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Sono anni che si allenano, saltando tra i muri, spesso ridotti a macerie, del loro Paese “prigione”: inizialmente un hobby, poi una passione, poi sempre più uno stile di vita e ora anche una “missione” sociale.

Il parkour a Gaza è un modo per vivere, in un luogo in cui la pace non esiste se non per brevi periodi e la morte è sempre dietro l’angolo. Proprio nel cimitero, infatti, iniziarono gli allenamenti del “Gaza Parkour”, il gruppo di atleti fondato nel 2005 da Abadallah Inshasi.

“Nel 2003 praticavo molta attività fisica, da solo o con i ragazzi del quartiere – ci racconta – Un giorno ho visto un documentario sul parkour a Londra, in cui si spiegava l’origine di questo sport. Ho continuato a cercare e ho iniziato a parlarne con gli amici: mi sembrava che nessuno meglio di noi palestinesi potesse capire lo spirito del parkour, una disciplina che in qualche modo fa parte della nostra esistenza. Così, nel 2005 abbiamo costruito un gruppo che si chiamava Pal Parkour, poi diventato Gaza Parkour”.

Oggi Abadallah vive in Veneto, perché il parkour l’ha portato lontano, l’ha portato quasi a diventare una stella.

Non si è fermato neanche nel 2018, Abadallah, quando una capriola chiusa male, durante un allenamento a Rovereto, gli ha procurato una lesione vertebrale: è in carrozzina, “ma continuo a fare parkour, in un certo senso – ci assicura – perché il parkour è il mio modo di guardare il mondo, è la disciplina che mi permette di affrontare gli ostacoli della vita. Quello che non ti uccide ti rende più forte e io oggi mi sento più forte: pratico tanto sport, dall’handbike al tiro con l’arco. Sogno di aprire una palestra per persone disabili e sogno, naturalmente, la pace in Palestina”.

Intanto, in Palestina…

Lì, in Palestina, sono rimasti i suoi amici, tanti compagni che lo hanno visto partire per l’Europa, tanti che sognano di fare lo stesso: di andarsene, di costruirsi un futuro altrove. Tanti invece restano e cercano, attraverso il parkour, di offrire ai ragazzi palestinesi uno sport che li aiuti a superare gli ostacoli e i traumi, ad essere più forti della paura, a credere nell’impossibile, a coltivare la pace, a diventare uomini.

Intanto il parkour, da attività di strada, “underground”, fuori da tutti gli schemi, è diventato vero e proprio sport, riconosciuto dalla Federazione internazionale ginnastica e arrivato a un passo dall’essere inserito tra le nuove discipline olimpiche: ma ancora niente da fare, non ci sarà a Tokyo e neanche a Parigi, nel 2024.

Ci sono però palestre dedicate, che aprono e si diffondono in tutto il mondo: in Svezia, per esempio, c’è Ahmad Mata, del gruppo Gaza Parkour, che oggi insegna questa disciplina ai bambini svedesi. “Sono stato in molti posti, per allenarmi con differenti insegnanti e acquisire esperienza, da condividere con i miei compagni che, a Gaza, vogliono insegnare il parkour ai ragazzi”.

Proprio lì, a Gaza, è infatti nata, nel dicembre 2020, la prima “Accademia di parkour”, grazie all’organizzazione “Wallrunners”. Spiega il regista e produttore francese Tom Vaillant, che vive in Svezia: “Il progetto è nato quando abbiamo realizzato il film per la Red Bull ‘Runners of Gaza’.

Durante le interviste, Muhammad e Ahmad parlarono più volte del loro sogno di aprire una palestra di parkour a Gaza. Così, promettemmo l’un l’altro che ci avremmo provato”. Presto il “pezzo mancante” per realizzare quella promossa: una donna, Majd Mashharawi, imprenditrice sociale.

“Gaza è una piccola città, nella parte orientale della Palestina. Gaza ha sofferto diverse crisi, a partire dal blocco del 2006, con il tempo, i giovani palestinesi hanno perso le speranze: mi sono unita ai ‘Wallrunners‘ perché credo nel potenziale che c’è nei giovani. Voglio portare molte nuove cose a Gaza: e il parkour è una di queste”.

Le prime accademie, a Gaza e in Kashmir

A dicembre 2020 questo sogno è diventato realtà: Wallrunners ha aperto la prima Accademia, dove gli allenatori Ahmed, Abdallah e Jehad insegnano, in sicurezza, i trucchi del freerunning e nel parkour a ragazzi e ragazze. A marzo, gli iscritti erano già oltre 130: bambini e bambine, ragazzi e ragazze, alcuni con disabilità, feriti nel corpo o nella mente dalle armi che devastano la Striscia.

Visto il grande successo, “abbiamo pensato di continuare a costruire accademie in altri contesti in cui queste avrebbero potuto fare la differenza”, spiega Vaillant. Così, ad aprile 2021, ha aperto la seconda Accademia dei Wallrunners in Keshmir, una delle zone più militarizzate al mondo, dove “il 70% dei giovani ha subito traumi fisici o psichici – spiega Zahid Shah, fondatore della palestra in Kashmir – Il parkour aiuta i miei ragazzi a superare lo stress”. Come racconta una delle sue allieve, “il parkour rende il mio corpo forte e mi permette di superare gli ostacoli. E mi dà un senso di felicità”.

Ma c’è anche di più: “Il nostro scopo è incoraggiare i ragazzi e le ragazze nelle aree di conflitto a superare le barriere fisiche e mentali tramite il parkour. Gaza e il Kashmir sono entrambi territori con una popolazione molto giovane, poche opportunità di lavoro alti livelli di depressione a causa dei recenti eventi. La nostra presenza è una forza positiva per i ragazzi – spiegano i promotori – Il parkour è una disciplina che si è sviluppato dall’allenamento militare, con percorsi a ostacoli.

I praticanti vengono chiamati ‘traccianti’ e il loro scopo è andare da un punto all’altro in un ambiente complesso, senza attrezzature e nel modo più rapido ed efficiente possibile. Deve essere appreso naturalmente in sicurezza, in un ambiente professionale con gli allenatori. Si sono formate federazioni e competizioni internazionali e si pensa d’includerlo, prima o poi, tra le discipline olimpiche.

Il parkour è una filosofia di vita, una forma d’arte, oltre che una disciplina atletica, particolarmente utile e motivante per i giovani vulnerabili che sono cresciuti in mezzo ai conflitti: è un metodo di espressione di sé, una fuga e uno stile di vita, infonde un senso di possibilità e un atteggiamento di risoluzione dei problemi che può essere applicato ai problemi affrontati nella vita. Aiuta a migliorare la salute mentale, a combattere la depressione, a creare opportunità e integrazione per i giovani con diverse capacità fisiche e mentali”.

La motivazione è così forte che entrambe le accademie, nelle ultime settimane, hanno messo a disposizione un corso di formazione gratuito di due mesi per i bambini che non possono permettersi di pagarlo. E intanto, si gettano le basi per una nuova accademia in Kenya.