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Capita che episodi banali portino a viaggiare con la mente e a riflettere su questioni importanti.

Mi è successo questa mattina, nella solita corsa frenetica per arrivare puntuale al lavoro, dopo essermi preparata, aver fatto partire la lavatrice, aver preparato qualcosa per pranzo, aver svegliato mio figlio e via dicendo. Come milioni di donne cerco sempre di incastrare più cose possibile, per portarmi avanti ed essere sempre e comunque in ritardo su qualcosa.
E va bene.

Stamattina dovevo lasciare mio figlio da una cugina: breve deviazione sul tragitto solito. E, insomma, mi sono dimenticata. Ho tirato dritto finché ho sentito la sua voce che mi diceva ‘Ma dove vai!?’. Eh, dove vado? Vado al lavoro!

Non mi sono propriamente scordata di lui, ho saltato un passaggio nelle incombenze da svolgere, complice anche la sua abitudine di sedersi sul sedile posteriore, ma solo quando è in macchina con me.

Lui ormai è grande. Questo mi consente di non doverci mettere l’attenzione necessaria per un neonato e comunque si è fatto sentire, ma con questa mania che ho, come molte mamme, di sentirmi in colpa per tutto, non ho potuto fare a meno di riportare alla mente le paure che avevo quando era piccolo. Mi sono ritrovata a pensare a cosa deve succedere nella testa di una donna che lascia il proprio figlio in macchina. Mi sono chiesta cosa porta a questa situazione e come si fa a sopravvivere dopo una tragedia che colpisce tuo figlio, che colpisce te nell’affetto più grande e di cui, alla fine, sei tu la responsabile diretta.
Succede. Succede troppo spesso.

Non penso ai genitori che lasciano consapevolmente il proprio figlio in auto, perché bisognerebbe avere consapevolezza del rischio che si corre lasciandolo anche per pochi minuti. Penso a quelli vittime di veri e propri black-out.

Non mi è mai capitato di utilizzare frasi accusatorie nei confronti di queste mamme. Ho sempre cercato di difenderle da chi si ostinava a chiedersi come fosse possibile, per una mamma, dimenticare il proprio figlio. Questo semplicemente perché, a mio avviso, è possibile eccome! Ne ho sempre avuto paura.

Immagino queste donne di corsa, sempre affannate, solitamente lavoratrici che cercano di conciliare mille cose. La routine della mattina, gli stessi movimenti, lo stesso tragitto, le solite frasi che si ripetono giorno dopo giorno. Arrivi al punto che non sai se questa cosa l’hai fatta ieri oppure oggi. Arrivi al punto che sei convinta di aver lasciato tuo figlio all’asilo oggi, mentre l’hai fatto ieri. Oppure arriva quella mattina in cui hai un’incombenza in più, che si va a sovrapporre, nella mente, a quella più importante.

Non si tratta di madri o padri degeneri. Non si tratta di uomini o donne che non amano i propri figli. Si tratta di persone immerse fino al collo in una routine stressante, ripetitiva, di corsa. Stai facendo una cosa, ma con la testa sei già in quella che viene dopo, organizzando, prevenendo, portandoti avanti.

È impressionante il numero di casi registrati negli ultimi anni. Si tratta di un fenomeno in aumento che riguarda tutti, non solo l’Italia e gli altri paesi europei, ma anche gli Stati Uniti, il Brasile e via dicendo.

Le vittime sono centinaia: le statistiche parlano di 600 decessi negli ultimi 20 anni. Tantissime, vista la credenza comune che non sia una cosa che può succedere, o che, comunque, possa capitare solo in situazioni limite.

Tra l’altro, i casi che si conoscono sono solo quelli dall’esito drammatico, ma si calcola che siano numerosissimi gli episodi a lieto fine o quelli in cui, comunque, il genitore si accorge in tempo per rimediare al proprio errore senza conseguenze. Di questi non si sa nulla, ma chissà quanti sono.

Le vittime sono per il 90% bambini sotto i 3 anni, età in cui la temperatura aumenta molto velocemente, fino a 3 – 5 volte rispetto a quanto accade per un adulto. Si arriva in pochi minuti ad ipertermia, disidratazione, addirittura all’infarto.

E arriva la tragedia, per la piccola vittima ma anche per i genitori. Come si sopravvive a una colpa del genere? Da un punto di vista emotivo è assolutamente devastante, subentrano disperazione e sensi di colpa. Non ci sarà verso di toglierseli dal cuore. Spesso insorgono gravi problemi relazionali con l’altro genitore: è comprensibilmente difficile perdonare in questi casi e, forse, si ha proprio l’esigenza di trovare un responsabile per riuscire a darsi una spiegazione.

Ogni volta tocca assistere alla valanga di accuse e rimproveri vomitati da chi si ritiene superiore, da chi “a me non sarebbe successo”, da chi non prova a mettersi nei panni di queste persone. Spesso sono persone che vivono la vita con calma, senza corse, oppure sono quei famosi ‘leoni da tastiera’ che intasano il web scrivendo di qualsiasi argomento, purché si tratti di un insulto o di un’offesa nei confronti di qualcuno, non importa chi.
Dimenticano che non si tratta di genitori che non hanno a cuore le sorti dei figlio. Dimenticano che non si tratta di persone affette da disturbi mentali o da qualche altra patologia. Si tratta di persone che amano i propri figli come tutte le altre, ma che si sono trovate in un momento della propria vita in cui si sono sommate circostanze particolari: stanchezza, mancanza di sonno, impegni troppo gravosi, un lavoro che assorbe tutte le energie, un insieme di fattori che finiscono col togliere lucidità.

Le cose sono cambiate rispetto al passato, la società è cambiata, i ritmi sono cambiati. Allora, se non riusciamo più a farcela da soli, diventa necessario trovare altre soluzioni.
Il problema è particolarmente sentito negli Stati Uniti, dove vengono fatte campagne di sensibilizzazione. Nel 2010 Gene Weingarten, giornalista del Washington Post, ha vinto il premio Pulitzer con un articolo dedicato all’aumento dei bambini morti per ipertermia, nel quale individua come una delle cause comuni il fatto che i bambini vengano lasciati sul sedile posteriore, come conseguenza dell’introduzione degli air-bag che rendono pericoloso trasportare bambini nei seggiolini sul sedile anteriore. Ad una riduzione dei decessi di minori in caso di incidente, consegue la perdita della visuale: il genitore non ha più il bambino accanto a sé e aumenta il pericolo di dimenticarlo in auto, soprattutto se si tratta di neonati che possono più facilmente addormentarsi.

Un paio d’anni fa, il Ministero della Salute ha emanato un documento in cui prospetta una serie di accorgimenti per un’estate sicura. Si va dal suggerimento di lasciare borsa o oggetti necessari sul sedile posteriore, in modo da doverli recuperare prima di allontanarsi dall’auto, o, viceversa, di lasciare oggetti del bambino sul sedile anteriore per mantenere il contatto diretto con la sua presenza. Si suggerisce la creazione di note su cellulare o agenda, oppure la collaborazione di altre persone. Si passa poi all’opportunità di utilizzare dispositivi appositi che segnalino la presenza del bambino.

Consigli.

Dal 2014 è ferma alla Camera una proposta di legge che prevede una modifica dell’articolo 172 del Codice della Strada, quello che obbliga all’utilizzo delle cintura di sicurezza e di adeguati sistemi di ritenuta per bambini di statura inferiore a 1,50 m e in base al peso. La modifica proposta punta ad inserire anche l’obbligatorietà di un ‘dispositivo di allarme antiabbandono’.

E niente, è ferma lì. Evidentemente non è un problema sentito. Eppure basterebbe così poco. Mi viene sempre difficile capire le motivazioni che spingono a non risolvere una questione rischiosa, quando ci sarebbe la possibilità di farlo con poco. Voglio dire, le automobili di oggi sono quasi magiche, possibile che non si possa inserire un sensore che registri la presenza di un bambino sul sedile posteriore? Essendo io un tantinello sbadata, dopo essermi ritrovata con la batteria scarica per aver dimenticato di spegnere i fanali, ho fatto mettere un sensore che suonava quando si apriva la portiera a fari accesi. Ci si trova a cercare soluzioni per queste cose, mentre non si fa altrettanto per tutelare la vita dei propri figli. Non ci si pensa, siamo troppo sicuri di noi stessi. Nei casi in cui il libero arbitrio, il giudizio individuale porti a interpretazioni errate del pericolo, trovo giusto che sia lo Stato ad intervenire imponendo degli obblighi. In questo caso l’obbligo di avere dei dispositivi di sicurezza che impediscano il ripetersi di tragedie.

Tecnologia banale a costi ridotti e la buona volontà di smettere di giudicare, di sentirsi superiori, di pensare che possa capitare solo agli altri. Sono, ormai, disponibili numerosi strumenti di varia natura. Il seggiolino con un sensore nel gancio della cintura che manda un segnale sul display del cruscotto se si spegne l’auto senza sganciarla. Il dispositivo che, sfruttano il peso del bambino e quello del genitore, innesca un allarme se il genitore si alza senza togliere il figlio dal seggiolino. Esiste addirittura un portachiavi che verifica la presenza del peso del bambino nel seggiolino e fa partire un allarme all’innalzarsi della temperatura. Ma tanto altro ancora.

Tendiamo a considerare la nostra mente infallibile, ma, purtroppo, non è così e certi errori non possono essere concessi. La tecnologia esiste per agevolarci la vita e per renderci più sicuri. Accantoniamo il nostro orgoglio da persone perfette e sfruttiamola.

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Stefania Comincini
Sono nata e vivo da sempre nel bresciano. Una laurea in economia e un lavoro centrato sull'efficienza, sulla precisione, sui numeri. L’esigenza di esprimere altro, di far emergere la parte meno razionale di me. La voglia di scoprire un mondo diverso dove la mente non comanda, dove padroni sono il cuore, le sensazioni, la fantasia. Ho trovato questo mondo nei colori scoprendo un amore incondizionato per l'arte.

1 commento

  1. Complimenti Stefania, è difficile trovare lettere (o articolo o posto o come vogliamo chiamarli) scritte con così tanta intelligenza ed onestà intellettuale (a volte capita…appunto…anche se non dovrebbe). Gli spunti sono tantissimi e, se vogliamo, tutti tristi se ci pensiamo: siamo “ridotti” a dover mettere dei sensori che ci ricordano di avere il figlio sul seggiolino…pazzesco eppure…assolutamente plausibile…come siamo ridotti…tuttava possiamo sempre alzare la testa, scuoterci e ripartire. Un caro saluto.

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