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Ossa di pollo appese al collo ed un pezzo di legno di sambuco legato ad una gamba dei defunti, per favorirne il passaggio nell’aldilà; feci umane spalmate sopra i bubboni della peste, oppure, in alternativa, applicazioni di “impiastri di malva, di songia di maiale, di lumache pestate”, per cercare di contrastare gli effetti letali del morbo, anche combattuto con il bruciare rami di rosmarino per purificare l’aria infetta; l’uso tossico di certe bacche “impastate con foglie di stramonio” che, una volta assimilate, conducevano a miglior vita; l’utilizzo, invece, corroborante, di foglie di piantaggine in infuso, a loro volta, posposte ad altre necessità, mediante il decotto con foglie secche di alchemilla per casi più gravi, ricorrendo, nella medesima tradizione, a tre uova sbattute, versate su una benda con la quale fasciare le slogature.

Altri presunti rimedi pare che risultassero efficaci coadiuvanti nel travaglio della maternità, attraverso la “radice di farfaro cotta in acqua e miele”, per “far uscire il bambino dal ventre della madre” e grazie al “timo selvatico macerato nel vino”, da bere dopo il parto, “perchè venga espulsa la placenta”: aspetti, insieme ad altri accorgimenti, situati a sfondo di un’economia rurale con campi di segale, miglio e di erba da foraggio, mentre, tra i possibili esempi dell’allora sussistenza alimentare, si profilava, fra l’altro, il “pane cotto con le ortiche”, con farro e crusca, oppure minestre d’orzo, magari accompagnate dal vino “crodello, nero come la pece e leggermente aspro” e, su altro versante, tutto permettendo, nel far festa, pare fosse diffuso il “(…) ballare una gagliarda, una danza vivace, molto apprezzata dal popolino, fatta di saltelli e calcetti, che da qualche tempo aveva sostituito la pavana, troppo lenta e impegnativa. (…)”.

Il tutto alle porte di Milano, al tempo di Martin Lutero (1483–1546) che, si dice, sia stato ospite, al suo ritorno da Roma, nel convento agostiniano situato nei pressi di “Santa Maria Assunta” di Rho, nell’ottobre del 1511, come pure, in un’ulteriore proiezione di tempo, si tratta di particolari qui considerati negli anni contemporanei a San Carlo Borromeo (1538 – 1584) arcivescovo della diocesi ambrosiana dal 1566 al 1584.

A quell’epoca, sembra che arcane riminiscenze pagane coesistessero, ancora, di misura, con le già, naturalmente, invalse caratterizzazioni cristiane, in un binomio, ad esempio, rappresentato, in alcuni casi, da una coincidente considerazione popolarmente nutrita verso la “Dea Madre” ed, allo stesso tempo, professata nei confronti della “Madonna”, quale commistione misterica amministrata in antichi saperi, legati al mondo della natura, da parte di istrioniche figure di guaritrici, a volte, considerate alla stregua di fattucchiere e di streghe.

Conoscenze, a suo tempo, manifestate rispetto alle “virtù delle erbe” anche altrove, in remote nozioni farmaceutiche, da parte dei cosidetti “speziali”, come, fra l’altro, anticamente è avvenuto nei tomi “Tesaurus aromatarium” di Paolo Suardi e “Antidotarium parvum” di Niccolò da Salerno.

Quanto può valere un tuffo nel passato, se non la ricchezza di un viaggio, attraverso il tempo, fin dentro la verosimile dimensione della realtà, propria di una data epoca di riferimento?

E’ nella misura suggestiva di una accurata fascinazione temporale che si sviluppa la natura narrante di questo romanzo storico, maturato in una particolareggiata gemmazione dall’effetto affascinante, per i molteplici elementi che ne coagulano la portata in un insieme di fatti, passibili per un ritratto calzante, dedicato ad un lungo periodo attraversato da una sequenza storiografica connessa ad un territorio, nei caratteristici contorni di un’impronta caratterizzante.

Per una coesa armonia di informazioni, significative dell’intessitura di una trama avvincente, il libro di Alfonso Airaghi, intitolatoAnno Domini 1564 – Mettono un pollo ligato in seno a li morti”, è una riuscita immedesimazione narrativa realizzata, per “La Memoria del Mondo Editrice”, in quei termini contestualizzanti che risultano specificati in quella nota introduttiva al volume stesso che è inserita ad indicarne la definizione di una traccia rappresentativa: “La toponomastica locale, i nomi di chiese e conventi e parte delle vicende sono reali e sono tratti dagli atti delle visite pastorali e dai documenti conservati presso l’archivio diocesano e presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano. Lo sviluppo della storia e il concatenarsi degli eventi sono frutto della fantasia dell’autore”.

Duecentosessantacinque pagine, strutturano i ventidue capitoli dell’opera, avvicendandoli sui vari livelli di una serie di cronache passate, relative alla storia documentata dalle fonti documentaristiche accennate e pure riguardanti le vicende, per così dire, minori, in quanto proprie di una quotidianità calata nel tempo trattato ed assimilata ad un retaggio popolare, pure estintosi in un anonimato di massa evanescente, ma, in ogni caso, consistente per rappresentare certe caratteristiche ricorrenti a quegli anni del Sedicesimo secolo, affrontati in un fedele paradigma culturale corrispondente dove ha posto il protagonista del libro, nella persona del sacerdote don Battista Giuli.

Figura funzionale all’interazione con una serie di dinamiche proprie di quell’umanizzazione storica dove si modellano, in azioni diverse, i ruoli differenti intercorsi negli eventi salienti della narrazione del romanzo, sviluppata nel contrasto di forze controverse ed opposte, l’attempato sacerdote entra in contatto con la cura d’anime affidatagli, vagliando, fra l’altro, la superstizione di alcune pratiche locali, in un’attenzione ispiratagli pure a motivo dell’eventuale rischio della deriva di possibili eresie, ma anche riguardo alla presunta stregoneria, già attribuita dall’Inquisizione, negli anni prima del suo arrivo a Rho, ad alcune donne del posto, dal destino e dal carattere diverso fra loro: “Allegranza Martignoni, detta la Bolina, arrestata assieme a Lazarina de Corti e Agnese Rimolda, con l’accusa di aver fatto stregherie”.

Nel libro che ha la prefazione di Paola Pessina della “Biblioteca Popolare di Rho (Milano) sono citati, insieme ad altri riferimenti, alcuni antichi volumi dedicati all’argomento, come “Lamiarum sive striarum opusculum” del domenicano Girolamo Visconti e “Quaestio lamiarum” di frate Samuele Cassini, mentre non mancano da parte dell’autore, Alfonso Airaghi, anche il riportare sulle labbra di una di queste donne anche una preghiera contro la peste, del tipo: “Zelus Domus Dei liberat me. Deus, Deus meus expelle pestem de loco isto et libera me”.

Il libro, fra le pubblicazioni in concorso per il “Premio Microeditoria di qualità di Chiari (Brescia), edizione 2018, si sviluppa attorno alle iniziative del protagonista, nel prendere le briglie dell’incarico pastorale attribuitogli, prendendo, fra l’altro, posizione nel sempreverde braccio di ferro fra le prevaricazioni dei prepotenti, impuntandosi nel confronto gestionale con altre congregazioni religiose del territorio, tra l’incombere di alcune calamità, come la peste del 1576 – 1577, storicamente avvenuta, al pari di altre vicende storiche realmente verificatesi e riportate nel libro, come il tentato omicidio di san Carlo Borromeo nel 1569, ma, a prevalere, sarà, per don Battista, un cammino di riscoperta dell’umanità consacrata al bene, oltre i condizionamenti istituzionali dettati dalla mentalità del tempo ed al di là del laccio ostile di una sommaria convenzione etica malintesa.

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