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di Luciana Piovani

2 ottobre – Il silenzio, la fatica, l’emozione
Al via di entrambe le gare ci siamo resi conto che il numero dei partecipanti è variato: sono diminuiti i partecipanti della 42 km, passati a 27 atleti, mentre sono aumentati quelli dei 21 Km incrementando la partecipazione femminile al percorso più breve, raggiungendo in totale i 18 partecipanti.

Gli organizzatori ci avevano illustrato il percorso spiegando che il primo tratto sarebbe stato caratterizzato da sabbia, il tratto finale da 5 km di sabbia soffice e insidiosa e nella parte centrale ancora tanta sabbia! Sono stati di parola!
Ma la fatica e lo sforzo sono compensati dalla bellezza incontaminata del deserto, dal silenzio che libera la mente da ogni tribolazione, dall’aria pura, dal cielo così azzurro e terso.

Al via partiamo tutti in fila per due, come se ci fossimo messi d’accordo, per seguire le tracce lasciate dai quad. Il ritmo sembra già abbastanza veloce per me, perché penso che devo risparmiare le forze per affrontare tutto il percorso, ma succede sempre così, ci si lascia condizionare dagli altri.

Il percorso è tracciato dai segni lasciati dai quad e ogni 5/6 km c’è una vela arancione con l’eventuale cambio di direzione. Il medico, instancabile, continua avanti e indietro a controllare il nostro stato di salute e ci chiede come stiamo. Ciò è tranquillizzante, ma so anche che se lo ritiene necessario, può farti sospendere la gara.

Purtroppo al 10° km, l’intestino che al mattino, troppo presto, non aveva collaborato, ora protesta e pretende attenzione: dovrò fermarmi per ben 2 volte, rompendo il mio ritmo, perdendo tempo prezioso e staccandomi dal gruppo con cui viaggiavo. E’ un problema che tutti i podisti cercano di evitare sia perché compromette la corsa sia per l’imbarazzo. Per fortuna non c’è nessuno in giro, solo qualche puntino colorato davanti e alcuni dietro, ma non è possibile calcolare la distanza, potrebbero essere anche 3 o 4 km.

Comunque mi sento bene, tengo sotto controllo la mia frequenza cardiaca e rallento un pochino per stare nei parametri corretti per me, per la mia età e per il mio peso e, naturalmente arrivare alla fine in buone condizioni. Non è di fondamentale importanza per me impiegare 10 minuti in più. Mi rendo conto che i tempi sono diversi sia per le condizioni climatiche, sia per il fondo: la sabbia assorbe tutto l’impatto del piede e non vi è alcuna spinta di ritorno.

La cosa che apprezzo di più è il silenzio; sento solo il crepitio delle scarpe quando calpestano la crosta di sale incontaminata e, a tratti, il sibilo del vento nelle orecchie. Nella mente ci sono solo pensieri positivi, completamente sganciati dalla vita frenetica di ogni giorno. Il pensiero è solo su di me, dove sto andando, felice di essere lì a godermi lo spettacolo del deserto ed apprezzare la bellezza della natura. Mi sento molto più vicina a Dio.

Se al mattino presto il Chott sembrava spruzzato di brina (ma è sale) ora brilla sotto i raggi di sole come se qualcuno si fosse divertito a cospargere brillantini e il deserto si fosse vestito a festa per noi. Oltre al caldo che si percepisce e i raggi di sole che bruciano sulla pelle, danno molto fastidio le mosche. E’ incredibile quante ce ne siano! Si appiccicano a tutto il corpo, entrano persino sotto le lenti degli occhiali. Credo che stessero aspettando proprio noi e che per loro sia un banchetto fuori programma.

Finalmente, quando il caldo comincia ad essere insopportabile vedo all’orizzonte la linea scura dell’oasi, ma sembra così lontana e l’acqua della mia borraccia è diventata calda e sa di plastica. Desidero tanto la frescura e la brezza del palmeto, ma ancora non so cosa mi aspetta. Infatti questi ultimi 5/6 km sono di sabbia finissima, soffice, nella quale si sprofonda e le salite e le discese sono impegnative, perché l’oasi si trova sulle dune.

Nel palmeto sento scorrere l’acqua: stanno irrigando le piante da datteri. Il desiderio di bere è forte e il contrasto tra il deserto e l’oasi è stridente. Dopo tre km però scorgo un tubo dal quale sgorga acqua fresca ed è raggiungibile: mi fermo e ci vado sotto completamente, mi risciacquo anche la bocca (negligenza che non dovevo commettere e che pagherò più tardi!) ma in quel momento non resisto e l’acqua della borraccia mi sembra imbevibile.

Della popolazione indigena non ho incontrato nessuno, tranne al 20° km un piccolo asinello che trasportava due uomini su un rudimentale carretto di legno. Mi hanno guardato come se fossi un extraterrestre, probabilmente hanno pensato che noi stranieri siamo tutti pazzi.

Finalmente sono in prossimità dell’arrivo. Non ce la faccio più, ma cerco di riprendermi per lo sprint finale. A 500 metri scorgo mio marito e il fisioterapista pronto a raccogliere i pezzi se ce ne fosse bisogno. Ma non ce n’è stato bisogno. Al di là di un po’ di dolore nella zona lombo-sacrale (è il mio punto debole) e di un normale sfinimento per una prova del genere è tutto ok.

All’arrivo ci sono i primi che mi aspettano e si congratulano con me per la riuscita della corsa. Molti di loro potrebbero essere miei figli. Mi guadagno la medaglia che attesta che sono un finisher. Se penso che la prima donna ha impiegato 2h 07’ sono soddisfatta delle mie 2h e 50’.

Bevo tantissimi bicchieri di limonata fresca; mi sembra nettare; è stata fatta appositamente per noi, dimentico la cautela da tenere nei confronti di cibi e bevande non sigillati e fatti “artigianalmente”, ma in quel momento non mi importa nulla. Solo più tardi ne avvertirò le conseguenze, perché per noi stranieri acqua dell’oasi + limonata artigianale = dissenteria!

Mi siedo per terra anch’io sotto la finish line ad attendere gli ultimi podisti e ad applaudirli, come è stato fatto per me. Tutti siamo sorridenti e allegri nonostante le gambe non ci seguano più. Spettatori locali: nessuno. Rimarremo in letargia, senza riuscire a riposare, con le gambe gelatinose per tutto il giorno. Solo alcuni dei più temerari, i bionici, verso sera usciranno a fare una corsa rigenerante (per loro).

Per tutti noi era stata preparata una cena di gala in una costruzione tipica in pieno deserto, molto bella e caratteristica. Ma nessuno di noi è riuscita ad apprezzarla, perché tutti , da Lambruschini e Venturini all’ultimo podista ciondolavamo al tavolo con lo stomaco chiuso e la nausea dalla stanchezza. Desiderando solo il letto.

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