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“Quando cammina sulla terra, il cavallo la massaggia dolcemente. L’aiuta a respirare. L’accarezza e la rende più feconda. Il trattore invece la compatta e la distrugge. E alla fine la rende sterile”.

La campagna veronese è splendente. Siamo alle porte della città, a una manciata di chilometri dal casello autostradale di Verona Est e un paio dall’Arena.

E’ qui, all’ombra di un antico ex convento di suore, fra dieci ettari di azienda biologica e biodinamica, che la storia dell’agricoltura ha iniziato un lento ritorno al futuro. E’ qui che i cavalli hanno ricominciato a lavorare i campi. Ad arare, sarchiare, “massaggiare” le vigne. Come si faceva un tempo.

“In questa azienda l’ultimo cavallo che lavorava i campi è stato venduto nel 1966. Avevo 9 anni, me lo ricordo bene. Negli anni Settanta erano già tutti spariti. Venduti. Macellati. Oggi invece sempre più viticoltori e agricoltori , in particolare di ortaggi, scoprono la competitività del cavallo”.

Il veronese Albano Moscardo, fondatore e anima del gruppo Noi e il cavallo, è l’agricoltore che più di ogni altro in Italia ha riportato nei campi i cavalli da lavoro.

Da lui arrivano non solo i colleghi veneti, ma anche gli sloveni a imparare un’arte dimenticata. Moscardo gira l’Italia per mettere gambe al sogno di un’agricoltura più gentile.

Era la fine del 1989 quando ad Albano e ad altri agricoltori di Veneto, Toscana e Trentino, venne il desiderio di un’agricoltura più sana e più rispettosa della terra.

Con i cavalli. Con quella razza così veneta nata nell’area vicina al delta del Po fra Rovigo e Ferrara nei primi anni del Novecento: il TPR, traino pesante rapido. Il Grande Gigante Gentile. Un animale da mille chilogrammi con la tenerezza di un puledrino.Ma non c’era più memoria di come si facesse. E soprattutto con quali attrezzi. Bisognava imparare tutto di nuovo.

“Nel nostro paese era quasi totalmente scomparsa la cultura della trazione animale. Nessuno più sapeva addestrare un cavallo da lavoro e le attrezzature erano sparite. Non ci sembrava giusto che tutto il lavoro delle generazioni precedenti andasse perduto. Trovammo per caso un vecchio libro pubblicato da Mursia, “Il cavallo da tiro” del tedesco Klaus Alvermann. Lo chiamammo. Era la nostra unica possibilità.

Lui ci spiegò molte cose e ci invitò ad andare là dove il cavallo da lavoro non è mai stato abbandonato. Fu così che partimmo per gli Stati Uniti per trascorrere settimane e mesi di studio con gli Amish. Sono loro che, rifiutando ogni progresso e ogni macchina a motore, custodiscono la memoria. Fu straordinario. Capimmo tante cose e altrettante ne imparammo”.

Mentre parliamo, otto occhi ci osservano e altrettante narici si allargano e aspirano l’odore del compagno di lavoro e quello dell’intrusa.

Sono i cavalli di Albano: Asia e Luna, tpr di 19 anni, Zara di 17 (un possente incrocio fra tpr e Norico quel cavallo che ancora in Val Pusteria viene utilizzato nei boschi per il trasporto della legna), e Tenor, il ragazzino, 6 anni e mezzo di allegria, quello che lavora di più non solo per la forza della gioventù ma anche perché è un Comtois, razza che viene dalla Francia (dove la trazione animale è molto diffusa) da sempre selezionata per il lavoro nei campi.

Più lento, tranquillo, delicato del nostro Tpr che tende un po’ a prendere la mano e che soffre di una mancata selezione per questo utilizzo. La maggior parte degli allevamenti di Tpr, infatti, sia in Veneto che in Italia, sono di cavalli da carne.

Solo i soggetti che superano l’esame morfologico della razza hanno qualche chance al di fuori del macello. Tutti gli altri finiscono nel piatto degli italiani.

L’avventura di Albano Moscardo iniziò con Marko, possente cavallo dell’Est arrivato in Italia per essere macellato.

“Lo salvammo. E lui non ci ringraziò mai abbastanza. Ci insegnò il lavoro. Tutto quello che poteva darci ce lo ha dato”.

Poi arrivarono Asia, Luna, Zara e infine Tenor.

“Ogni giorno usciamo con loro nei campi. Sa cosa è cambiato dai tempi di mio nonno? Il rispetto per il cavallo e la continua ricerca del suo benessere. Da poco lavoriamo anche senza morsi, lasciando libera la bocca. Loro ringraziano sempre. E noi impariamo e cresciamo in una relazione intensa fra uomo e animale. Dimenticavo: anche la terra ringrazia”.

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Macri Puricelli
Nata e cresciuta a Venezia, oggi vivo in mezzo ai campi trevigiani. Fra cani, gatti, tartarughe, tre cavalle e un'asina. Sono laureata in filosofia e faccio la giornalista da più di trent'anni fra quotidiani e web. Dal 2000 mi occupo della comunicazione on e offline di Cassa Padana Bcc e dallo stesso anno dirigo Popolis. Quanto al resto...ho marito, due figli e tanti tanti animali.

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