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L’ora cambiava. Attraversando l’Europa da capo a piedi uniformava i diversi Paesi, nei nuovi minuti e secondi, intesi in un rinnovato metodo che li computava discesi sul tempo in corsa dov’erano sospesi sui giorni dai quali erano attesi.

In pratica, secondo anche quanto informava la “Sentinella Bresciana” di lunedì 30 ottobre 1893, gli orologi si sarebbero da lì a poco dovuti adeguare al “Tempo medio del meridiano situato a quindici gradi all’Est di Greenwich che si denominava Tempo dell’Europa Centrale”.

Non più un’ora per ogni Stato, attraverso quella precedente disciplina che aveva esteso per il territorio nazionale l’orario vigente nella rispettiva capitale, ma un ulteriore passo d’accorpamento in avanti che, nel continente europeo, segnava il tempo della fusione tra le lancette dell’orologio in tre esaustivi macro raggruppamenti, contigui in avvicendamenti di confini aderenti, ma indifferenti alle diversità intercorrenti tra le nazioni, nei corrispondenti nuovi termini orari ad esse confacenti che facevano al fine capo all’Europa Occidentale, a quella Centrale ed a quella Orientale.

Dopo l’adesione al sistema metrico decimale, con l’adozione del metro e dei suoi valori di lunghezza, di massa e di superficie, anche il tempo conosceva la propria grande stagione di riforma internazionale, avviata ad uniforme amalgama valoriale su un livello di allargata proporzione culturale che si attribuiva ufficiale al cammino vitale di una ridisegnata intesa globale, a discapito delle innumerevoli differenziazioni vissute fino a prima in un ambito strettamente locale, con le molte unità di misura tuttora, in minima parte, come da tradizione sopravviventi in un’impronta esclusivamente consuetudinaria nel particolare.

Un’attestazione oraria oggi data per scontata, ma che, solo nel volgere della conclamata epoca risorgimentale italiana, riscontrava una diversa modalità di segnare il passare del tempo, in quanto l’ora di Roma era stata adottata per tutto il Regno solo nel 1866, appianando quelle differenze che quando suonava il mezzogiorno nella capitale, in realtà, secondo i precedenti distinguo territoriali, a Torino mancavano a tale orario 19 minuti ed a Otranto, nel meridione, ne erano invece già passati ventiquattro. Nello stesso periodo, oltrepassando la frontiera francese si doveva regolare l’orologio indietro di quaranta minuti, mentre, nella pure confinante Austria, tale operazione di rettifica si traduceva nell’anticipare l’ora italiana di dieci minuti.

Un rebus di ore che diveniva ancora più tale quando l’orario in uso si distanziava, scomparendo lontano dall’ombra del campanile, nel cui raggio risuonavano i rintocchi delle locali campane, pur misurando la medesima dimensione parallela al fugace corso del tempo di vita dove, al fine, si perdeva per tutti, minuto più, minuto meno, con buona pace dei pignoli “spacca minuto”, precisi nella puntualità, quasi previdente anche uno starnuto.

Il contemporaneo e periodico cambiamento fra ora legale e solare è altra cosa, in confronto al mutamento permanente della misurazione dell’arco temporale che, di punto in bianco, a cominciare dal primo novembre 1893 aveva dovuto fare scivolare in avanti di dieci minuti ed, in questo modo, restare infisso al quadrante degli orologi pure ridefiniti secondo le ore distribuite fino alle ventiquattro e non più come prima, in ordine invece all’individuazione fra quelle antimeridiane e pomeridiane, come per altro, si seguita a fare nei Paesi anglosassoni.

A questi cambiamenti, agganciati ai momenti connaturati ai frammenti di quei particolari frangenti, sono conseguenti anche le sopravvissute tracce delle ripercussioni su di essi incombenti, documentate dalla allora stampa bresciana nei quali le stesse si ritrovavano tra i convergenti provvedimenti.

La progressione storica della misurazione del tempo, prima nazionale, dopo essere stata pure prima addirittura locale, condensava, nell’introduzione dei fusi orari, un sistema innovatore funzionale alle ridimensionate relazioni sul piano internazionale, suddividendo il pianeta in trecentosessanta meridiani ed il giorno in ventiquattro ore, fissando il computo di quindici gradi di meridiano per ogni ora.

Alla fine del Diciannovesimo secolo il globo terracqueo era suddiviso idealmente in tanti spicchi, quali porzioni di geografie scalari all’intera sfera, avvolta dall’atmosfera, nel complesso di una generale scacchiera sotto l’azione dell’ora passeggera, foriera di luce o di oscurità, computata in una precisa maniera.

Maniera che la summenzionata edizione del quotidiano bresciano spiegava nei termini: “La riforma che deve compiersi in Italia il 1 Novembre è importante quanto semplice; non si ha che da far scorrere la lancetta dei minuti d’ogni orologio di 10 minuti primi precisi e l’orologio segnerà l’ora nuova quella che fu detta dell’Adriatico e che ora si chiama dell’Europa Centrale. Le amministrazioni ferroviarie hanno disposto che gli orologi delle stazioni e degli uffici sieno modificati e segnino col 1 novembre, le ore progressivamente dall’una alle 24.
Gli orari ferroviari saranno pure modificati coll’ora progressiva sopprimendosi l’antimeridiana e la pomeridiana. Tutti gli impiegati viaggianti nei treni dovranno essere muniti di un nuovo orologio a quadrante continuo di 24 ore; la Direzione della Rete Adriatica ne ha già commesse parecchie migliaia a Ginevra. Sono col quadrante di 12 numeri, ma quando si è a mezzogiorno, il quadrante dall’1 al 12 si cambia, automaticamente, in un altro, dal 13 al 24. Tutti gli orologi ferroviari alla mezzanotte del 31 corrente, verranno fatti avanzare di 10 minuti”.

In Italia si era deciso di addivenire al subentrante sistema orario con un apposito Regio Decreto, emanato il 10 agosto 1893, con l’esplicita previsione della sua entrata in vigore il primo giorno di novembre dello stesso anno.
Il passo di un’estate, con l’assaggio nel largo morso dell’autunno inoltrato e scoccava l’ora di un adeguamento allineante, sullo stesso minuto secondo, quelle geografie che prima risultavano distinte e lontane anche per le non coincidenti lancette orarie.

A queste novità si rifaceva il quotidiano “La Provincia di Brescia” di giovedì 16 novembre 1893, pubblicando, tra l’altro, in un articolo dal titolo “Il primo orologio riformato”: “Il primo di tali orologi pubblici apparso in Brescia è quello di grandi dimensioni esposto, come insegna, nel negozio dell’orologiaio Enrico dall’Era sul corso del Teatro”.

All’orologiaio menzionato era entusiasticamente attribuito il merito di essere riuscito a regolare, la lancetta delle ore, a mezza velocità, rispetto a prima, e di avere al tempo stesso mantenuta inalterata quella dei minuti.
In questo modo il quadrante dell’orologio poteva essere diviso in ventiquattro ore, tanto per non causare fraintendimenti circa la lettura delle ore antimeridiane o pomeridiane ed uniformarsi così al nuovo sistema di misurazione oraria che oggi si risolve invece con il buon senso e con l’orientamento spazio-temporale che sa attribuire all’ora segnata se trattasi di notte, mattina, pomeriggio o sera.

Tale merito al comunque bravo orologiaio Enrico dall’Era era contestato dall’edizione di sabato 18 novembre 1893 da un altro quotidiano locale, dall’eloquente testata enunciata ne “La Sentinella Bresciana”: “Non è forse una frase arrischiata il dire: ed egli oggi è riuscito a risolvere il problema ecc…ecc…, sapendo che abbiamo degli orologi che datano dal secolo scorso, col quadrante diviso in 24 parti e 2 sfere, una delle quali compie un giorno di 24 ore e l’altra uno ogni ora? (….) avrebbe dovuto sapere che qualunque orologiaio non ignora qual dentatura deve usare, e qual proporzione per ottenere che la sfera delle ore faccia metà cammino di quella che fa comunemente.
Facciamo poi osservare che la tanto decantata riduzione è, per gli orologiai, un’operazione della massima facilità e che importa una bassissima spesa ed ecco perchè, secondo il nostro sommesso parere, l’articolista della Provincia doveva andare un po’ più cauto nel fare certi apprezzamenti che, mentre portano alle stelle un orologiaio, offendono la suscettibilità e l’amor proprio di tutti gli altri”.

Non si trattava dunque di un grande segreto quello della, tecnicamente detta, “scompartizione delle ruote per ottenere le ore dall’una alle 24” attraverso i sottili meccanismi di un orologio, ma piuttosto, pare fosse una variazione ormai in auge, affidata a quel tempo, durante il quale un articolo apparso in prima pagina de “La Sentinella Bresciana”, di mercoledì 1 novembre 1893, inseriva pure una considerazione valutativa, sfociante in un lungimirante interrogativo d’ampio respiro: “E’ sperabile che la Francia, messo da parte un male inteso amor proprio, si unisca presto a questa riforma civile che chissà non debba essere il primo passo a ben altre riforme. Lo scomparire di piccole barriere, di piccoli pregiudizi, perchè non considerarlo come un sintomo, un felice augurio della scomparsa delle grandi barriere, dei grandi pregiudizi che inceppano il mondo?”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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