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Secondo giorno. L’alba e la tanto odiata sveglia arrivano troppo in fretta, quando ancora gli effetti collaterali del CANELAZO della sera prima, rendono un po’ più difficile l’alzarsi dal letto, ma incontenibile è la voglia di vedere ciò che mi aspetta oggi, e così mi catapulto velocemente a fare colazione.

La Capilla del Hombre è un luogo quasi mistico, fortemente voluta da uno dei più grandi artisti ecuadoriani OSVALDO GUAYASAMIN, è emblema e porta voce del suo messaggio, nonché della sua passione per l’antica storia dell’Ecuador. Innamorato della sua città (ha dipinto Quito più di 300 volte), mosse critiche profonde ai mali dell’uomo contemporaneo, alla crudeltà, alle guerre e alle discriminazioni; attraverso le sue opere si possono rivivere i momenti più tragici della storia contemporanea dell’America Latina e dei suoi protagonisti.

Profonda tristezza che si tramuta in rabbia per le ingiustizie, le discriminazioni razziali, i delitti della guerra; temi così tristemente attuali che questi capolavori, oltre ad essere ammirati, dovrebbero più di ogni altra cosa, indurci a riflettere, ma per pensare intensamente serve tempo e nell’epoca del “tutto e subito”, in cui oggi è già ieri e il domani è arrivato da un pezzo, chi si può permettere il lusso di guardarsi indietro? “Mantengan encendida una luz, que siempre voy a volver”, tenete accesa una luce, che io ritornerò sempre, questa luce è sempre viva qui a Sud del mondo, in Ecuador soprattutto è il bagliore di un lampo che spunta dagli occhi di coloro che, in dieci anni, hanno dato anima e corpo per realizzare un sogno di cooperazione e di legittima felicità, per i campesinos, per gli indios, per i meticci e per coloro che erano poveri solo fuori, ma non dentro. Ci sono uomini che lottano tutta la vita, c’è chi al posto della forza usa un pennello come Guayasamin, chi come bandiera porta una fede, come i tanti missionari che abbiamo incontrato e chi invece delle armi usa il potere più forte che c’è: l’amore. E’ di questi uomini che non si può fare a meno.

La Mitad del Mundo è un luogo imponente, da lì passa la linea immaginaria dell’Equatore, calpestarla ha fatto riaffiorare ricordi lontani, quando, col dito sull’atlante, la seguivo per toccare tutti i paesi solcati dal parallelo zero, sempre sognando di poterli visitare, un giorno. Che sciocca convenzione dividere in due il mondo, perché ci devono essere un Nord e un Sud? Non era più facile quando questi erano solo due punti cardinali? Non era forse più bello sapere che, in fondo, le regole che hanno portato i paesi del Nord ad un lento e graduale declino dei valori, possono essere ancora considerate solo delle eccezioni? Se non esistesse l’Equatore, noi non sapremmo che a Sud la terra è più ricca e rigogliosa, che le popolazioni sono più numerose, che la vita è più vicina, nella sua essenza, agli albori ancestrali e con ogni probabilità, non ne saremmo così invidiosi da tentare ostinatamente di minare questo primordiale equilibrio con i nostri eccessi, le speculazioni e l’odio.

Ci sono tante lezioni che dovremmo imparare prima di sederci in cattedra a fare i professori, questo mi hanno insegnato alcuni (pochi) giorni a Sud del mondo! Ho imparato che la tenerezza di un bambino, va protetta con la durezza, altrimenti il forte vento della sierra si porterà via tutti i suoi sogni e che il dolore di generazioni passate, piegate, spezzate dalla falce della crudeltà razziale, non può paralizzarci. Ed è a questo che i progetti di microfinanza campesina realizzati in Ecuador servono, servono a noi per liberarci dall’egoismo, dalla mediocrità di una vita superficiale e insensata, dal potere e dai suoi giochi; ma soprattutto servono ad un Sud ricco in potenza, ma ancora troppo acerbo per trasformarsi in atto.

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Claudia Corini
Claudia è laureata in lingue e letterature straniere e diceva che "non avrebbe mai lavorato in banca" ;). Collabora saltuariamente con Popolis. Ama i viaggi, la lettura, la fotografia e ascoltare musica rock! Dice di lei "potrei definirmi in mille modi...ma ce n'è sempre +1"!

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