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Sono più di 10.000 le adolescenti che ogni anno, in Italia, si trovano a dover affrontare una gravidanza.

Un fenomeno in crescita esponenziale, tuttavia non ancora perfettamente a fuoco, soprattutto nella risposta e nei servizi che le istituzioni offrono, spesso insufficienti. Le teenager coinvolte in questo censimento sono italiane e straniere, provengono prevalentemente dalle regioni del sud ma il problema investe oggi anche le grandi città, soprattutto Milano e Roma.

Perché la gravidanza non fa distinzioni sociali o economiche ma investe trasversalmente l’adolescenza: il gap risulta praticamente azzerato, quando si parla di giovanissimi genitori. È diverso il modo in cui, a livello sociale e culturale, si affronta o risolve il problema.

Il fenomeno delle babymamme, a Milano, conta circa 100 casi all’anno. Si parla di ragazze di età compresa tra i 14 e i 20 anni, per cui la gravidanza significa spesso rinuncia agli studi, problemi relazionali in famiglia e con il padre stesso del bambino, difficoltà a mantenere saldi i rapporti con i coetanei.

“La maternità rappresenta un momento delicato e complesso nella vita di un adulto e della sua famiglia. In adolescenza, questa condizione può rivelarsi ancor più difficoltosa, considerando il particolare momento evolutivo delle persone coinvolte” – commenta Laura Boati, psicologa, coordinatrice di progetto.

Può costituire un fattore di rischio per lo stabilirsi di una relazione adeguata tra madre e bambino e richiede una maggior vicinanza di una rete familiare o sociale che spesso è carente. Ci possono essere difficoltà nella cura del figlio e anche la giovane mamma può sviluppare un disagio psico-fisico”.

La gravidanza è spesso non programmata, una sorta di “incidente di percorso”, ma è anche una reazione al contesto socio-familiare di provenienza delle giovanissime ragazze, in alcuni casi vittime di abusi o di relazioni anaffettive e inesistenti.

“Possono essere gravidanze agite come tentativo di soluzione di conflitti con i genitori e come modo per emanciparsi al ruolo di adulti”, racconta Elisabetta Costantino, psicologa del progetto.

Per sostenere le giovani mamme e i loro bambini la Fondazione Ambrosiana per la Vita ha attivato, dal 2014, un servizio che si rivolge alle madri adolescenti tra i 14 e i 21 anni e ai loro partner: il Progetto BabyMamme ha l’obiettivo di sostenere e accompagnare nella crescita i giovani genitori, durante la gravidanza e dopo la nascita del bambino con l’obiettivo di renderli più consapevoli di quanto stanno vivendo, offrendo loro gli strumenti per affrontarlo con serenità.

A Milano sono due gli spazi dedicati all’accoglienza e all’ascolto, uno inserito presso Il Girotondo e l’altro presso Spazio Agorà, in cui una équipe di psicologhe, educatrici e psicomotriciste lavora per promuovere una relazione mamma-bambino equilibrata e sicura, prevenire il disagio psicologico e sociale, facilitare l’accesso alle risorse del territorio, il reinserimento scolastico e l’accesso al mondo del lavoro.

Ma qual è l’identikit delle teenager che si rivolgono ai servizi di accompagnamento? Presso gli spazi del Progetto Babymamme, in cui lavorano una psicologa, una educatrice e una psicomotricista, quest’anno sono state inviate 15 babymamme, la cui età oscilla tra i 14 e 22 anni.

Un terzo italiano, il resto proveniente da altri Paesi ma per la maggior parte stabilmente in Italia. Tutte studentesse o disoccupate. Le segnalazioni arrivano principalmente dai servizi sociali, dai consultori o dal CAV, il vicino Centro di Aiuto alla Vita Ambrosiano. Poche le telefonate dei genitori delle ragazze.

“Molte ragazze arrivano in gravidanza e le accompagniamo in media per un anno – prosegue Laura Boati. I compagni e padri dei futuri nascituri sono spesso presenti, anche se non partecipano per vari motivi. Durante il percorso può succedere che la relazione di coppia finisca. La peculiarità dell’intervento resta, per noi, l’ottica preventiva a supporto di questa specifica genitorialità”.

Quali le prospettive per il futuro? Per affrontare il fenomeno sarebbe necessaria una sinergia tra famiglia e istituzioni, raccontano dai due sportelli.

Ci piacerebbe che il progetto fosse più conosciuto dai servizi sociali territoriali, dai consultori, dagli ospedali e dalle scuole – conclude Boati – così da poter raggiungere e sostenere altre ragazze che affrontano una maternità”.

 

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