Da un capo all’altro della città, la sfida era rappresentata anche dalla velocità. Pare che abbia provato a possedere una bicicletta, prendendovi, in questo modo, meglio confidenza, solo da poco tempo, il campione in questione.

La vittoria era, comunque, stata sua, minuti secondi alla mano, nell’ambito di una competizione, tanto improvvisata, quanto monitorata e verificata nella sua attendibile portata, perché la posta in gioco fosse correttamente aggiudicata.

In questo caso, erano alcune apprezzate bottiglie di vino, argomento di non poco conto, stante il fatto che, in un’osteria, dove i contendenti si trovavano al momento, era come se si fosse parlato di preziosi, in una gioielleria.

“La Sentinella Bresciana”, allora quotidiano locale, aveva colto, fra i minimi, ma pur significativi, fatti di cronaca minuta del primo aprile 1893, questo accaduto che l’andare del tempo, con buona pace degli insensibili, vuoi distratti o indifferenti, sembra vada ad ulteriormente valorizzare, in un sempre maggior e curioso risalto particolare, anche bene riflesso tra i suoi evasivi aspetti contraddistinguenti.

Una curiosa scommessa. Ieri sera, mentre una compagnia di allegri giovinotti se ne stavano al caffè di S. Giuseppe condotto dal signor Panteo, fra un bicchiere e l’altro, sorse una curiosa scommessa. Il signor Federico Franzini, uno della comitiva, si dichiarò pronto a pagare una ventina di bottiglie di nettare generoso se non avesse percorso in due soli minuti con bicicletta il tratto fra Porta S. Giovanni e Porta Venezia. Detto fatto: la scommessa viene accettata e designano i padrini. Il Franzini, montato in bicicletta, seguendo le guidovie del tram arrivò a Torrelunga in due minuti meno sei secondi, vincendo così la scommessa. E poi da notarsi che il Franzini è da un mese soltanto che monta in bicicletta”.

Se, da “Porta S. Giovanni” odierna zona di Brescia pari alla nota “Pallata”, fino a “Porta Venezia”, assimilabile all’area cittadina in prossimità di piazzale Arnaldo, erano complessivamente bastati pochi attimi percentuali, compressi nel corso di un breve lasso di tempo, un’altra scommessa dell’epoca pare che abbia dimostrato la resistenza e la tenacia occorsa per la coraggiosa messa in atto di un’altra singolare impresa.

Andare a cavallo, da Manerbio a Firenze, si era rivelata una avvincente storia concreta che, alla luce di quest’avvenuta prova di resistenza, risulta effettivamente già scritta, in quanto effettivamente esperita, come della stessa non si ha motivo di dubitare, prendendo atto di ciò che, nello specifico, l’aveva chiaramente strutturata, esprimendosi pure nella sintesi corrispondente all’avventuroso cimento che si era palesato, pure, tra le pagine della testata giornalistica menzionata, come dalla sua edizione diffusa il 15 marzo 1893.

300 chilometri a cavallo in 3 giorni. Ci scrivono da Firenze che sono colà arrivati il tenente dell’8 artiglieria signor Molinari Vittorio, il signor Nobis Giuseppe, dopo 3 giorni di marcia a cavallo da Manerbio a Firenze. La distanza da Manerbio a Firenze è di circa 300 chilometri e fu percorsa quasi interamente sotto una pioggia assidua. Nel terzo giorno, i cavalieri dovettero fare 45 chilometri a piedi, causa la mala agevole traversata dell’Appennino. Cavalli e cavalieri arrivarono a Firenze in ottime condizioni”.

All’epoca, cavallo e biciclette pare che coesistessero insieme, nel contendersi i concitati ambiti animati di differenti tipi di gare, lanciate a cielo aperto che, in quei frangenti, ai motori rombanti di diverso assortimento, non avevano ancora assegnato, usufruendo della meccanica, la soluzione preponderante di una frequenza di mezzi accesi nel maggior rilevo di sfide d’avanguardia, dove misurare sia le capacità, antiche d’un tempo, che nuove, subentrate, cioè, in una allora fase incipiente, suffragata dalla definizione di prototipi, speculari, nella guida, alla ricerca di altre frontiere da superare, anche entro la dimensione dei cavalli a vapore.

Intanto, non in sella ai quadrupedi, ma alle due ruote, un’altra testimonianza di fine Ottocento dettagliava, sul crinale di quei giorni, il costante potenziale delle praticate biciclette, cavalcate per competizioni indette anche nel confermarvi il nesso coinvolgente del loro percepito contesto agonistico, ancora compatibile con le più combattute scommesse, come, ai lettori bresciani, il menzionato giornale faceva leggere nel lontano 19 gennaio 1894: “Corsa di resistenza velocipedistica di 500 chilometri. La Unione Velocipedistica Italiana, federazione di tutte le associazioni ciclistiche italiane, promuove una corsa di resistenza di 500 chilometri, la prima che si lancia in Italia di questo genere. Questa corsa si effettuerà il 13 maggio prossimo venturo, partendo da Milano ed avrà il seguente percorso: Milano, Lodi, Brescia, Verona, Mantova, Reggio, Parma, Piacenza, Tortona, Alessandria e Torino. Per schiarimenti e per avere il programma-regolamento rivolgersi al Comitato Esecutivo in via Ugo Foscolo 5 Milano. La corsa avrà moltissimi premi e medaglie per tutti. Il primo premio è già fissato in lire 2000 offerte dal Comitato delle Esposizioni Riunite in Milano 1891”.

Aveva fatto, in altro modo, notizia, il 23 marzo precedente, la marcia di resistenza di Ignazio Toggia, originario di Capriolo, sottotenente nel Settantottesimo Reggimento di Fanteria di stanza ad Imola, località dalla quale aveva poi raggiunto, rigorosamente a piedi, la città di Firenze, ritornando, in seguito, pari mezzi, nel luogo stesso dove era partito, dal momento che “(…) in meno di 59 ore, delle quali 36 di marcia effettiva, percorse 204 chilometri, la maggior parte dei quali di montagna, varcando la strada da lui percorsa l’Appennino al passo del Giogo.