Nepal. Il 25 aprile sarà il secondo anniversario del terribile terremoto che ha colpito il Nepal. Un evento drammatico che ha causato 9000 morti, distrutto più di 700.000 case e lasciato oltre tre milioni di persone in estremo bisogno di aiuto.

WeWorld, organizzazione non governativa che si occupa da quasi 20 anni di difendere i diritti dei bambini e delle donne più vulnerabili in Italia e nel Sud del Mondo,  lancia un allarme: c’è un’emergenza silenziosa che vede nei bambini, rimasti orfani o appartenenti a famiglie cadute in miseria, la principale categoria sfruttata. In questa situazione di emergenza, infatti, i bambini e le bambine, più di ogni altro soggetto, corrono il rischio altissimo di divenire vittime di trafficking, tratta di esseri umani.

Dopo due anni il Paese è ancora in ginocchio, anche se fatichiamo a sentire notizie che lo riguardino. Secondo le stime più ufficiali, ogni anno 12.000-15.000 bambini e bambine sono trafficati dal Nepal e destinati principalmente allo sfruttamento sessuale in India. Il problema del trafficking di bambini, specie in zone d’emergenza, è una piaga di cui tutti noi dobbiamo sentirci responsabili e non riguarda certo solo il Nepal. I Paesi maggiormente interessati da questo crimine sono quelli colpiti da conflitti, disastri naturali o povertà cronica.

– A livello internazionale, benché dal 2003 esista uno strumento internazionale vincolante, il Protocollo addizionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale, per prevenire, reprimere e punire la tratta delle persone, in particolare donne e bambini e sebbene la Convenzione internazionale per diritti dell’infanzia e dell’adolescenza sia stata universalmente sottoscritta – commenta il Presidente di WeWorld Marco Chiesara – si fatica ancora molto a tradurre diritti universalmente riconosciuti in politiche e programmi che effettivamente impediscano la tratta di persone ed assistano le vittime.-

Le cause risiedono tanto nella povertà delle famiglie, quanto nella domanda criminale. Le famiglie infatti spesso non possono farsi carico dei bambini o non si curano della loro protezione o deliberatamente li cedono ai trafficanti in cambio di denaro. Turismo sessuale, lavoro nero, pericoloso e mal pagato e più di recente il traffico di organi, sono le cause principali che dal lato della domanda alimentano il traffico di bambini.

– Il modo più efficace per contrastare il fenomeno è agire nei paesi interessati sostenendo le famiglie più povere, dando protezione ai bambini e alle bambine e parallelamente aumentare l’accesso all’educazione e quindi accrescere la loro consapevolezza. I bambini, infatti, spesso sono capaci di far rispettare i propri diritti se hanno imparato a riconoscerli – conclude Chiesara.

È proprio dalla scuola che si può partire per proteggere i bambini. L’importanza di ricostruire le scuole in Nepal, dunque, non risponde solo al bisogno di dare ai bimbi luoghi sicuri (antisismici) a lungo termine dove studiare, ma attraverso la scuola possiamo incidere sulle motivazioni che rendono il traffico dei bambini tanto diffuso nel Paese: li possiamo monitorare tenendoli lontani dai pericoli della strada e dai trafficanti, ma non solo, a scuola riceverebbero pasti sani e cure mediche, iniziando a gravare meno economicamente su famiglie che oggi spesso vivono a livelli sotto la soglia di sussistenza.

Già da subito dopo il terremoto WeWorld era intervenuta per garantire un ambiente protetto e sicuro per i bambini, costruendo 63 strutture temporanee in cui i piccoli potessero ristabilire uno stile di vita normale, uno spazio in cui giocare e rielaborare i traumi.

WeWorld in occasione del secondo anniversario lancia un appello per i bambini per costruire nuove 20 scuole antisismiche in mattoni, per garantire istruzione, spazi sicuri con accesso all’acqua potabile, ai servizi igienici, a pasti sani e a cure mediche. Luoghi dove poter continuare il proprio percorso educativo, dove giocare e ricominciare a vivere serenamente e al sicuro dai trafficanti di esseri umani.

Per saperne di più e per donazioni WeWorld.

Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.