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Sono due i santi protettori, amati dagli italiani, che portano il nome d’Antonio.

Il primo è S. Antonio da Padova, nato a Lisbona e morto il 13 giugno 1231 (data in cui è festeggiato). Francescano, votato alla povertà, incanta con le parole. E’ il santo dei miracoli sugli uomini e per gli uomini.

Il secondo, S.Antonio Abate, nasce in Egitto nel 251. Figlio di un ricco, lascia ogni cosa ai poveri e si ritira nel deserto. E’ il fondatore del monachesimo orientale. Già in vita sa guarire dall’herpes zoster, comunemente chiamato”fuoco di S.Antonio”. Dopo la morte diventa guaritore degli uomini ma anche protettore degli animali domestici. E’ festeggiato il 17 gennaio, giorno probabile della sua morte.

Ancora oggi, chi possiede una stalla nella bassa bresciana, riserva al santo un posto d’onore. Un altarino con un’icona popolare che lo ritrae vecchio, dalla lunga barba bianca, circondato da animali domestici tra i quali non manca mai un maialino. Appoggiandosi ad un bastone sta in piedi vicino ad un fuoco acceso.

Il fuoco ha un chiaro richiamo al male nella cui cura S. Antonio abate era particolarmente abile, mentre il maialino, si suppone, rappresenti la terapia a quel male. Infatti, pare che, nel medioevo, fosse usanza spalmare sulle parti del corpo, interessate dall’herpes zoster, un impasto fatto dal lardo di maiale.

Altri sostengono che il maiale sia il simbolo del diavolo contro il quale, l’uomo santo dovette a lungo combattere per resistere alle tentazioni E altri ancora, che vogliono vedere nelle tradizioni cristiane una continuazione di quelle pagane, sostengono che la festività di S. Antonio abate fosse una sovrapposizione di un culto pagano: quello di Lug, dio celtico della morte e della resurrezione. Il simbolo di Lug era il cinghiale divenuto poi un maiale.

Il suo sguardo difende le stalle, assiste ai parti, controlla i piccoli e generosi animali che vivono con gli uomini.

Molti anni fa i contadini, nella mattinata del 17 gennaio portavano i loro animali sul sagrato della chiesa, dove era acceso un gran falò e dove il sacerdote li benediva. Col tempo, questa tradizione si è persa, ma ancora oggi un lumino arde davanti all’icona, il giorno dedicato al santo.

Mio nonno diceva sempre che, così come avveniva la vigilia di Natale ,durante la sera della festa di S.Antonio, mentre fuori bruciavano i falò, gli animali parlassero la stessa lingua degli uomini ( dialetto bresciano) .Lasciavano loro messaggi di previsione del futuro. Insomma una specie d’oroscopo rurale e bucolico.

Il bue, usato per lavorare la terra, pio e mansueto ma forte e generoso diceva”Aro e bisaro, l’erbo la egnara un gran caro”(continua ad arare, il costo dell’erba sarà molto alto).Invece il cavallo, anch’esso usato nei lavori dei campi ma anche come mezzo di trasporto sussurrava”Fero e desfero,ga de egner una gran guero”(ferra e togli i ferri arriverà una terribile guerra).

Sicuramente gli animali esprimevano tutta la saggezza popolare. I contadini ben sapevano come fosse difficile ricavare l’erba cioè lavorare per vivere e purtroppo conoscevano anche le grandi guerre che avevano travolto e ancora affliggono l’umanità.

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Giusi Morbini
Insegnante di scuola primaria ormai da molti anni, ma ancora non prossima alla pensione. Nata e vissuta in campagna, crede nell'importanza di riscoprire le nostre radici e di conservare le nostre tradizioni. Sempre nel rispetto di tutte le culture. Scrive per diletto.

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