Emigrare. Nulla lasciato al semplice espatriare. Serviva ben altro, rispetto alla mera ricerca di una miglior fortuna, in un altrove improvvisatosi, attraverso un volenteroso cambio di prospettiva personale.

La Prefettura di Brescia interveniva sul tema, sollecita a dare la propria qualificante opera di indirizzo e di mediazione, rispetto alle direttive governative che non abbandonavano l’emigrazione italiana a fenomeni incontrollati, in vari e drammatici casi, emergenti a fronte della loro progressiva ed ingente portata.

In linea con questo utile servizio, svolto a vantaggio della popolazione, con particolare riguardo alla quota parte degli interessati, motivati a lasciar la propria terra di origine, affrontando avventurose sfide su quegli orizzonti remoti dove sembrava che un miglior tenore di vita fosse fattibile, sono, fra l’altro, le periodiche edizioni del “Foglio Periodico della Regia Prefettura di Brescia”.

Pubblicazione edita anche negli ultimi anni dell’Ottocento, quando, al pari di altri periodi, prima di allora verificatisi e, pure, nel frattempo, ancora in divenire, l’emigrazione, anche dal bresciano, era una ferita sempre aperta, a causa della quale patire dolorose separazioni ed altrettante possibili fregature, per chi si accingeva, suo malgrado, ad esplorare altre vie.

Interessante, sul finire del Diciannovesimo secolo, il poter appurare che certi luoghi potessero, all’epoca, risultare in un qualche modo attrattivi, per sbocchi professionali e di sistemazione accettabili, nella valutazione di aspetti aggiuntivi, rispetto a quelli percepiti nella madrepatria ed anche a differenza di ciò che si sarebbe tentati, oggi, invece, di ritenere, sentendo parlare di certe zone, certamente amene, ma in difficoltà anche economiche tali da non poter assurgere, in realtà, ad un punto di interesse tale da preferirle ad altre, all’evidenza meglio statisticamente piazzate, nel merito di soluzioni davvero migliorative.

Esempio, l’isola di Cipro. Ai tempi del prefetto di Brescia, il calabrese Tommaso Arabia (1831–1896), in servizio nel capoluogo bresciano lungo i vari anni intercorsi dall’estate del 1878 all’inizio del 1884, pare che si emigrasse dallo Stivale a questa grande isola dell’Egeo, non per nulla, oggi, divisa amministrativamente, in sé stessa, pure rivendicata, in parte, da un territorio rispettivamente d’influenza greca e da uno, invece, nell’orbita turca, con alcune basi militari inglesi presenti sul posto, “territori d’oltremare britannici”, che, per così dire, fanno il resto.

In un vincolo morale, rivolto alla cittadinanza in procinto di recarsi laggiù, tra le indicazioni presenti nella pubblicazione prefettizia, redatta in chiave bresciana e fedelmente emanata su peculiari ed esplicite prescrizioni governative, si poteva leggere, in un pronunciamento datato 22 settembre 1878, che: “Emigrazione nell’isola di Cipro. Ai signori Sindaci della Provincia. Dopo l’occupazione di Cipro da parte degli Inglesi, molti italiani si sono diretti su quell’isola a cercare fortuna, ma ben presto disingannati, han dovuto pensare al ritorno i patria. Per evitare la ripetizione di questo fatto, giova che i signori Sindaci notifichino ai propri amministrati, che l’Isola di Cipro non presenta alcun lucro, alcuna risorsa agli emigranti, e che, ove ciò malgrado alcuno volesse recarvisi, non faccia assegnamento sui sussidi materiali del Governo, per il rimpatrio, imperocchè quel Regio Console non può accordare assolutamente alcun aiuto di tal fatta”.

A firma del prefetto, tale comunicazione responsabilizzava tanto chi fosse preposto ad incarichi pubblici, influenti sul territorio bresciano, quanto coloro che cercavano di rifarsi una possibilità di impiego, mettendosi in viaggio, verso località, come, ad esempio, quella cipriota, ancora da andare a barattare, in cambio con il proprio percepito ambito locale, magari in gestazione, nella specificità di un problematico ingombro ostativo originale, perché partorisse l’idea del raggiungere una meta, finalmente, da rivelarsi provvidenziale.

Almeno che il cambio non fosse peggiorativo. L’idea di non inguaiarsi era facile e spontanea, certamente, ovvia per chi si imbarcava, nel vero senso della parola, in viaggi che, alla speranza, affidavano il mito di una nuova aurora. Non era del tutto scontato, invece, stante pure l’odierno andazzo generale che, dalla terra di origine, lasciata alle spalle dagli emigranti, ci si prendesse la briga, con i fatti, di disciplinare tali aspirazioni, nella tutela possibile del loro legittimo anelito a pensare di scagionarsi da una situazione ritenuta precaria, ristrutturandosi nella dimensione di un ambiente esotico dove, spesso, però, tutto gravava fuorchè le inequivocabili statistiche attestanti lo starli ad aspettare.

Due circolari prefettizie, coeve, dimostrano questo aspetto, ancora una volta aprendo un sipario su terre che, attualmente, paiono rovesciate, rispetto a questa curiosa interazione di contatti, desumibili in una ottocentesca memoria, che reputava congrua e profittevole l’idea di andarci a lavorare, stante il fatto che sul periodico bresciano accennato, si profilava, dal Ministero dell’Interno, a firma del funzionario Luigi Berti (1828–1890), prefetto dirigente la Divisione di Pubblica Sicurezza, il drammatico appello inerente quanto espresso nello scrivere che “Emigrazione italiana a Tunisi ed a Bona in Algeria – Ai Signori Prefetti del Regno, i Regi Agenti Consolari nel Principato di Tunisi e nell’Algeria segnalano il continuo arrivo di masse d’emigranti italiani in quei Paesi. Il Vice Console di Bona (Algeria) calcola che gli operai italiani arrivati in quel distretto non siano meno di 3000 e riferisce che 300 provenienti da Marsiglia sono sbarcati nel passato novembre e che, secondo le voci in corso, altri 3000 stanno per arrivare dall’Alta Italia. Lo stesso Vice Console assicura che in Algeria non vi è lavoro, che dei nostri emigranti sono pieni gli Ospedali e che gli altri affamati e laceri fanno brutta mostra di sé sulle piazze, mendicando.Il Reggente del Consolato di Tunisi, a sua volta, telegrafa che il lavoro manca affatto nel suo distretto e che gli emigranti italiani sono in balìa della fame. Io prego la S.V. di dare la più ampia diffusione a queste gravissime notizie, di mettere in guardia, per mezzo dei signori Sindaci, i suoi amministrati contro le vergognose e fraudolenti seduzioni degli Agenti d’emigrazione, i quali, per avidità di denaro, mandano incontro alla più straziante miseria i nostri contadini, e di vigilare non interrottamente a prevenire la emigrazione clandestina ed a reprimerne i promotori. Da ultimo, Ella favorirà render noto che i Regi Consoli nel Principato di Tunisi e nell’Algeria, non hanno alcun fondo per alleviare la fame e le sofferenze dei nostri emigranti e che sono nella assoluta impossibilità di provvedere al loro rimpatrio. Gradirò un cenno di ricevimento della presente con quelle informazioni che Ella potrà dare intorno alla emigrazione che da codesta Provincia si dirige sulle coste dell’Africa. Roma, 6 dicembre 1878”.

"Migranti" - op. Domenico Ghidoni
“Migranti” – op. Domenico Ghidoni

Oltremodo chiaro, da non parere neanche vero, l’avviso non faceva una grinza. Una possibile rappresentazione di come fosse all’epoca l’emigrazione vi era implicita. Le necessità e le difficoltà del tempo, uguali a sempre, sembra che siano, nel frattempo, state, poi, dirottate entro una complessità tale da condurre, probabilmente, oggigiorno, il ricorrere al provvedere, forse, altrimenti, ammesso che una qualche traccia operativa, parimenti ispirata a questa appena menzionata, propria di un’autentica impronta dell’epoca esaminata, sia, in un qualche modo, attualmente interpretata dalle autorità omologhe di altri Paesi, ad uso delle persone coinvolte in una simile rincorsa, lanciata verso lidi più o meno prossimi, in barba, però, ad ordinamenti soccombenti.

Qualche giorno dopo dalla comunicazione accennata, il medesimo estensore ministeriale ritornava ancora nella tematica trattata, secondo un’ingiunzione egualmente ispirata ad un’innegabile utilità pubblica, gettando un’ombra dissuasiva sulla descritta “Emigrazione in Algeri. Ai signori Prefetti del Regno. In continuazione della mia Circolare n. 11900 – 153793, del 6 corrente, mi affretto a far conoscere a Vossignoria che le miserrime condizioni nelle quali versa la emigrazione italiana in Algeria, non solo, sono state confermate da un nuovo rapporto del Regio Vice Console di Bona, ma anche da un recentissimo del Regio Console Generale in Algeri. La miseria e le malattie fanno strage dei nostri connazionali che traversano a sciami le diverse province, oggetto di compassione e forse pure di scherno ed assediano il Regio Consolato domandando sussidi, che non possono essere loro accordati. Gli Ospitali sono ingombri e si rifiutano di accettarne altri. Prego Vossignoria di render note anche queste notizie e di usare tutti i mezzi che sono in suo potere e che le leggi le accordano per mettere un freno a quest’emigrazione che finisce colla miseria più spaventosa. Roma, 11 dicembre 1878. Il Prefetto dirigente: L. Berti”.

Pare che, anche altrove, non fossero estranei altri tipi di problemi in materia. Luogo destinato a rappresentare, in molti casi, la sede di un riuscito trapiantarsi, entro l’assetto socio-culturale, comunque estraneo al proprio, di una diversa nazione, la Francia aveva ispirato, nel merito, al prefetto di Brescia, Tommaso Arabia, lo scrivere una apposita circolare a tutti i referenti i Comuni della provincia, per via di quanto dal Paese transalpino si fosse, a sua volta, manifestata la controversa eco seducente di una strada aperta su una differente ed intrigante prospettiva: “Dal Regio Consolato di Marsiglia venne segnalato un insolito movimento fra gli operai italiani residenti in Francia, verificatosi in questi ultimi mesi, e prodotto dalle sparse notizie di lavori che debbono intraprendersi per lo scavo del Canale intraoceanico di Panamà, a riguardo giungesi che moltissimi si recano quotidianamente a quell’Ufficio, per farsi rilasciare passaporti per l’America, mentre da tutti i Dipartimenti e perfino dall’Algeria, arrivano lettere chiedenti informazioni sui progettati lavori. A prevenire i danni ai quali potrebbero andare incontro i nostri operai con anticipate partenze, quando erronee notizie venissero ad essi partecipate, prego la S.V. di render noto che finora le opere industriali pel taglio dell’Istmo di Panama non hanno avuto principio, dovendo prima completarsi, per quanto si ha ragione di supporre, studi e rilievi topografici, non che altri lavori preparatori. Quando avrò notizie particolareggiate sui lavori di cui trattasi, come sulle condizioni di vita nella regione in cui debbono compiersi, non mancherò di informarne la S.V. per opportuna norma”.

In pari data, ancora esplicitata nel 20 aprile 1881, un altro avviso prefettizio sanciva l’implicito documentare, sui giorni di allora, e di rimando, fino anche a quelli di oggi, uno spaccato aperto sull’emigrazione afferente l’America Latina, contestualmente a frangenti epocali dove si andava sperimentando una verosimile ambizione verso il porre mano ad un modellare la natura, addirittura con l’intervento di costruzione di un canale navigabile, tra i meridiani ed i paralleli prossimi alla zona tropicale, quando, restando in quell’area del Nuovo Continente, ai sindaci, sparsi nel territorio bresciano, grazie al loro prefetto, era dato il sapere, divulgando notizie dall’Equatore, che: “Il Governo di Venezuela in data 15 gennaio u.s. ha emesso un nuovo decreto col quale conferma quanto venne precedentemente stabilito ed è tuttora in vigore, e cioè che gli stranieri colà immigrati a spese del Governo locale sono considerati Venezuelani e come tali soggetti a tutti gli obblighi che hanno i cittadini, compreso quello del servizio militare pei primi dieci anni del loro arrivo. Con precedenti circolari, richiamai l’attenzione della S.V. sulla pessima condizione in cui trovasi coloro che attratti da false promesse emigrano nel Venezuela, non senza fare osservare come scopo di quel Governo, nel voler riconoscere gli immigrati come naturalizzati del luogo, fosse quello di privarli della protezione dei loro rappresentanti. Traggo ora occasione dal summenzionato decreto di conferma per riferirle sull’argomento, interessando la S.V. a voler avvertire i suoi amministrati che intendessero emigrare per la Repubblica del Venezuela delle conseguenze che recherebbe a loro danno l’imposta naturalizzazione”.

A significativo monitoraggio, a suo modo, rivelatore dell’emigrazione, secondo una eloquente stima di classificazione, nel restare sul finire dell’Ottocento, preso qui in considerazione, emerge la statistica riferita dal quotidiano “La Sentinella Bresciana” del 23 ottobre 1897, proposta nei termini testuali che “(…) La Gazzetta Ufficiale pubblica alcuni dati statistici sull’emigrazione italiana all’estero, avvenuta nel primo semestre del 1897. In questo primo semestre gli italiani che uscirono dal Regno furono 190604: di questi 82379 temporaneamente e 108245 a tempo indefinito. Nel primo semestre 1896, l’emigrazione all’estero aveva dato un totale di 196027. Le regioni che hanno dato, da gennaio a giugno del 1897, un maggior contingente all’emigrazione sono il Veneto con 89239 emigranti; la Campania con 21169; la Lombardia con 14760 ed il Piemonte con 11776. Da una tavola poi, pubblicata dalla stessa Gazzetta Ufficiale, in cui è riassunto il movimento generale dell’emigrazione permanente e temporanea, apprendiamo che essa, in un ventennio, dal 1876, cioè, al 1896, è gradatamente salita da 108771 alla bella cifra di 306127”.

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