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A tu per tu con la peste. Vederne il lato oscuro per ipotizzarne le cause e le relative profilassi connesse. Immergersi nel baratro mortifero dell’epidemia, per cercare di arginarne il contagio e per tentare di preservare il bene prezioso della vita, vincendo pure le torbide suggestioni del male, suscitate da una paura inerme.

A questi intenti pare si fosse ispirato Giovanni Battista Cavagnino, “medico et philosopho bresciano” attraverso il suo trattato “Compilatione delli veri et fideli rimedii da preservarsi et curarsi dalla peste con la cura delli Antraci, Carboni et Giandusse”, pubblicato dalla tipografia di “Vincenzo Sabbio” nel 1576 e ripreso, un pugno di secoli dopo, dall’Ateneo di Brescia, come storico documento, posto a supplemento, dei “Commentari”, nel 1990.

I lontani anni della stesura tardo cinquecentesca di questo singolare libello erano quelli durante i quali anche la città di Brescia era stata, e lo sarebbe stata ancora, falcidiata, fra i campi, le piazze e le contrade stanate nel loro groviglio di vite umane, dal fatale compiersi repentino dell’inesorabile contagio pestifero di cui tratta anche l’Enciclopedia bresciana di mons. Antonio Fappani, riportando, ad esempio, la testimonianza del medico contemporaneo Domenico Robacciolo che “era tanto il fetore cadaverico che ammorbava la zona che si spandeva in alto fino al castello, causando la morte degli uccelli”.

Era il 1577 e, dopo il cosidetto anno di “sanità universale” del 1575, la peste era riapparsa nel 1576, fino a deflagrare in quella travagliata annata, proporzionata alla particolare virulenza registrata, nell’ambito della quale pare che fossero morti anche tutti i fornai “tanto che il pane veniva importato da Castenedolo, da Sant’Eufemia e dalle terre vicine. Sovraccarico fu il Lazzaretto di San Bartolomeo che ospitò fino a duemila persone e fu per mesi quasi abbandonato a sé stesso per la continua moria e per disordini gravi, tanto che il vescovo, mons. Bollani, che pure venne coinvolto in sospetti e denunce di aver abbandonato la città e di essersi ritirato a Collebeato, si sentì in dovere di chiedere aiuto all’arcivescovo di Milano, Carlo Borromeo, che mandò, nell’ottobre del 1577 a Brescia, il Cappuccino padre Paolo Bellintani che seppe totalmente imporsi, nonostante le riserve e anche l’opposizione delle autorità cittadine, rimettendo ordine e collaborando attivamente per vincere l’epidemia”.

Epidemia dovuta al bacillo corto, ovoidale, grammnegativo “Pasteurella pestis”, trasmesso di solito dalle pulci parassite del ratto nero, a proposito della quale, in quella drammatica contingenza, a Brescia, “per seppellire i circa ventimila cadaveri fu improvvisato il grande cimitero di Ponte Crotte: uno spettacolo vi è molto horrendo, et è questo che li cadaveri che furono portati alla Mella, molti di loro furono lasciati senza coprirli come sono al presente”: così, come, fra l’altro, emergono i fatti, nella descrizione di quei frangenti, rimasti infissi nella cifra uncinata del 1577 e confluiti nei documenti raccolti nell’Enciclopedia bresciana dove sono rappresentate le informazioni tratte dalle memorie collettive, lasciate ai posteri per il tramite degli scritti dei protagonisti dell’epoca.

Epoca durante la quale, fra un incombere e l’altro delle varie ondate contagiose del morbo pestifero, a Brescia si dava alle stampe la pubblicazione del medico Cavagnino, quale strumento divulgativo con cui si attestavano i metodi per cercare di cavarsela attraverso una testualmente scritta “Opera giovevole molto a questi tempi, nella quale ciascheduno si potrà scegliere quello che più alla possibilità et alla natura sua troverà convenirsi”.

pesteProprio in quel periodo, la peste arrivava anche nel bresciano agli inizi del 1576, “dapprima a Iseo e poi a Passirano, portatavi da Trento da un mercante cremonese e, secondo altri, da una donna della Valcamonica”, mentre, nel marzo dell’anno seguente, il contagio riesplodeva in città con febbri iniziali, gran mal di testa, petecchie sulla pelle, vomito, astenia profonda, ai quali sintomi, si accompagnava, di solito, una rapida fine, nell’arco di tre o quattro giorni.

L’approccio empirico dell’autore verso il problema, era da lui stesso specificato nello scrivere che “La cura è atione, adunque si vuol fare col contrario scacciando il contrario”, volendo alludere ad un equilibrio sapienziale per cui, ricorrendo all’opposto di una tal deprecata evenienza, ci si approssimasse già alla soluzione della stessa, ponendosi sulla buona strada per evitarne l’incidenza. Se la malattia era considerata coincidente con il male, tale estrema sintesi non poteva che rovesciarsi nel concetto insito nel bene che, per l’estensore del trattato, era rappresentato da un devoto sentimento religioso recante al trascendente la speranza di una cura più efficace e meglio confacente, espressa nell’esortazione: “Convertitevi, & fate penitenza dè vostri falli, & l’iniquità pestifera non vi farà ruina & questa è la principal cura. Iddio, per le mani aiutatrici dè medici ci aiuterà, come per mezi ordinati da lui”.

A parere di questo medico, la prima sollecitudine per fronteggiare la peste sembra fosse stata il “supplicar a Dio con le lagrime del cuore la remission dè nostri peccati, & l’esercitio dè Sagramenti importanti di Santa Chiesa, in questo caso rendendo a ciascuno quel che è suo”.

Una considerazione che si legava all’interrogativo, rivolto al lettore, di qual fosse la causa della drammatica piaga pestilenziale, dando già una risposta alla medesima domanda che, subito, trovava un riscontro nella sua esposizione concettuale, declinata nella riflessione rivolta ancora al soprannaturale: “Che cosa si deve dir dunque, se non che Iddio sia la prima & universal cagione di questo male, & che ciò avenga per flagello, & ammenda dè nostri delitti?”.

Procedendo oltre questo preambolo, l’autore passava a dettagliare, tra gli elementi presenti in madre natura, altri aspetti compromessi con l’instaurarsi del morbo flagellante l’estremo epilogo dei giorni delle vittime affette, citando l’astronomia, in quanto “gli astronomi dicono, che a generare la peste concorrono alcune influenze maligne d’aspetti nemici delle Stelle”, e pure indugiando, non poco, su tutto un insieme di motivazioni, invece, stemperate nella qualità della vita e nelle condizioni generali alle quali la stessa si riconduceva, raccomandando fiduciosamente che “Nessuno ricusi d’amarsi, preparasi, purgandosi con antidoti che per proprietà resistono alla proprietà della peste, difender il cuore radice della vita”.

peste1L’amore per sé stessi e per i propri simili, doveva badare ad evitare “la corrotione dell’aria”, sia degli ambienti abitati che di quelli invece frequentati all’aperto, soprattutto quando “il caldo non può reggere l’humido”, nel caso in cui, ad esempio, capitasse che “alcun vento , o fumo , o vapore putrido essalando da lacune, paludi, stagni, cadaveri, spilonche, fogne od altri luochi cavernosi, & immondi seco si va mescolando, & la fa putrefare”.

Una salutistica visione d’insieme pare sgorgare in affermazioni esplicitate nel precisare, fra l’altro, che fosse raccomandabile quella premura con la quale “ciascheduno dovrebbe purgarsi, se purgato non è, come si convien alla sua complessione & usato difetto a giudicio del pecoliar medico suo & specialmente s’è pieno & ridondante d’Humori, & la purga sia universale con siloppi preparanti, & medicine benedette accommodata al bisogno suo, & secondo la materia predominante digerirla & evacuarla. A i morbidi & molto sanguinosi il salasso sarà un’alleviamento della natura fatto a giudicio di phisico opportunamente, & benchè non peccasse molto il sangue in malitia & in copia, lo sventar la vena non sarà inutile: servate però le conditioni dell’età, & delle forze del corpo”.

Anche i fattori legati a luoghi ed a persone pare si rivelassero, in tale contesto, essenziali, dal momento che le prescrizioni del medico andavano a reputare opportuna la pulizia in ogni dove: “levandosene ogni puzzo, & schifar i ragionamenti & i drappi de sospetti & esplusar (esplellere) le persone, & tenere sequestrate le robbe, che vengon da luogo infetto & sospetto, tenendo le persone lontane, over assegnandole a i Lazzaretti per quaranta dì”.

Quanto fosse l’oggetto della trattazione era esplicitato in quella sommaria definizione che, in quegli anni, calava nel concreto la propria tragica proporzione, connaturata al fatto che la peste fosse “una infermità od indispositione oltre natura, pessima, popolare, contagiosa, causata da estrema putredine, che tosto, & indifferentemente da il guasto ad una città, ad un paese, & ad una provincia”.

Tenendone presenti le ravvisate caratteristiche infettive, cupe nell’opprimente cappa di dolorosa desolazione nelle quali erano diffusamente distribuite, l’autore passava in rassegna i punti nevralgici per una azione promuovente la possibile precauzione contro il contagio, scrivendo che “Nelle sei cose non naturali consiste il governo preservativo, l’una delle quali è principale l’aria, dopo la quale sono gli alimenti quotidiani, il terzo luogo tengon il dormire & vegghiare, al qual segue l’essercitio, & riposo, & dietro a quello il votarsi o purgarsi & ristorarsi, & in fine le passioni, & accidenti dell’animo”.

L’attenzione era, unitamente ad un insieme di vari pronunciamenti, rivolta all’alimentazione, da guarnire con “i finocchi, la canella, gli anesi, la menta, il basilico, la garofolata, il zafferano, l’aceto & l’agresta”, con acque di “tormentilla, di valeriana, di dittamo, d’acetosa, di semi di cedro, di boragine, di citronella, di buglossa & d’acetosella”, con “vino non vinoso, né vaporoso”, alternando i “brodi con boragine, petrosemolo & pimpinella”, usando “il zafferano, & la cannella che son cordiali, & anco il pepe talvolta”, con uno speciale elogio al “brodo di ceci e’l decotto delle lumache”, consigliando “una fetta di pane arrostito imbevuta in aceto bianco forte si pigli anzi all’uscir di casa”, onde contrastare la “malitia dè cibi, & disrdinata maniera di vivere commun, come nelle gran penurie suole avenire: mangiando il più degli huomini cattivo sugo, & accomodato à far humori per la peste opportuni”.

Peste, contro la quale, il medico dettagliava il contenuto di un apposito preparato fatto di “noci, fichi secchi, ruta, assentio, assero, scabiosa, aristolochia longa & rotonda, tormentilla, pimpinella, dittamo bianco, bacche di lauro, fior di boragine, scorze di cappari, galanga, osso di cuor di cervo, macis, mirra, bol’armeno, terra sigillata, mele”, mentre, a dare sostanza ad un “sacchetto difensivo del cuore”, erano invece i “coralli rossi, garofani, legno aloe, serico combusto, rose rosse, ambra, laudano, osso di cuor di cervo, fior di boragine”.

Su queste ed anche su altre particolareggiate prescrizioni, un penetrante sguardo trapassava la scorza umana per riguardarne l’auspicio di dominata interiorità sovrana, raccomandando che “Si lascino le triste immaginationi, si dea bando alla malinconia con ragionamenti soavi, & nobili, si ceda alle liti, a i palazzi, fuggasi la calca della gentaglia in cotali tempi, s’avvezzino i nostri terrieri di star largo, & di rado si scaldino con femine, & massime pubbliche meretrici”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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