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Acqua del Sebino. Elemento liquido che pare condensare il bacino idrico attorno al profilo solido di quanto l’uomo vi attribuisce, nell’impatto di un effetto collettivo, posto a ritocco di uno scenario naturale inclusivo.
Lo scorrere del tempo che, fra l’altro, pare coniugare la scenografica iniziativa del “ponte galleggiante” di Christo in quella durata che, al corso del 2016, ascrive l’installazione temporanea del manufatto fra la primavera e l’estate, sembra abbia, pure, sviluppato, nella stratificazione delle epoche passate, una serie di infrastrutture connesse alle opere umane, mediante le quali alcune innovazioni sono state artificialmente proporzionate alle prossimità lacustri dove sono state innalzate.

Fra queste, sembrano porsi certe sollecitudini di inizio Novecento, quando l’ing. Antonio Torresani, referente del “Genio Civile locale” raccoglieva l’esito di alcune sue proposte rivolte al Ministero dei Lavori Pubblici, per fare in modo di poter materializzare la visione progettuale da lui interpretata in una soluzione particolare, in ordine alla quale, fra altri aspetti, era previsto che “all’emissario del lago si costruirà una diga mobile provvisoria di m. 60, tipo Poirèe a palconcelli di legno secondo il progetto Bresciani che verrà collocata là dove oggi si mettono i cavalletti, sopra una platea in muratura a livello della soglia del canale Fusia. Per mezzo di essa si potrà elevare l’acqua del lago fino a cm. 60 sullo zero dell’Idrometro di Sarnico, salvo sopraelevarla a cm. 80 qualora dall’esperienza venisse dimostrata la innocuità di un maggior invaso”.
L’intervento, attraverso cui tale disegno si circoscriveva, era una zona nella quale il basso lago d’Iseo, fra Sarnico e Paratico, sembrava avesse progressivamente fatto denotare una serie di criticità correlate alla regolazione delle acque del fiume Oglio, in uscita dall’alveo lacustre che, nel merito di tale antica pertinenza, tanto per la pesca quanto per la quota parte idrica destinata all’erogazione irrigua, conformava l’ambito d’afferenza dell’allora “Comprensorio del lago”, secondo l’incombere di una problematica incidenza.
Come pubblicava il quotidiano, “La Provincia di Brescia” del 7 febbraio 1910, si trattava, fra l’altro, degli “ingombri allo sbocco del lago”, a scanso dei quali, un insieme di lavori, annunciati dalla notizia in prima pagina del giornale attraverso la quale risultavano divulgati, erano finalizzati a “ottenere che la portata dell’Oglio inferiore, anche nelle massime magre, non si abbassi troppo, venendo a sopperire alla sua deficienza l’acqua invasata con la sopraelevazione del lago durante le piene. Così, dopo secoli di discussioni, di animosità fra rivieraschi ed utenti inferiori, la grave questione sta per essere risolta e noi ci congratuliamo vivamente coll’egregio e valente ing. Torresani che, con studio ed amore, ha saputo condurre in porto un progetto della massima importanza per la nostra provincia”.

La ravvisata messa iniseo atto del provvedimento si assommava alla natura di altri interventi che, nel passato, avevano rivelato l’analogo intento di permettere all’uomo una ricercata interazione con il territorio che, con l’acqua del Sebino, era inscindibilmente legato nell’omogenea connotazione di un preciso comprensorio.
A tale proposito, ancora riferiva il menzionato giornale locale, che “in questa località, una di quelle sassaie colle quali usano i pescatori attraversare i corsi d’acqua lasciando in mezzo solo un piccolo varco ove collocano la rete per prendere il pesce – o che viene comunemente chiamata nassa, – circa settecento anni fa, fu trasformata in opera stabile consolidandola con palificate e manufatti e sostituendo la rete, con gabbie di legno e di ferro. Questa nassa sorgeva sulla sinistra dell’Oglio. Sulla sponda destra si costruì poi, più tardi, – in seguito a concessione data circa alla metà del secolo decimosesto – anche una diga per derivazione dell’acqua che alimentava il mulino Alessandri. La nassa Paratico e il mulino Alessandri restringevano quindi la bocca d’uscita delle acque proprio nel punto in cui vi è anche la derivazione dell’importante canale di irrigazione detto Fusia e in seguito anche alle alluvioni del torrente Guerna poco più a valle, avevano finito per preoccupare i rivieraschi sulla sopraelevazione delle acque del lago in caso di piena”.
Un salto di una doppia dozzina d’anni da quelle considerazioni, espresse in stampa nel primo decennio del Novecento che, di un dato stato di fatto, ne asserivano le storiche corrispondenze, ed ancora un mezzo d’informazione, nel taglio editoriale, però, di un periodico cremonese, delineava nel bacino sebino, il riflesso di un apporto strutturale, relativamente a quanto, di una sopraggiunta infrastruttura, ne riservava l’attenzione circa la sua allora recente ubicazione: “(…) Un nuovo episodio dell’eterna fatica umana per vincere e sfruttare le forze naturali si è concluso il 6 novembre 1933 coll’inaugurazione della diga di sbarramento del lago di Iseo. Tale diga possente, costruita presso Sarnico su progetto dell’ing. Prof. Gaetano Ganassini, in soli diciotto mesi di lavori, presenta quattro luci di metri 15,50 ciascuna chiuse da paratoie, ed uno scaricatore della larghezza di metri 9 che, eventualmente, può essere utilizzato quale conca per la navigazione”.

Pare che, come attestava il mensile “Cremona” del gennaio 1934, novantamila metri cubi di scavi e sessantamila quintali di cemento, per un “razionale immagazzinamento delle acque”, abbiano concorso a strutturare concretamente il complessivo intento ispirato ad asservire, a quella serpiginosa appendice lacustre, un preciso impianto di monitorante riferimento, inserito nell’ambiente circostante, in quella sinergia tecnica ed idraulica che esemplificava, nella fissità della propria compenetrata materia inerte, un altro genere d’inventiva, rispetto all’immaginazione di ideare, invece, sul pelo dell’acqua, un’installazione galleggiante di una temporanea dimostrazione appariscente, nei termini della “passerella di Christo”, che, nel secolo susseguente, si appresta a sfidare il lago con quell’affondo creativo che si estrinseca, quasi si ponesse tra le parole del profeta Isaia di “quando dovrai attraversare le acque io sarò con te”, nella attesa spettacolarità della sua notevole messa in opera, al centro di un vagheggiato indotto conseguente.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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