Brescia – L’immagine presentata risultava composta sia da “un magnifico panorama” che da un “giardino sul lago”. Da qui, era partita la coppia che più non aveva fatto ritorno. Era quel tratto litoraneo dell’Hotel Bella Riva di cui ne recava ampia pubblicità l’allora mensile “La Rivista del Garda” del marzo 1922, specificandone l’ubicazione a Fasano di Gardone Riviera, in relazione ad una struttura alberghiera alla quale attribuire le qualità descritte ne “il più centrale – l’unico al pontile del piroscafo e a due passi della stazione del tram elettrico Brescia-Toscolano. Confort moderno – Termosifone – Bagni – Ascensore“.

Questa realtà ricettiva, alla quale la medesima inserzione pubblicitaria specificava testualmente anche la libera opportunità del poter “chiedere prospetti gratis” ai proprietari “fratelli Braga”, era stata, in un qualche modo, associata ad un fatto di cronaca accaduto qualche tempo prima, a motivo di un tragico evento, tradottosi nell’epilogo misterioso che era fatalmente risultato connesso ad un duplice e ad un concomitante assortimento.

Il fatto si poneva a margine di quella già attiva frequentazione turistica della sponda bresciana del lago di Garda, dove trovavano ospitalità vari “forestieri” dalle più disparate provenienze, come, ad esempio, fra certe personalità non così famose, ma nemmeno fra quelle delle quali, invece, si sapeva niente, c’era stato chi occupava, ad inizio Novecento, la sede arcivescovile di Monaco di Baviera, nella figura di mons. Franziscus Von Bettinger (1850 -1917) che, come riferiva il periodico “La Rivista del Garda” dell’ottobre del 1912, si era, per qualche tempo, sistemato nella Pensione Maria Elisabetta, pure, situata a Gardone Riviera.

Località, fra l’altro, aperta su un orizzonte dove si distingue, in lontananza, la sottile protuberanza di un’isola modellata nella fragranza di un paesaggio da cui trae il fascino di una perdurante rinomanza, pure, ascritta a sede privata di una lingua di terra dove la storia ha intersecato il punto di svolta di un possente palazzo neogotico, eretto in tutta la sua aristocratica esuberanza.

Questo insieme, assediato dal lago, pare abbia potuto rappresentare la meta di una gita in barca anche in quel freddo periodo di gennaio, quando, nel 1922, l’edizione quotidiana del giornale “La Provincia di Brescia”, alla data dell’undici di quel mese, menzionava chiaramente il ruolo di un’attrattiva prestata al vaglio di un diversivo, adottato su tutt’altro intento premeditato, ad uso di un certo tipo di decisioni prese: “Una coppia svizzera suicida nel Garda. Ci scrivono da Fasano, 9 gennaio: Verso le 16 del 7 u.s. Certo Arnold Vogt, nato il 6 settembre 1890 a Bischofen (Svizzera), in unione ad una signora che nell’Albergo Bella Riva, presso il quale era alloggiato aveva notificata per sua moglie, prese a nolo un canotto dell’albergo, dichiarando di voler fare una gita all’isola di Garda. L’Arnold Vogt avea pochi istanti prima regolato il conto dell’albergo presso il quale trovavasi alloggiato da pochissimi giorni. Venuta la notte, e non vedendo tornare gli ospiti, l’albergatore non si preoccupò più che tanto poiché pensò che essi si fossero fermati a pernottare altrove. Nel pomeriggio del giorno 8, però, non vedendo tornare i forestieri, l’albergatore entrò nella camera da essi occupata. Su un tavolino si rinvenne una lettera nella quale il Vogt esprimeva il proposito di suicidarsi nel Garda. Venne disposto immediatamente per delle ricerche. A pomeriggio inoltrato, nei pressi della Rocca di Manerba, si rinvenne il canotto abbandonato, con il soprabito ed il cappello del signor Vogt ed il cappello della Signora. Come il fosco dramma si sia svolto non è dato stabilire. Dalla lettera rivelatrice è facile però desumere che i due abbiano effettuato il sinistro proposito gettandosi nel lago ed annegandovi. I cadaveri, non vennero, fino al momento in cui vi scrivo, ripescati. L’autorità subito informata ha provveduto al sequestro degli oggetti rinvenuti nel canotto. La notizia diffusasi per la Riviera ha suscitato penosa impressione e commenti infiniti“.

Analoga dinamica risultava divulgata, in pari data, da “La Sentinella Bresciana”, mediante la contestuale ricostruzione giornalistica che presentava alcune differenze, rispetto alla versione sopra riportata, similmente alla testuale menzione della presunta località svizzera d’origine dell’identificato personaggio tragicamente implicato che, all’apparenza, sembra non decifrabile in un riscontro possibile con la corrispondente geografia svizzera indicata: “Una coppia svizzera annegata nel lago di Garda. Da alcuni giorni avevano preso alloggio, all’Hotel Bella Riva a Fasano, due svizzeri che si dicevano marito e moglie. Lui si era qualificato per Arno Vogt nato il 6 settembre 1870 a Bishozel (Svizzera), della compagna aveva scritto sul registro dei forestieri la sola qualifica di sua moglie, senza declinare il nome. Il giorno 7 corrente, sabato, verso le ore 16, la coppia scese dalla camera e pagò al “bureau” il conto, compreso il noleggio di un canotto con il quale diceva di volersi recare a fare una gita all’isola del Garda. I due sposi montarono infatti nel canotto e si allontanarono in direzione dell’isola. La sera, non vedendoli ritornare, sorse nei proprietari dell’Hotel un vago sospetto. La loro camera era stata lasciata aperta: una cameriera vi entrò e rinvenne su un piccolo tavolino che serviva da scrittoio una lettera, con la quale, i due avvertivano che erano andati a suicidarsi annegandosi nel Garda. Il successivo giorno, 9, il canotto fu rinvenuto abbandonato a sé stesso presso la Rocca di Manerba. Alcuni pescatori staccarono una barchetta dalla riva e si apprestarono al canotto. Esso conteneva il soprabito ed il cappello del Vogt ed il cappello della signora. Nessun’altro oggetto e nessuno scritto. Si ha quindi la quasi certezza che la coppia sia realmente annegata. Il canotto fu rimorchiato a riva e gli oggetti rinvenutivi furono portati in caserma dei Carabinieri a Manerba. Dei due corpi dei suicidi non si sa finora notizia“.

Il varco, aperto dalla coppia, sul proprio tempo, conduceva ad una uscita di scena, senza alcun altro svelato riferimento.

Il lago ne serba, da allora, il segreto di una, per altro, sottoscritta risoluzione, non suffragata, però, in quei giorni, da alcuna prova attinente, oltre l’evidenza di un’ovvia e di una alquanto incentivata supposizione conseguente.

La massa d’acqua lacustre aveva stabilito un limite insondabile, con cui frapporre la distanza di un distacco inesorabile, inferto dalla coppia al corso di quel contesto di vita impenetrabile, da loro stessi barattato, insieme a tutto il resto esistenziale di una evanescenza imponderabile, con il lascito, solo immaginabile, di ogni altro fattibile piano di coesistenza congetturabile.