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Si dice che quando muore una persona lascia un grande vuoto.

Non riesco a pensare la stessa cosa per padre Hugo de Censi, fondatore dell’Operazione Mato Grosso, che nella notte ci ha lasciato. Erano le 23.30 di ieri in Perù, dove Hugo viveva da tempo e le 5.30 di questa mattina in Italia.

Padre Hugo è il sorriso, la speranza, la vita di migliaia di poveri delle Ande, di migliaia di ragazzi in Italia che hanno trovato un sentiero e un senso per la loro vita.

L’OMG, Operazione Mato Grosso, è un movimento che nasce da una feconda intuizione di Padre Ugo De Censi, salesiano valtellinese, classe 1924, che decide di far partire un progetto credendo fortemente nei giovani portatori di futuro e speranza. Erano gli albori del movimento del ’68.

Nel 1977 padre Hugo parte per il Perù diretto alla parrocchia di Chacas a 3400 metri, ai piedi della Cordillera Blanca delle Ande. Diverrà la casa e punto cardinale di decine di migliaia di ragazzi sparsi per l’America Latina: Perù, Ecuador, Brasile, Bolivia.Padre Hugo lo conobbi una sera di tanti anni fa in Valtellina, una serata uggiosa degli anni ’90. L’invito diceva: “Padre Hugo De Censi parla agli alpinisti”. Ci andai. Appuntamento con alcuni amici per comprimersi tutti in una macchina e risparmiar benzina.

Sul fondo dell’auditorium della valle vedevo la sagoma inconfondibile di padre Hugo in un grande spazio che sarebbe stato sin troppo grande anche per una intera compagnia teatrale. Ma quell’uomo magro, dai movimenti flessuosi e gentili, capelli bianchi tenuti fermi da una candida papalina sferrata a mano, un occhio semichiuso che gli donava una smorfia beffarda sul viso, occupava quel grande spazio solo con la sua presenza.

Quel corpo quasi sofferente emanava un’energia dirompente sul quel palcoscenico, una forza vitale di tale intensità che poteva affascinare ancor prima di sentire le sue parole.

La sala era gremita da gente con giacche a vento e maglioni multicolori. Visi bruniti dal riverbero del sole sulla neve dei ghiacciai e polvere di dolomia sotto le unghie, abituati a spremere acido lattico sui pendii, consumare pelli sotto gli sci e smerigliare le punte delle piccozze sul ghiaccio, poco avvezzi a star seduti in una sala dall’aria finta. Erano accorsi in tanti per ascoltare le parole di quel prete, controcorrente, tornato dalle Ande nella sua Valtellina per parlare dei “poveri”.

Poveri e povertà, in questa e nella altre valli alpine nostrane erano parole esorcizzate dall’arrivo dirompente della modernità, delle sciovie e delle code la domenica. Chiuse in un cassetto con le foto ingiallite dei bisnonni vestiti da soldati. Altri tempi che quassù nessuno voleva più ruminare dal dopoguerra. Altra era geologica quella del padre Hugo bambino in queste valli a far fieno sulle gobbe dei monti col papà.

La parole di padre Hugo si riversarono nella sala come da una diga aperta, per rovesciarsi nelle nostre coscienze falsamente ignare delle sorti delle genti a sud del Mondo e costringendo i nostri animi a mettersi in ginocchio. Tra gli alpinisti il silenzio era totale, l’attenzione rapita da quella voce inconfondibile che parlava ai cuori, parole che urtarono contro con impeto contro la mia fede inesistente.

Le sue parole non divennero predica da pulpito, ma la parabola di un uomo giusto, leale, portatore di quella carità caricata nello zaino con cui si era incamminato, tanti anni prima, verso i volti delle genti povere sulle montagne più belle del Mondo: le Ande dov’è tracciato da decenni il “sentiero OMG”.

In quello zaino una semplice mappa segnava il cammino e seguiva un unico segnavia: – vuoi unirti alla nostra cordata, sporcati le mani e lavora nella gratuità per i più poveri

Alla fine ci aspettavamo una di quelle frasi ad effetto, un sipario teatrale.

Invece il padre imbracciò la fisarmonica e intonò un canto ai più sconosciuto, a cui fecero eco i suoi ragazzi in sala. Emozione che sulle note divenne commozione. Gli occhi di molti alpinisti si fecero rossi, come quando spremuta la fatica del corpo si respira l’aria fina della vetta e vidi i gomiti nei maglioni colorati asciugarsi gli occhi.

Fu quella la prima volta che conobbi padre Hugo e iniziò la nostra indissolubile amicizia. Quella sera e quelle parole posero un segnavia sul sentiero della mia vita.

I ragazzi dell’OMG sono un esercito della bontà che ha seguito il sentiero tracciato da Padre Hugo De Censi, a quell’uomo d’infinita bellezza interiore, di incredibile forza nel cuore, di santità aperta e solare. Il denaro per sostenere il tutto lo ricavano in Italia col lavoro, sono i ragazzi con le mani “sporche” che bussano umilmente alle nostre ricche porte e vuotano solai e cantine da vecchia carta e ferro. Rifiuti di una opulenta società, speranza per una povera società.

La consapevolezza che sul “sentiero OMG” ci fosse una buona cordata è stata certezza sin dal primo incontro, fatta di quei ragazzi che controcorrente hanno deciso di “sporcarsi le mani”, camminando in salita.

Ci fu in quegli anni una scambio epistolare, inaspettato e commuovente, con Padre Hugo. Parte di quelle emozioni che entrano a far parte delle risorse interiori, utili, se non indispensabili, per la ricchezza dell’anima.

Di sporcarsi le mani si trattava, di mettersi in gioco, di donare del tempo: i campi di lavoro sono una “palestra”. Su quei furgoni ansimanti e affannati, tra carta, ferro, vetro, e poi motoseghe e legna, chitarre serali che non finivano mai, si è cementata la mia amicizia con l’OMG.

Al fine una decisione, neanche molto sofferta: avrei lasciato il lavoro, che a quel tempo faceva 20 anni esatti, per seguire il “progetto Huascaràn”.

Forse una scusa. La realtà era il desiderio di raggiungere gli amici per condividere un piccolo segmento del “sentiero OMG”. Nonostante la realtà cruda e disarmante della povertà vissuta da vicino, sarebbero stati i mesi più intensi e sereni della mia vita.

Non per le vette oltre le nuvole e i polmoni ansimanti, il lavoro e il tempo da regalare a visi sconosciuti, ma per un’alchimia di felicità determinata da un insieme di emozioni irreperibili e introvabili al di fuori del cammino sul “sentiero OMG”.

Un grazie dal profondo del cuore per la nostra amicizia. Buon viaggio padre Hugo!

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Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.

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