Angelo annunciatore, mediatore, protettore e, secondo un’antica e misteriosa versione, anche seduttore. Che le schiere celesti, nella più immemore e remota dimensione della storia dell’umanità, abbiano amoreggiato, per così dire, con il genere umano, è una diffusa interpretazione, largamente ispirata alla nota parte del libro biblico intitolato “Genesi”, riportando l’attenzione agli albori della presenza dei nostri più lontani antenati, sulla scena di questo mondo.

Per quanto, forse, possa apparire farraginosa tale teoria, come può, magari, sembrare ogni prima apparenza, nell’ambito del contatto con una presunta complessità, oggetto di divulgazione, nonostante l’evidenza emergente nel chiaro concetto di una palese versione, questa fonte biblica seguita a suscitare curiose congetture, rispetto al rapporto fra gli uomini con queste creature paradisiache, sistematicamente indicate dal “buon Dio” nelle azioni bibliche che a loro risultano connesse.

Nell’annunciazione di Maria, fra le più famose, ma anche nell’intervenire a fare da guida, come assistenza prestata a Tobia, analogamente al calarsi, fra altre possibili citazioni, in quel ruolo che è preconizzato negli avvenimenti dell’Apocalisse, avviene che tali misteriosi esseri serafici agiscano nella Bibbia, accompagnandosi all’esplicitazione di un proprio nome, mentre, nella maggior parte dei casi, si avvicendano simili menzioni, invece, più generiche, limitate alla loro natura d’elezione, analogamente centrale al merito di determinate contestualizzazioni, come nelle parole del Messia che, ad esempio, vi ha affermato “Credi forse che io non potrei pregare il Padre mio che mi manderebbe in questo istante più di dodici legioni di angeli?” (Mt. 26, 47 – 56).

Dove appare, invece, il nesso, con l’incontro avvenuto in seno alla primigenia schiatta umana, è, manifestatamente, nell’accennato passo di “Genesi”, individuabile al capitolo sei, versetti da uno a otto, in cui si legge, con un’opportuna propensione favorevole alla vulgata che vi appare strutturata in una certa tendenza interpretata, che “Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla terra e nacquero loro figlie, i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli quante ne vollero. Allora, il Signore disse: “Il mio spirito non resterà sempre nell’uomo, perché egli è carne e la sua vita sarà di centoventi anni”.

Lasciando perdere il seguito del medesimo testo, oltre alla citazione della presenza sulla terra dei testualmente detti “giganti”, secondo quel misterioso prosieguo narrante dove subentra pure il dramma dell’ecatombe planetaria, legata al famoso diluvio universale, tale fascinoso incontro, fra le creature del cielo con quelle della terra, pare rappresenti un ritornello da sacra leggenda, familiare con l’incedere delle generazioni susseguitesi da tempi immemori, al punto che, il primo maggio 1906, il periodico “Illustrazione Bresciana” dedicava un proprio contributo d’approfondimento al tema, ricorrendo al dare visibilità al poderoso lavoro poetico di un tal autore, qui ritenuto d’Oltremanica, pronunciatosi, a suo tempo, nel merito di questa singolare compenetrazione, fra esseri dall’origine differente, propri di un distinto altrove.

Trattasi del poema intitolato Gli amori degli angeli”, scritto a proposito di questo squarcio di infinito, superato ad effetto in un dato di fatto, inteso nelle sue presumibili distanze siderali ed ascensionali, raccontato, a tutta evidenza, nella premura di un verseggiare che pare non si sia posto il problema di una forma da intendersi fra “eguali”, se non grazie ad un supplemento di disponibilità, nell’inseguire le strofe utilizzate nel loro ermetico periodare.

Esperienza di quest’alta ispirazione, concretizzatasi per i lettori dell’Illustrazione Bresciana, anche nella sopravvivente copia in veste documentaristica del medesimo giornale, giunta fino al secolo dopo a venire, quale altro millennio a seguire, a differenza di quello della sua edizione effettiva, rispetto, comunque, ad una questione millenaria a proposito della quale, con le parole usate, nella prima pagina di questa pubblicazione, le si attribuiva che “A questa leggenda biblica s’ispirò Tommaso Moore, il soave poeta inglese, nel comporre il suo poema “Gli Amori degli Angeli” con tanta potenza e fedeltà tradotto dal Maffei. Il poemetto consta di tre canti, in ciascuno dei quali un angelo decaduto narra l’origine della sua colpa e il modo della punizione; (…)”.

Tale premessa si accompagnava alla trascrizione di parte della proposta poetica menzionata, percepibile nel suo contenuto evocativo, sviluppato tra le parole mediante le quali questa via di arcane corrispondenze più pareva rappresentata, sulla base di un’attrattiva terrestre, assecondata nella metamorfosi di ciascuna di quelle creature che dal cielo: “(…) per tale incanto traviò, discese/ dal troppo amar, con facile tragitto,/ ai colpevoli affetti. Innamorata/ della beltà quell’anima di foco/ correa dovunque ne spiava un raggio/ dalle lucide cose, oltre gli azzurri/ termini della terra, alle pupille/ della figlia dell’uom. (…)”.

Nell’ebrezza di questa vertiginosa consonanza, ancora su tale passaggio, concretizzatosi nel cedere alla sequela indirizzata a favore di una umana sembianza, al poeta, vissuto a cavallo fra Settecento ed Ottocento, era parso di poter scrivere nel merito: “(…) Della vita mortale avrem l’incontro/ di due spirti amorosi, a cui non manchi/ della diva bellezza altro che l’ali;/ di due cuori infiammati in un pensiero/ di due bocche esprimenti un sol desio/ come quando il montano eco ripete/ una ignota canzon, che in dolce errore/ qual sia l’eco tu chiedi e quale il suono;/ una pietà che tutta arda d’amore/ un amor tutto puro etereo tutto,/ benchè nato quaggiù, come l’amplesso/ degli spiriti immortali: ecco diremo/ ecco l’angelo immortale e la sua Nama!”. (https://it.qwe.wiki/wiki/Naiad)