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Un abile scultore bresciano, vissuto fra Ottocento e Novecento.
Il suo carisma espressivo è emblematicamente presente in alcune fra le opere contraddistinguenti “Il Vittoriano”, anche conosciuto come “Altare della Patria”, di Roma.

Una pubblicazione di Eugenio Baresi ne evoca la caratteristica impronta culturale, nello specifico ambito compositivo di un notevole contributo artistico, pure avvalorato dalla messa in luce di una serie di testimonianze emerse nel personale retaggio esistenziale di un significativo insieme epistolare.

Il libro che, per le edizioni della “Compagnia della Stampa”, attiene alla significativa figura di Angelo Zanelli (1879 – 1942) è, fra l’altro, introdotto dal Presidente e dai Soci del “Rotary Club Brescia Moretto”, nell’evidenziare l’impronta lasciata dall’artista: “(…) che ha realizzato la parte più laboriosa dell’Altare della Patria di Roma, ossia l’imponente fregio che sovrasta la tomba del Milite Ignoto e decora il grande piedestallo della statua equestre di Vittorio Emanuele II. Bresciano l’autore e bresciana la pietra, il marmo di Botticino che, a distanza di quasi un secolo, testimoniano la grandezza anche artistica di questa terra e l’ingegno e il dinamismo della sua gente che, in Angelo Zanelli, ha avuto uno dei suoi esempi migliori”.

Grazie a lui, l’Urbe romulea ha, fra l’altro, ricevuto, all’alba del “secolo breve”, la statua della “Dea Roma” (1925), ispirata a Minerva, unitamente ad un fitto bassorilievo celebrativo del 1911, quale manifestazione statuaria a scavalco di una tradizione mitologica rinverdita dai fasti propri della cultura neoclassica, perseguita anche in alcune solenni grandi opere nazionali, come, fra queste, è il maggior monumento che, nella capitale d’Italia, esplicita, già nel nome, una mirata e patriottica dedicazione ufficiale.

Angelo Zanelli

Nello scibile del possibile, dove tutto quanto non è accaduto, potrà accadere, la deificata riproposizione della statua associata all’evocativa impersonificazione della metropoli capitolina, continua a sfidare il tempo, al posto assegnatole, nella nicchia sopra l’arca del “Milite Ignoto”, nel complesso monumentale dell’Altare della Patria, con i suoi quasi centocinquanta quintali di peso, nella fattispecie del marmo di Botticino utilizzato, originatosi da un colosso volumetrico pesante una trentina di tonnellate, secondo una proporzione in altezza di circa cinque metri, ad ingente impatto volumetrico del materiale corrispondente alla originaria fornitura bresciana di tale pietra d’eccellenza.

Non ancora trentenne, lo scultore, di origine benacense, Angelo Zanelli, aveva già vinto il concorso, bandito nel 1908, per l’assegnazione del bassorilievo, destinato a celebrare l’unità d’Italia, concretizzatasi dopo le sofferte pagine di storia risorgimentale, e, con essa, ad onorare pure il maggior personaggio istituzionale rappresentativo del ruolo attribuito ad esser stato il suo artefice, nella figura del re Vittorio Emanuele II, entro lo spazio temporale allora misurabile solo in pochi decenni, da quei epici fatti considerati in avanti, nella stima, cioè, di uno Stato di recente istituzione, ma con un’anima considerevole, per le sue antiche reminiscenze diluite in un grande passato, come pare si potesse profilare, in un accostamento di analogia, quest’artista, al computo dell’anagrafe, con neanche tre decenni alle spalle, ma con una personalità artistica già matura ed affermata, al punto da poter, con profitto, emulare dell’arte, anche la tradizione più antica.

Per questo comprensibile e giustificato raffronto, il titolo di questo libro si esplica nei termini di “Angelo Zanelli – Un giovane artista per una giovane nazione. Il fregio dell’Altare della Patria, documenti e immagini”.
Nel punto d’incontro fra l’immagine nazionale, al centro di una specifica regia celebrativa, promossa in un’apposita sede istituzionale governativa, e le vicende di un artista, attento alle qualificate opportunità di una avvincente sfida professionale, si è sviluppato il dato di fatto che questo scultore, nativo di San Felice di Scovolo, ora del Benaco, “(…) in soli 21 giorni di incessante lavoro elabora un’idea, un progetto, un bozzetto che ispirandosi al lavoro e all’amor di Patria celebra l’unità e l’affermazione dell’Italia. (…)”.

In tale “bozzetto”, un’apposita commissione ministeriale vi aveva favorevolmente scorto l’appaiamento di due principali elementi caratteristici, rilevabili sia in capo al patriottismo, nella figurazione scultorea dell’amor patrio che lotta, aggiudicandosi la vittoria, che al valore del lavoro, nella rappresentazione valoriale indirizzata ad essere particolarmente esaltata nel concetto di quella fecondità operosa che crea, costruendo, e che produce, generando, secondo un’implicita esaltazione degli ideali di pace fra i popoli e di concordia sociale, fra le varie classi lavoratrici.

Per via di questo risultato apicale, anche a motivo del prestigio che discendeva dall’essersi aggiudicato una committenza a livello nazionale, pure ulteriormente evidenziata per il significato simbolico di un’investitura ufficiale, le diverse ispirazioni a partecipare, a vario titolo, a questo importante risultato personale, sviluppato sotto i riflettori della vita pubblica nazionale, si sono espresse anche nei più disparati canali del contatto elogiativo, a riscontro di una ratifica fattuale.

Tutto ciò ha rappresentato la materia del fondo archivistico, fra l’altro, esaminato, con particolare predilezione per il taglio dato a questo libro, da Eugenio Baresi, riuscendo a fare percepire le diverse missive, indirizzate allo scultore, come parte viva di quel grande mosaico d’insieme dove la stessa figura dell’artista si fonde, interpretando un’epoca, nell’eco delle peculiarità del tempo, dove poter attingere significative assonanze anche con ulteriori accenti tipici di quei frangenti, emersi a rimando generale dalla storia del Primo Novecento, in una dinamica intercorsa dal particolare al generale e viceversa.

La pubblicazione che reca alcune considerazioni introduttive da parte del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, tratte da un suo discorso ispirato alla Festa nazionale del 2 giugno, si prodiga nel sostanziare tre principali filoni di raccolta di questa ingente manifestazione epistolare interessante lo scultore, rispettivamente andando a citare, oltre a lettere ed a telegrammi del tempo, riconducibili tanto a privati quanto ad enti ed a istituzioni di natura pubblica, anche i diversi riconoscimenti ottenuti dall ‘artista, fra attestati e diplomi, che, a loro volta, risultano anch’essi pubblicati nel centinaio di pagine del volume.

Nel significato di questo corale assortimento, attestante l’affermazione di un’intraprendente figura talentuosa, Alessandro Berdini, dell’Associazione Santi Desiderio ed Elisabetta onlus di Brescia, scrive, fra l’altro, ad esordio delle cinque principali parti del libro, al termine delle quali si pongono, la biografia e la bibliografia essenziali dello scultore, come pure l’indice dei nomi, che “(…) niente di più significativo poteva essere per la nostra Associazione sostenere la pubblicazione di quest’opera che contiene e racconta il significato stesso del nostro impegno: sostenere i giovani che necessitano di un aiuto per far cresceere e realizzare i loro talenti. La storia di una speranza realizzata grazie all’impegno e alla dedizione è la storia che ci piacerebbe riuscissero a ripetere altri giovani volenterosi e meritevoli. Per quello che possiamo, questo è il nostro impegno”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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