Brescia – Quella terra aveva suscitato un certo fascino. Pare che vi crescesse spontaneamente anche il grano e la vite. Il bestiame trovava foraggio tutto l’anno, i fiumi erano pescosi e, nelle estese macchie boschive, il legname non mancava di fornire materiali utili anche per la navigazione.

Una terra, per certi pratici motivi, da lasciare, però, ai nativi, dal momento che quest’ultimi avevano pure espresso manifestazioni ostili verso gli ultimi arrivati, provenienti inaspettatamente da lidi lontani.

Restava, comunque, il ricordo di un nuovo territorio, dal nome meglio affidabile, rispetto alla denominazione di “Groenlandia” che pare, invece, sia stato un appellativo dato scientemente per attirarvi più gente, anche grazie al significato riposto in capo a tale localizzazione, presentata come “terra verde”, quando in realtà, era parecchio interessata a tutt’altre condizioni, compromesse al ghiaccio, alle rocce e, per quanto possibile nel merito di un Polo Nord, seppure, in parte, oggi, diverso rispetto a quello d’allora, anche alla familiarità con la neve.

E’ stato questo il caso in cui, secondo una certa capacità di marketing antelitteram,quell’estate Eirik partì per colonizzare la terra che aveva scoperto, e la chiamò Groenland (“Terra Verde”), perchè, disse, che gli uomini ci sarebbero venuti volentieri, se la terra aveva un bel nome”.

In quest’altra pertinenza geografica, più ad ovest rispetto a quella accennata, pare che, invece, non si sia giocato d’astuzia con i connazionali vichinghi ed, a quelle misteriose zone atlantiche incontrate nell’ambito di una vaga ed estrema rotta oceanica, erano stati dati nomi più realistici, per un ambiente che, anche alle loro odierne caratteristiche, appaiono con un significato allusivo meglio confacente: “Markland” (Terre delle Foreste), “Vinland” (Terra dei Vigneti), isola di Bjarney (isola dell’orso) e “Helluland” (Terra delle pietre piatte).

Vichinghi2Questo epico percorso, mezzo millennio circa prima dell’avvento del viaggio di Cristoforo Colombo e di quello, lungo le medesime coste, di Sebastiano Caboto, è immerso nelle leggende che ne hanno accompagnato l’avventuroso compiersi pionieristico, quale frutto di una cultura che è stata in grado di raccontarsi, dando resoconto alle cronache espresse attraverso una interpretazione intrisa da elementi peculiari al proprio orizzonte identitario.

Da tali fatti discende un primo approccio organizzato di colonizzazione dell’America, da parte degli europei, grazie ad una autentica versione descritta in specifici testi norreni, realizzata nell’emanazione di un’esperienza diretta ed assimilata da una modalità fedele ad una impostazione culturale di riferimento, riguardo quanto è parso essersi tramandato oralmente in quella forma narrante che ha avuto poi, in una duplice chiave letteraria, lo scritto di quella caratteristica attestazione alla quale spetta la esemplificazione di una espressione storicamente corretta.

A cura di Rita Caprini, una versione editoriale di tali tracce documentaristiche è raccolta nell’opera “La saga di Eirik il Rosso” e “La saga dei Groenlandesi”, per la “Pratiche Editrice” e per la “Carrocci Editore”, dove, fra gli aspetti mediante i quali l’interessante tematica è sviluppata, emerge la storica citazione latina di Adamo di Brema (1070): “Praeterea unam adhuc insulam recitavit a multis in eo reperta oceano, quae dicitur Winlandia, eo quod ibi vites sponte nascantur vinum optimum ferentes. Nam et fruges non seminatas abundare, non fabulosa opinione, sed certa comperimus relatione Danorum. Queste poche righe sono verosimilmente la più antica attestazione dell’esistenza di quella terra che noi oggi chiamiamo America e in Adamo di Brema sono presenti i tratti caratteristici di Vinland su cui insiste la tradizione scandinava (…)”.

Questi aspetti contraddistinguenti le terre dove sono approdati i navigatori vichinghi, come Leif Erikson, giuntovi ripercorrendo le estemporanee peripezie da altri compiute verso quei luoghi pure raggiunti da Bjarni Herjolfsson e da quei naufraghi da lui stesso salvati, convivono in una trama da tempo sospeso, profilandosi in un’epoca dove, nella diluita misura degli avvenimenti, pure stemperati in dinamiche parametrate al lento incedere delle stagioni, il rapporto con il soprannaturale coesisteva, fra l’altro, con la dura realtà affrontata nel superare i capricci del mare.

Il retaggio degli antichi Dei norreni si rivelava strascico innanzi ai primi passi del sopraggiunto cristianesimo, con figure emulatrici di resistenti arti divinatorie, come pure di intermediari pronti a mediare contingenze avverse, a fronte delle quali contendere al credo cristiano una rivalsa per la perseguita efficacia richiesta nell’ancora percepito pantheon pagano.

In questa commistione, anche il rapporto con le popolazioni, incontrate nelle terre esplorate, pare abbia risentito di un reciproco adattamento verso una propria rispettiva modalità di sintesi, rimodulata nell’osservazione attraverso la quale, l’aspetto di una diversa appartenenza, si trovava ad essere, al fine, in un qualche modo, sistemato in una sedicente e tranciante “sentenza”: “Erano uomini neri e di brutto aspetto, avevano capelli brutti sul capo; avevano grossi occhi e mascelle prominenti”.

vichinghi1Tali uomini erano gli “Skraelingar”, come i vichinghi chiamavano gli indigeni americani, abili a spostarsi con le loro veloci canoe in pelle ed affascinati dalle stoffe, soprattutto di colore rosso, per le quali avevano accettato un commercio, improntato al baratto che, per certi versi, ricorda analoghe sperequazioni di valore, avvenute anche altrove nella storia, che qui, ad esempio, pare si fossero manifestate con lo scambio di stoffe in cambio di pelli insieme a pellicce, come pure di quest’ultime ed il latte, dal momento che i nuovi venuti non ne volevano sapere di scambiare, invece, le armi, per una prudente precauzione: “(…) Allora gli Skraelingar tirarono fuori i loro pacchi, li aprirono e li offrirono; volevano avere prima di tutto armi in cambio, ma Karlsefni impedì ai suoi di vendere armi. Allora gli venne un’idea e pregò le donne di portar fuori del latte; quando essi lo videro, lo vollero comprare, e non vollero nient’altro. E così finì la spedizione commerciale degli Skraelingar, che essi portarono via nella pancia quello che avevano comprato, mentre Karlselfni e i suoi compagni si tenevano i loro bagagli e le loro pelli (…)”.

Nonostante queste vicissitudini commerciali e le fasi promettenti di circoscritti insediamenti, durante le quali, da queste fonti, è documentata la nascita di Snorri Thorfinnssor, primo europeo nato in America che si ricordi in tal senso, la via del ritorno, per questi navigatori, avrebbe pesato di più sul piatto di una opportuna e di una pragmatica convenienza, stante anche l’avvento delle frizioni con i locali, degenerate in alcune drammatiche e sanguinose vie di fatto a margine di una intollerante intransigenza: “(…) Agli uomini di Karlsefni parve allora che in quel paese, dove pure v’erano buone terre, sempre vi fosse pericolo e mai la pace, a causa degli indigeni. Fecero allora i preparativi per la partenza e decisero di tornare al loro paese, e misero la prua a nord, lungo la costa (…)”.

Come una sorta di acerba conseguenza di una stagione non ancora funzionale a stemperare una prospettiva più aperta, si rimandava, di qualche secolo, un più stretto ed assiduo contatto fra il “Vecchio” ed il “Nuovo Mondo”, chiudendo un capitolo fattuale, per aprirne uno di rielaborazione culturale, prima nella trasmissione orale degli avvenimenti, giunti, in seguito, alla loro fissa versione letterale, recando, fra l’altro, in ogni caso, l’epilogo risolutivo di una tendenza, confutata nell’assecondata via di una pacifica desistenza, rispetto alla percepita alternativa di uno scontro deleterio ed inconciliabile, dettato da una incombente violenza.