Tempo di lettura: 5 minuti

Un’arte, protesa verso il mistero del trascendente, che si esplica nella rappresentazione pittorica della verità fideistica rivelata, mediante il modo in cui la stessa appare interpretata, attraverso alcuni segni veridici di alcune manifestazioni della realtà stessa considerata.

Cristo, venuto a “far nuove tutte le cose” e manifestatosi, non per “abolire la legge, ma portare a compimento”, si è incarnato nella condizione umana del medesimo tempo in cui la sua venuta al mondo è stata poi assurta a riferimento per una creazione connaturata all’uomo perchè, come insegna San Paolo, si proceda a “ricapitolare ogni cosa in Cristo”.

Questi sono pure gli orientamenti ideali impliciti all’arte di don Renato Laffranchi che, come egli stesso afferma in una personale presentazione della sua, anche itinerante, ricerca creativa, si riconducono al fatto che “(…) in tutti i tempi e dovunque, il Signore ha acceso presentimenti e figure della Rivelazione del Figlio”.

Un’esperienza che si rinnova anche nell’ambito della mostra “Adoro Te devote”, allestita nel “Museo Diocesano” di Brescia fino alla metà ottobre, secondo una tematica proposta espositiva inaugurata il 15 di settembre, come inizio contestuale allo svolgersi del “Congresso eucaristico nazionale” di Genova che il dispiegarsi del 2016 ha enumerato nella ventiseiesima edizione di tale annuale evento ecclesiale di condivisione.

La così individuata coincidenza bresciana con questo appuntamento congressuale è stata, fra l’altro, evidenziata da don Giuseppe Fusari, direttore dell’accennata sede museale, in occasione dell’inaugurazione della mostra stessa, avvenuta in corrispondenza del periodo che è stato dedicato dalla Conferenza Episcopale Italiana all’accennato incontro nel capoluogo ligure, per una rinnovata riflessione ispirata al senso dell’Eucarestia, nell’ambito di una corale azione pastorale ed oblativa.

Ad essa partecipa anche l’opera artistica di don Renato Laffranchi, per il tramite della scelta del noto inno eucaristico “Adoro Te devote”, scritto da San Tommaso d’Aquino (1225 – 1274), come autentica ispirazione per una serie monografica di tavole centinate, interessate dalla sensibile sollecitudine introspettiva dell’artista volta ad approfondire pittoricamente gli aspetti salienti di questa orante composizione liturgica, funzionale ad una mistica contemplazione eucaristica.

don-renato-laffranchi

Con esclusione del solo mercoledì, attraverso gli orari d’apertura, sia feriali che festivi, compresi dalle ore 10 a mezzogiorno e dalle ore 15 alle ore 18, una contigua tripartizione di ambienti del museo diocesano cittadino di via Gasparo da Salò, esplicano, a Brescia, un significativo connubio fra la visione artistica e la narrazione descrittiva di una medesima trattazione espositiva, aderente al rilevante spessore di una edificante valenza teologica induttiva.

Seguendo le caratteristiche peculiarità dell’antico inno eucaristico considerato, la riflessione del pittore parte dalla visione umana del mistero salvifico del Cristo, per concludere ogni sua rispettiva asserzione espressiva con il vincolo della fede che ne contempla e ne eleva il fascino in una devota e convinta adorazione effusiva.

Ripercorrendo la devota intuizione di san Tommaso d’Aquino, le opere, esibite in mostra, mettono al centro di una attenta elaborazione allegorica quegli aspetti d’indagine speculativa che sono rilevanti per una efficace astrazione pittorica, contestualizzata, fra l’altro, da don Renato Laffranchi nella stesura del testo di un apposito scritto di presentazione, posto in prossimità degli spazi dedicati all’esposizione: “Tra i testi proposti dal santo, questo inno è tutta una riflessione sul “vedere” e sul “non vedere”; sull’impotenza dei sensi a percepire l’Invisibile e sulla capacità del cuore di vedere quello che gli occhi non vedono. Che è poi un tema sul quale riflettevano le civiltà antiche non cristiane, se è vero che nel mito greco i Veggenti sono ciechi ed è cieco il poeta che il dio ispira, ed Eros, l’arciere infallibile che vulnera i cuori, è bendato”.

don-renato-laffranchi2L’interpretazione pittorica della realtà appare vivisezionata nel superamento di quella figurazione che lascia il posto a ben definite sciabolate di colore, recanti l’evocazione specifica di un messaggio enucleato nei liberi fasti pittorici di una astrazione, raccolta, in questo caso, nel solido supporto di tavole d’uguale dimensione.

Marcatamente diversa dai canoni della tradizione, la pittura di don Renato Laffranchi è ad essa affine per l’implicito trasporto di una sentita partecipazione ai temi di una religiosità vissuta con il sacro rispetto di una solida dedizione, in grado di emanciparsi dagli elementi descrittivi di una comune figurazione compositiva, per affidare, il significato della rappresentazione artistica realizzata, all’ermetica riflessione interiore di una matura introspezione, manifestatasi pittoricamente nella metafisica astratta di una volitiva intensità di compenetrata risoluzione.

In questa personale profezia espressiva delle “massime eterne”, condensata nell’assimilazione stilistica della propria apprezzata modalità di pittura elettiva, l’artista spiega il ricorso a quei peculiari riferimenti che concorrono a dare rispettivamente all’opera prodotta una significativa opportunità di lettura a favore dell’insieme pittorico verso cui la visione del manufatto compiuto si volge per assaporarne la complessiva manifestazione.

Indizi che inducono a riconoscere l’ispirazione interpretata dall’autore, mediante la resa del prodotto finale dell’opera, eseguita attraverso precise scelte ragionate sia del colore che dei tratti figurativi emergenti dal caleidoscopio immaginifico di una base di elaborazione saliente nella quale certe immagini si impongono sul piano vertiginoso di una onirica dimensione che è normalmente avulsa alla loro naturale caratterizzazione corrispondente.

In un cristallizzato scenario d’impetrata invocazione, posto a margine della crocifissione, si staglia la doppia figurazione del Cristo e del “buon ladrone”, descritta dal pittore, ponendo, pure a quest’opera, lo scritto didascalico che risulta utile per una sua diretta spiegazione: “I Santi segni del Sacramento Santissimo non velano solo la Gloria della sostanza Divina del Signore, ma anche quella sostanza umana di cui il Figlio si è rivestito per rivelarci l’Amore, facendosi nostro fratello. Quella umanità torturata e umiliata che, inchiodata alla croce, mandava in panico gli Angeli, sconcertava i discepoli e autorizzava i nemici alla vile ferocia degli insulti. Ma crocifisso con Lui c’era un bandito. Non era un discepolo; e di catechismo non sapeva nulla, tanto che nelle nostre parrocchie non lo ammetteremmo nemmeno alla prima comunione, ma nel suo cuore sopravviveva, ad una vita traviata, l’onestà che gli bastava per riconoscere l’Innocente e per contraddire gli offensori; e gli meritava la grazia di vedere, in quello scarto di uomo, un re, e l’umile audacia di chiedergli di non dimenticarlo, nel suo regno. E’ l’omino che, nelle icone orientali, apre il cancello del Paradiso al corteo degli eletti che sale verso la Gloria, per ricordare a noi che Gesù è tornato a casa in compagnia di un bandito e con un bandito ha inaugurato il suo giardino, Lui che era venuto “a cercare e a salvare quello che era perduto”.

Un’esperienza con il trascendente, nel traslato riflesso della pagina evangelica che le è pertinente, che avvolge la natura umana nella diversificata diluizione esperienziale di quel varco d’infinito che la consente, a contatto con una sensibilità capace di percepirla con uno slancio fremente d’elevarsi al mistero invisibile nascosto nella realtà immanente, come umanamente sembra, a titolo narrativo d’esempio eloquente, apparire in una nota del diario di Giuseppe Bottai (1895 – 1959), già ministro dell’Educazione Nazionale, alla data del 9 maggio 1946 – “L’ora del mattino, nella corte deserta. Mi levo sempre in fretta, quasi affannato, per paura d’arrivar troppo tardi. L’ora in cui il cielo è pieno d’angioli. Chi dorme perde gli angeli e questa solitudine arcana sotto il fremito delle loro ali. L’Angelus del mattino: ogni volta, la “prima” preghiera; meravigliata, stupita incantata. Si ringrazia Iddio di questo nuovo giorno, di cui a sera si sarà stanchi: e s’invocherà il provvisorio riposo”.

CONDIVIDI
Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Esegui l'operazione aritmetica prima di inviare *