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L’aglio contro ogni malanno. Ritenuto popolarmente antimalefico anche come amuleto, pare abbia conosciuto una stagione di ulteriore riscoperta, a riguardo delle sue attribuite virtù benefiche, durante una lontana epoca di contagi perniciosi.

In pratica, si tramandano, dalla storia andata, alcuni significativi pronunciamenti circa il suo essere un toccasana, al punto da rivelarsi una risorsa per tutti, più che un mezzo per sortilegi, quando, quest’ultima versione talismanica, sembra accada pure oggi, nella discrerzionalità di gente attraversata da pensieri pregiudizievoli, circa una distrazione da quella filantropica serenità che poco li rende commendevoli.

In un altro caso, l’aglio era, invece, sperimentato positivamente contro un dato contagio, più che prestarsi, secondo buie iniziative in male arnese, dell’essere inteso come elemento di una superstiziosa congiunzione, anch’essa contagiosa, ma fra le ombre oscure del porsi a contrapposizioni, promuovendole entro i piani sottili e spesso subdoli di almeno discutibili contese.

L’aglio benefico, era arma a favore di tutti, non contro o ad argine di qualcuno, in una sua attribuita portata di benessere, generalizzato a favore della salute di ciascuno ed in modo tale era proposto durante certi frangenti dove pare che non si badasse all’altro suo possibile volto conflittualizzato, in usi presunti che sono intesi, invece, nella natura arcana, pure attribuitagli.

In giorni funestati dal colera, il “Giornale della Provincia Bresciana” del 4 marzo 1838, pubblicava, fra l’altro, la versione sperimentale di un benefico rimedio: “(…) Si pongano in mezza foglietta di aceto di buona qualità due capi d’aglio scelti e suppistati. Questo fluido si custodisca in un recipiente ben chiuso, e se ne prenda per bocca un mezzo cucchiarino da caffè la mattina, subito alzato da letto e la sera prima di coricarsi.

Nelle stesse circostanze, si bagnino le mani col medesimo fluido, e si stropicci tutto il corpo. Ci si assicura che una quota parte degli abitanti di Roma ha usato di questo specifico, né mai si intese che uno solo di quei che lo praticarono sia stato attaccato dal morbo cholerico. Noi riportiamo questi fatti nel semplice scopo di render caro all’umanità il signor Lorenzo Giordano, se, come giova sperarlo, il di lui specifico ha tanta virtù”.

Il tema ed il correlato rimedio empirico rimanevano attuali anche negli anni da allora a venire, se, come appare, alla medesima minaccia, ancora rivolta contro lo stare bene, un simile pronunciamento si confermava in un corrispondente adattamento d’uso, anche durante il 1854, quando l’edizione del 9 settembre della “Gazzetta di Mantova” ne riportava i particolari, calati nell’asserzione di un convinto invito salutistico a tenerne conto, per un profittevole beneficio di profilassi, ritenuta d’insuperabile portento: “(…)

L’illustre chimico Raspeil termina così, un capitolo sul cholera: – Oso predire, senza tema di essere smentito dai fatti, che non avrà nulla a temere dal cholera chiunque a colazione e al pranzo consumerà, per sé solo, in condimento o sotto la loro forma primitiva, tre o quattro spicchi d’aglio crudo. Ne dia l’esempio il povero, giacchè questo rimedio è alla portata dei suoi mezzi; il ricco lo imiterà quanto prima, ad onta della ripugnanza per quell’odore. Ciò che preserva dal male ha sempre un buon odore e l’aglio acquisterà la fama dell’ambra, tosto che avrà dato prova di essere un preservativo- G.T.“.

In attesa che avvenga questa rivoluzionaria previsione, propria di un ridimensionamento di valutazione comune, circa l’impatto dell’aglio al gusto ed all’odorato, in quanto aspetti da fare scivolare in subordine rispetto al suo prestarsi a giovare, nel fare così bene, nel senso da contribuire alla conservazione della salute, era già, comunque, anche opinione scientifica che, tale pallido bulbo dell’Allium Sativum, fosse d’una importanza raggiuardevole.

Tra le colonne tipografiche della “Gazzetta Medica Italiana” del 16 aprile 1853, l’edizione lombarda di tale organo d’informazione recava la recensione di una pubblicazione intitolata “Della proprietà dell’aglio e del suo uso nel colera”, stabilendo un ulteriore nesso di funzionale corrispondenza fra questo rude ortaggio antico e la peculiare sfida derivata da una allora riemergente malattia contagiosa, contemporanea ai tempi dell’uscita in stampa di tale giornale menzionato.

L’interessante versione d’utilizzo dell’aglio era tratta dalla “Revue Medico-Chirurgicale de Paris” per l’anno 1852, citando un tal medico Lange, il quale aveva, con successo di risultati a beneficio dei suoi pazienti, impiegato l’aglio anche per la cura di quanti erano già colerosi: “(…) I modi di amministrazione ai quali ha ricorso l’autore sono numerosi: egli ha dato l’aglio in bevanda alla dose di 3 o 4 spicchi crudi schiacciati e lavati in un bicchier d’acqua; topicamente sotto forma di empiastro, crudi; per lavativo, nel medesimo modo, come internamente; infine, in supposta; egli si serviva, per quest’ultimo modo, di uno spicchio d’aglio di volume appropriato, e leggermente eroso”.