Tempo di lettura: 4 minuti

Di loro chi se ne accorge? Di questi faccioni barbuti, posti a presidio dello scalone dell’antico palazzo Martinengo – Palatini di piazza del Mercato a Brescia, pare che non se ne accorga nessuno.

Assodata presenza, nel loro caratteristico allestimento, forse non costituiscono argomento da porre a svelamento di un certo qualche aspetto rimarchevole di un’ulteriore attenzione di riferimento.

Eppure, non sono opere decorative del tutto scontate, anche per le dimore più datate, dove la storia ha abitato le stagioni plurime delle generazioni umane che vi hanno trovato l’avvicendarsi di un intenso assortimento, caduto, per lo più, nell’oblio informe del silenzio, con tutto lo strascico, all’apparenza incorruttibile, di quanto, illusoriamente in quel momento, pareva intramontabile.

Attuale sede del rettorato universitario, il notevole palazzo storico, edificato per volontà di un rampollo di una delle più note famiglie blasonate bresciane, sta vivendo, ormai da vari anni, una nuova stagione del proprio imporsi urbano, al netto di quanto c’è già stato, nella soluzione architettonica settecentesca con la quale risulta fedelmente rappresentato.

Qui, tanto per non annoiare con il passato, per altro, contestualmente occultato da quanto intorno a questo palazzo, gravita nel rilancio quotidiano di una città orientata all’indice finanziario e speculativo delle attività esercitate nella zona in un oligopolio d’interessi indaffarato, si sono svolte alcune scene del film “Il Magnifico Cornuto” con Ugo Tognazzi e Claudia Cardinale, pellicola in bianco e nero di Antonio Pietrangeli del 1964 che, ancora in attesa delle promesse di Carlo Verdone di girare un film a Brescia, (Old Cinema porta in città Carlo Verdone: «Girerò un film a Brescia» – Corriere.it) risulta, tuttora, uno dei pochi film dove il capoluogo bresciano ha la visibilità di un certo repertorio di immagine, fra le scene speculari al voluto contesto di un copione immaginario, ma verosimile, anche in uno specifico ed alquanto riconoscibile assetto urbano.

Nel film, questo palazzo aristocratico risulta tal quale. Sotto i riflettori in notturna, ha lo stesso profilo di quando anche in un assolato pomeriggio d’estate se ne varcano gli accessi e ci si trova in un cortile del tutto minoritario, rispetto all’imponente dispiegamento prospettico della costruzione osservata, anche filmicamente, dall’esterno.

Oltre questo circoscritto quadrilatero inclusivo dello spazio sottostante uno sprazzo di cielo aperto, che nessuno, neppure qui, afferma sia né marginale né subalterno al resto dell’immobile che lo definisce in un compenetrato innesto, c’è, nella consequenzialità di un porticato perimetrale, quello scalone, entrando, a sinistra, che non può non imporsi ad univoco richiamo, degno di nota, come prosecuzione di un naturale movimento d’avvicendamento, favorito da tale snodo di passaggio, su altra ambientazione dimensionata nell’invitante fattibilità di uno sbocco effettivo, attestato dall’evidenza di un agevolato varco ad effetto.

Comincia, allora, l’ascesa, sugli eleganti gradini. Al di là dell’ovvietà delle scale, strumentalmente atte a rendere possibile, camminando, il guadagnare un piano rispetto ad un altro, il significato concettuale che vi è, pure qui sotteso, resta meritevole anche di tutta quella leziosa abbondanza di ingentilimento che è stata artisticamente profusa in loco, nella scelta del disegno architettonico, come nella selezione dei materiali e nell’attiguo concorso dell’arte pittorica, sugli ampi spazi parietali, e nella formulazione plastica delle pertinenze, atte, fra l’altro, a scorrimano, distinguendosi, le stesse, nella complessità di una solerte elaborazione visiva, sintetizzata nell’armonia complessiva di molteplici attrattive, fondate su rispettive comprimarietà strutturali e su altrettante compresenze esplicative.

Tra queste, anche i faccioni in questione che, almeno due, spaiati, pur essendo coppia di mascheroni gemelli, si assestano ad un capo e l’altro del lucido scivolo poggiamano dello scalone stesso, sovrastante, a sua volta, una fila di lesene, ma, ed anche a differenza di queste, profilando la gradualità prospettica di manufatti interessati a rivelarsi come base anche di marcati rilievi fisiognomici, riproducenti rudi fattezze umane, intese come caricature, dagli attempati ghigni severi e virili, per enfatizzare la volitività del loro porsi a presidiante impatto della cadenza itinerante di un certo cammino.

Chissà che non ci sia anche dell’altro, insieme a queste fattezze espressive, per nulla, alla luce della loro convinta apparenza, intimidite di essere alla portata di mano di chiunque sia autorizzato a comporre, fra i propri passi, queste intemerate scale.

Trattasi, in quest’altro caso, della ipotesi di una possibile aggiunta di accorgimenti, forse usati, nell’antica definizione di questa apertura bidirezionale, nell’aver disposto, l’intervento, al bisogno, di altri mezzi di monito, parimenti evocativi della possibile soggezione che tali volti paiono infondere in eventuali ed incauti sprovveduti, già, forse, divisi a metà per i loro patemi, del non sentirsi qui nel posto “giusto” e quindi perseguibili, in un qualche modo, per questo loro sconfinamento, in un luogo che si rifà, comunque, alla proprietà di un ente pubblico.

Fra gli effetti d’ambientazione, imposti dall’autore di queste vetuste architetture, nello strutturarsi secondo la sistematicità di spazi proporzionati alla più consueta e paritaria misura, propria della lunghezza media di un passo comune, l’insieme di questi sistemi dissuasivi pare che conviva su questa via di collegamento che ha permesso, in una ovvia accessibilità, il salire e lo scendere, lungo lo scorrere del tempo, di gente a non finire.
Come fantasmi, usciti da qualche nascosto anfratto del palazzo, partono strali ed invettive che fanno gli intrusi, azzardatisi lungo lo scalone, a bersaglio del capo d’imputazione dell’aver essi destabilizzato il deposito di una antica ed esclusiva investitura patrizia, variando un criterio di equilibrio, sottoposto alla codifica di chissà quale atavico e sussiegoso sortilegio.

Allora, tali provvidenze possono dare man forte a questi mascheroni marmorei, ponendosi come estemporanee presenze, quasi materializzatesi dal remoto passato in cui un singolare sacro zelo, sotto incantesimo, le ha programmate ad attraversare la propria dimensione occulta ed a palesarsi, complici, in carne d’ossa, o forse, in solo puro spirito evanescente, a favore della funzione intimidatrice e deterrente, interpretata da questi irridenti faccioni, lisci ed inerti, certamente più franchi e compagni, di esse.