalle sue onde indivisibili che sono imbastite nei mutevoli frangenti dell’insondabile destino sovrapposto alle molteplici vicissitudini che l’hanno colto a teatro di innumerevoli vicende itineranti, verificatesi ad impronta perenne dei rispettivi naviganti.
Il ventisettenne Karl Oberdieck di Herlangen (Baviera) ed il ventitreenne Hassam Haschemi di Teheran, una volta partiti il sabato di buon mattino dalla località del Basso Garda Veronese, nella quale alloggiavano, salpando con una barca a remi presa a noleggio, avevano dovuto riparare nel porto di Torri del Benaco per un primo temporale incontrato in prossimità di Punta di San Vigilio.

Zona pur essa prospiciente la litoranea veronese che gli stessi gitanti avevano lasciato alle spalle dopo non comuni difficoltà per superare gli elementi avversi che le condizioni meteorologiche temporalesche solitamente comportano, anche sul pelo dell’acqua dolce dei chiusi bacini lacustri, riservando al lago il plumbeo colore di un funereo manto di pece, suscitante un cupo ed inquietante timore.

Passato il temporale e cessato il vento, i due lasciavano Torri puntando verso Manerba, ma nonostante le loro vigorose remate dopo qualche ora i due si trovavano ancora al largo e la costa era ancora lontana”.

Intanto, calava la sera su quella bizzarra giornata di maggio. Con le prime avvisaglie serotine il lago avanzava il resto della partita ancora aperta con i due giovani rematori ed alzava la posta in gioco con una più dura ed ardua scommessa che solo con la parte del racconto ambientato tra le sicure ed accoglienti mura di Villa Borghese, sull’isola del Garda, tracciavano il senso di un sollievo finalmente provato per avere superato le ambasce di una deriva sperimentata in un’impari lotta con le acque del lago: “Quando mi risvegliai ero in un comodo lettino ed il sole picchiava tra le imposte socchiuse: Il mio amico che, nel frattempo, si era già rimesso, sorseggiava una buona tazza di caffè con latte, seduto sul davanzale della finestra. Fu allora che egli mi raccontò dei pescatori che ci avevano salvato e trasportato nella Villa Borghese dell’isola del Garda”.

Un’informazione, accolta contestualmente alla rinascita sensoriale della recuperata coscienza e compresa nella sopravvivenza pienamente percepita sulla scena di questo mondo, che era suonata anche a svelata rivelazione dell’avere prima pure sbagliato rotta, in quanto anziché puntare, remando, verso il faro di direzione preso a riferimento per la loro navigazione, prefissato in bocca al panorama di Sirmione, per poi ripiegare su Peschiera, avevano per errore mosso tutti i loro sforzi verso Manerba, dilatando l’intento dello sperato ritorno in un mancato indirizzo, assommatosi ad un deleterio riscontro con l’insorgere di un peggioramento delle condizioni climatiche, riemerso dalla pancia rigonfia del Benaco, in un ostile confronto.

Gli sprovveduti protagonisti della drammatica vicenda avevano, in questo modo, raggiunto il culmine di quanto poi si è affidato al puntuale resoconto di cronaca del quotidiano bresciano, raccontando di avere cercato di raggiungere la terraferma, “nonostante le altissime onde e le violente raffiche di vento facessero traballare la nostra piccola imbarcazione. Passammo così alcune ore aggrappati ai sedili della barca finchè finimmo proprio in mezzo alla tempesta. Immaginatevi la nostra inquietudine: attraverso la foschia e le raffiche della pioggia vedevamo di tanto in tanto le luci della costa. Cercammo disperatamente di remare puntando verso sinistra, ma un’onda più forte ci strappò via un remo. Battendo i denti per il freddo, io ed il mio amico che, tra l’altro, si era adagiato sul fondo semisommerso di acqua della barca e si contorceva per i dolori addominali fortissimi, non ci rimase altra alternativa che di sperare in un miracolo”.

Dopo tanto girovagare, affievolitesi le spire del devastante e tumultuoso vortice di angosciosa paura, la debolezza aveva avuto quindi il sopravvento, ma non prima di aver fatto udire nell’aria alcune voci in lontananza.

Quell’indefinito timbro umano, come ultimo particolare di vita che era stato vagamente inteso prima del crollo fisico nell’incoscienza, anticipatrice del fortunato avvento del successivo lieto risveglio, era stato per i naufraghi segno di salvezza.

Era già notte inoltrata quando, ormai ridotti all’estremo delle possibilità, io intesi delle voci: volli gridare, ma me ne mancò la forza, tanto ero sfinito. Poi non compresi più nulla”: si legge tra i particolari narrati, a proposito dell’arrivo dei pescatori.

Il lago aveva rinunciato alle sue prede per affidarle a quell’isola dalla quale sarebbero state a loro volta catturate e ghermite da una perenne e riconoscente memoria.

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.