Nel maggio, sarebbe arrivato l’imperatore d’Austria, Francesco I, in una visita ufficiale, dedicata a Milano, con la moglie, l’imperatrice Carolina Augusta, a far data dieci, per una ventina giorni successivi, in un tripudio di festeggiamenti, con tanto di apposito arco trionfale.

Intanto, sul finire dell’inverno appena precedente, l’attenzione generale pare si fosse pure misurata attorno al periodare del consueto evento del carnevale, al punto che, soppesando la circostanza festaiola in una sua diffusa proporzione di riscontro sociale, l’autorità competente aveva ritenuto di volervi mettere ordine, rispetto a tutto un certo modo di fare: “Avviso. 1 Nel ricorrente Carnevale è permesso negli ultimi quindici giorni l’uso della maschera da mezzodì sino a sera, eccettuati i giorni di festa ed i venerdì. (…)”.

Con quell’indicazione, iniziava ad enunciarsi il provvedimento datato “31 gennaio 1825”, nel modo in cui anche il giornale intitolato “Gazzetta di Milano” del 2 febbraio seguente, lo metteva integralmente in pagina, attribuendolo alla “Imperial Regia Direzione Provinciale di Polizia”.

Nella metropoli ambrosiana, tale pronunciamento, destinato, nei suoi espliciti risvolti a dare un volto al ritratto che, all’epoca, si riteneva, in loco, di rappresentare riguardo alla formula concessa per un congruo carnevale, esprimeva, nei suoi firmatari, l’eco mitteleuropeo proprio dell’Impero Asburgico al quale, in quei giorni, anche il Lombardo-Veneto ne faceva da tempo parte integrante, profilando, pure, in quest’avviso, intriso da una significativa caratura morale, le firme de “L’Imperial Regio Aulico direttore generale della Polizia Cav. Di Torresani – Lanzfeld. De Ehrenheim, segretario”.

In una metafora un poco simile alle serpiginose calli veneziane, dove, per altro, il carnevale mantiene una antica tradizione carnevalesca, bellamente conclamata in un’assodata considerazione universale, questo pronunciamento ottocentesco pareva imporre un altrettanto percorso tortuoso e renitente fra le eventuali iniziative e le possibili attrattive che la popolazione avrebbe potuto pensare di adottare per festeggiare.

In tale senso, le prescrizioni in questione imponevano una minuziosa descrizione labirintica di come il carnevale avesse potuto svolgersi senza degenerare in una sedicente improbità di attribuita illiceità personale o propria di una combriccola ritenuta di una certa pericolosità sociale.

Il testo, caratteristico per la modalità dell’approccio istituzionale assunto verso l’evento carnevalesco, proseguiva con l’intimare che: “2 Nei soli teatri sarà permessa durante la notte la maschera al volto. 3 Nei luoghi fuori dall’abitato chiunque sarà trovato colla maschera al volto, anche di giorno, sarà considerato come sospetto, e come tale arrestato. 4 Sarà pure arrestato chiunque essendo in maschera avrà indosso armi di qualunque sorta, anche non proibite. 5 Le maschere che suscitassero tumulto o querela in qualunque luogo pubblico, verranno allontanate dal luogo stesso, ed in caso di resistenza, si obbligheranno a smascherarsi e rimarranno a disposizione della polizia. Così pure verrà trattato con misure rigorose ed anche arrestato chiunque si permettesse di insultare le maschere o di molestarle in qualsiasi guisa. 6 Nessuna maschera potrà introdursi nei palchetti dei teatri e nelle case private se non vi sarà presentata da persona che si faccia garante. 7 Sono proibite tutte le maschere che possono alludere alla religione dominante, ai culti tollerati, ai magistrati, alle persone ed offendere il costume. 8 E’ pure vietato portare al volto maschere allusive a mostri e ad animali e tutte quelle parimenti che in forme contraffatte producono disgustose sensazioni. 9 L’uso di scagliare confetti per le vie in carnevale che esiste in alcune città di queste province, è tollerato. I confetti però non dovranno oltrepassare il peso di grani quattro cadauno, saranno di figura sferica e composti col coriandolo avvolto in sostanze farinacee delle quali un solo terzo potrà essere di gesso morto”.

Fra i colori, a caratterizzazione delle emozioni tipicamente ricorrenti nella manifestazione del carnevale, lo stesso giornale proponeva anche una notizia, contestuale alle prescrizioni da associare a questa tappa del calendario, secondo ciò che, all’epoca, pareva consono, in altro campo, al provvedere di ordinare, andando a trattare, invece, un ambito professionale, a sua volta, intriso dalle possibili impressioni intuibili di rimando al suo stesso contesto particolare: “Milano, primo febbraio. Sua Maestà imperiale, con venerata risoluzione del 16 d’agosto del 1824, si è degnata concedere giusta le norme e colle condizioni volute dalla sovrana patente dell’8 di dicembre del 1820, un privilegio esclusivo duraturo cinque anni a Carlo Giovanni Battista Accault di Parigi, possidente, domiciliato in Milano nella contrada della Spiga al n. 793, pel nuovo miglioramento del metodo di raffinare lo zucchero greggio, consistente nell’adoperare il solo nero animale, ed il sangue di bue, escluso qualunque altro ingrediente”.