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Quarant’anni di avanguardia. Tanti sono gli anni che l’artista salodiano Albano Morandi esibisce in mostra al palazzo Martinengo di via Musei a Brescia. Tale stima temporale si parifica al titolo stesso di questa sua importante esposizione, essendo che la stessa manifestazione si esplicita parimenti in “1981 – 2021”, quando con quest’ultima annata si intende pure significare il periodo di una personale che dall’ottobre, ormai avviato, conclude, nel 14 di novembre, il nesso effettivo con l’allestimento espositivo, distribuito in più sale da poter visionare.

L’iniziativa è per la cura di Ilaria Bignotti, Vera Canevazzi e Claudio Musso, costituendo la prima, in ordine di tempo, peculiarità della tripartizione incardinata nelle manifestazioni programmate in tale sede, nel corso di un triennio, con Albano Morandi, da cui a seguire, nel 2022, l’esibizione del rispettivo carisma espressivo di Armida Gandini e di Gabriele Picco, attraverso i quali il programma, denominato “Una generazione di mezzo”, giunge, nel 2023, alla successione in sequenza per quanto attiene, a sua volta, lo spazio di tempo riservato, invece, a Maurizio Donzelli ed a Paola Pezzi.

In corrispondenza ad un assiduo percorso accademico, sia formativo che professorale, la mostra “1981 – 2021” si proporziona agli alti livelli di una ricerca creativa, affrontata nell’alveo delle arti visive, che interagisce con le maggiori sedi di interesse rispetto ad un analogo approccio alle tematiche e metodiche compositive che vi si scorgono, in una serie di specificità empiriche costitutive.

Quanto si diparte, tra i vari piani di questa mostra cittadina, non sembra scaturire da un territorio specifico, attraversato dai canoni ritrattistici e vedutistici di una data stagione artistica, ma pare, piuttosto, rientrare in una propria particolare via di scorrimento, instradata nelle tappe d’evoluzione riservate ad un cenacolo internazionale di riflessioni, svincolate da ogni caratterizzazione di gemmazione implicita, rispetto allo studio coraggioso della materia, della forma e del colore.

In questi elementi alberga quello stampo di animazione sostanziale, quale anima d’interpretazione trasversale che, altrove, con un differente spettro di misurazione, un artista può reputare di fare vivere, in assonanza con un certo stile, nella sua rispettiva creazione, affidata, ad esempio, ai ricorrenti parametri espressivi intrinseci alla tradizione.

Con quest’autore, “le radici” di un proprio scibile vanno trovate in una diversa ispirazione, ponendosi, fra l’altro, in un’astrazione intellettuale che, nella propria dinamicità e versatilità, ha, tra il contenuto ed il metodo, il messaggio della sconfinata libertà che presuppone.

All’autore, da sempre attivo nel settore cultura, discente e poi docente di accademiche referenze artistiche, sembra piaccia la frase che aleggia a presentazione di questa sua iniziativa espositiva, forse a retaggio del repertorio pregresso presente in seno alla nota serie delle edizioni bresciane di “Meccanica della meraviglia”, snocciolando l’enunciato di “Qui non c’è assolutamente nulla di insolito per quanto io possa vedere. Eppure ardo dalla curiosità e dalla meraviglia”.

Con questa affermazione, la mostra apre al visitatore il proprio sipario, fedele, nella asserzione detta, pure al dato di fatto relativo a quanto, in Albano Morandi, valga un altro suo dettame d’orientamento, sottoscritto nell’affermare di usare “il mondo delle forme per trasfigurare il modo delle cose”.

In questa visione, rientra la tridimensionalità di sculture, l’impatto scenico di installazioni, la natura ermetica di opere informali e, fra altre soluzioni ancora, l’afflato di astrazioni polimateriche, nella bidimensionalità di supporti di varia misura che sembrano variare fra la più millimetrica definizione e la più diluita e vaga sintesi di rappresentazione.

Un primo saggio di tutto ciò, pare situarsi già nella prima sala della mostra, con l’allestimento dei manufatti dai titoli e dai materiali evocativi di un notevole patrimonio creativo, tratto da un proprio bagaglio personale in dotazione: “Acquarello su carta paglia” del 1981, “Kamikaze s.d. Acquerello su carta di riso intelaiata”, “Collage ed acquerello su carta di riso”, in due esemplari diversi fra loro, ma entrambi del 1981, “Nastro adesivo su specchio”, installazione del 2021, “Corno rosso Acquerello a strappo su carta di riso e collage” del 1983, “Onda Acquerello su carta di riso” del 1982 ed “Occhio Acquerello a strappo su carta di riso e collage”, datato 1981 – 1982.

Uno sconfinato eclettismo, in senso buono, attraversa al primo colpo d’occhio dei profani, l’oggettivazione dell’arte lungo le possibili frontiere di una creazione rivelatasi fattibile nella compenetrazione intrinseca ed estrinseca dei manufatti ideati, nel senso che, in qualche caso, l’artista si spinge anche ad una propria proposta, extra-opera, definendola nell’appaiamento contestuale in cui si pone, quali, ad esempio, le trafile di manufatti di ugual misura, dei quali ciascuno potrebbe, forse, anche bastare a se stesso, per una propria, pur ammissibile, orditura.

Anni di lavoro si innalzano nel cadenzarsi di strutturazioni sempre, in senso proprio od in senso lato, poliedriche, quale intraprendente stigma delle opere realizzate, assecondando la scommessa dell’impatto visivo attraverso cui si insinuano, accarezzando l’andare del tempo e mediante la mediazione culturale del momento con la quale essere pure considerate e valorizzate.

Contemporaneità vibrante, favilla che ancora appare incandescente dalla fenditura lavica dalla quale discende, sollecitando i vari rivoli della società, a ridosso dei quali si rapprende.