Una volta trovate, bene che vada, finiscono in un museo. In questo caso, è, invece, rimasta sul posto, quale pietra, suo malgrado, di risulta, al pari di altre, per reggere un edificio, ma con l’accortezza di essere posta, almeno, riconoscibile, con la sua iscrizione in vista.

Tra gli esempi di antiche epigrafi, proprie della remota antichità classica che sono state, nel tempo, come si usa dire, riciclate, in un uso accompagnato ad una forma di un loro travestimento malcelato, è l’iscrizione romana di Gaino, frazione di Toscolano Maderno, nel territorio gardesano bresciano.

Località collinare, tra i rilievi dell’immediato entroterra, che, nella periferica inclusione a distanza, con il proprio litoraneo Comune di appartenenza, sfoggia, da subito, una innegabile posizione panoramica, sulle sottostanti rive del lago di Garda, apparendo assisa a quella sorta di balcone privilegiato che è direzionato nell’ampia prospettiva creatale innanzi, secondo la naturale prospicienza di un ostentato affacciarsi sulla zona di un vasto orizzonte, prossimo alla trascendenza.

Questa lacustre angolazione bresciana, svela, nella diretta corrispondenza dei propri suggestivi contorni, un’alta scalinata, bene nitida anche da lontano, verso la chiesa dedicata a san Michele Arcangelo che esalta la posizione del luogo, già elevata, quasi fosse un trampolino di lancio alla figura angelica, qui particolarmente venerata, almeno, a motivo della dedicazione chiesastica accennata.

In basso, rispetto a tale rialzo, entro un breve agglomerato di antiche costruzioni, sussiste anche una compresente torre campanaria, riscontrabile nella natura sopravvivente di quella che doveva essere, nell’ambito di una pregressa pieve, un elemento, pure costitutivo, di un arroccato e pregresso fortilizio, eretto con le pietre del luogo.

Tra queste, è, appunto, ciò che si accompagna al contenuto in questione, risultante in linea con la puntuale segnalazione multilingue dei tempi nostri, allestitavi, accanto, mediante un cartello didascalico, per informare il che cosa ci si possa aspettare, sul posto, oltre alla spettacolarità panoramica di questo ambiente, del tutto concentrato su di sé, come un solitario ed esclusivo avamposto.

Tale indicazione recita, testualmente:Antica parrocchiale di San Michele. L’antica parrocchiale, risalente al XV secolo e dedicata a San Michele, si trova proprio di fronte alla parrocchiale nuova. Fu costruita probabilmente sui resti di un più antico fortilizio, documentato nel Medioevo come castellum di cui non resta più alcuna traccia. Il campanile ha l’aspetto di una torre di difesa; alla base si conserva un’iscrizione romana che ricorda gli imperatori Antonino Pio e Marco Aurelio.Il portico risale al XVI secolo. La chiesa aveva tre altari: San Michele, San Rocco e l’altare della Trinità; all’esterno era circondata da un cimitero, una canonica e una casa rurale. Attualmente è adibita a sala riunioni e uffici”.

Di forma quadrangolare, purtroppo mancante della parte utile, alla sua base, per una riuscita completezza dell’epigrafe stessa, rivelandosi, comunque, disposta secondo i canoni degli abbreviativi che che vi sono incisi, per codificabili nessi evocativi, questa pietra appare dai contorni sagomati, in una cornice dai rilievi bombati, conservando all’interno, l’allusione anzidetta, ovvero il contenuto, cioè, spiegato dalla segnaletica vicina che vi svela l’incidenza di quel “IMPCAESDI/ ANTONINI/ PII FILI IV/ HADRIANI N”, fino a che, una evidente mancanza del seguito, per rottura del manufatto, induce a prendere atto del non poterne comprendere il senso complessivo.

La zona pare supplire a contestualizzarne la presenza, fornendo, cioè, altri aspetti di contorno a tale opera lapidea, anche ricorrendo ad un pronunciamento dell’erudito carpenedolese Lorenzo Ercoliani (1806 – 1866) che, nella sua “Guida al lago di Garda esposta in una passeggiata” del 1846, afferma, fra altre dotte considerazioni, che “(…) Toscolano, ai tempi dei Romani, era certamente luogo di maggiore importanza che non è oggidì, e vuol essere posto fra le più antiche borgate della Riviera. Ai tempi di S. Carlo, era colà un idolo in forma d’ariete, posto sopra quattro colonne di serpentino bastardo. S. Carlo nella sua visita alla Riviera, fece gettare in pezzi quel monumento dell’antica idolatria (…)”.

Nota è la villa romana, situata a Toscolano, nei pressi della chiesa parrocchiale, dedicata ai santi Pietro e Paolo, quale edificio di culto che conserva, nell’insieme del proprio complesso architettonico, tracce del celato impiego di una serie di inerti, dalla storia preesistente, che lo compongono, in impliciti reperti, come se, in parte, fossero stati racimolati sul posto, proveniendo da altri manufatti, per concorrerne all’erezione.

Una ascendenza al passato che può, pure, rivelarsi più recente, nell’ambito delle epigrafi, espresse dallo specifico contesto gardesano, fino a poter scovarne gli estremi anche sull’isola del Garda, già isola “Lechi”, dal nome della precedente famiglia proprietaria, come pure “isola dei frati”, essendo che, al pari di altre isole lacustri, come, ad esempio, quella di “San Paolo” nel Sebino, era abitata da frati francescani, nel senso che è storicamente accertata la presenza di un loro convento ed, addirittura, anche di una scuola di teologia, nel caso di questo sito lacustre benacense che è ora della, da ben lungi subentrata, proprietà “Borghese Cavazza”.

Anche qui, interessanti tracce classiche riportano ad insedimenti d’epoca romana, dando voce, ancora secondo quanto scritto pure dall’Ercoliani citato, ad un tal “(…) Vassovio Cecilio, figlio di Cattavo, che, oltre di un liberto e di una liberta, fa rimembranza di cinque figli (…)” mediante un’esplicita epigrafe ritrovata, fra altre, su quest’isola del Comune di San Felice del Benaco dove, anche nei secoli, a tale iscrizione, ancora in là a poi venire, erano stati collocati altri “marmi parlanti”, che attestano un legame con quella città di Genova per la quale la storia isolana ha intrecciato uno snodo nelle proprie cronache vissute, essendo che, di tale città ligure, era il duca Gaetano dè Ferrari (+ 1893) che l’aveva comperata nel 1870, dopo che, secoli addietro, lo stesso luogo lacustre era stato, invece, fatto proprio da un doge della medesima città marinara, nella figura di Giano Fregoso (1455–1529), divenuto proprietario di quest’isola, fino a trasferirne il possedimento, nel Sedicesimo secolo, a suo figlio Alessandro (+1565), anch’egli, come il padre, uomo d’armi e di potere, ed analogamente a questi, affezionato a questa lingua di terra, germita dalle acque del lago di Garda, ma, al punto da esigere, come è avvenuto, di farsi seppellire lì, dove, infatti, un’altra iscrizione locale reca tale non indifferente riscontro del tutto particolare, se considerata rispetto all’epoca storica di interesse ed in riferimento ai molteplici contatti ed alle significative vicissitudini pubbliche, civili e militari, nella vita di tale personaggio, spirato a Padova, ma non a caso, sepolto nell’isola stessa, nella piccola chiesa allora ivi presente, come attesta l’epigrafe “CINERES ALEXANDRI FRE/ GOSII ARMATORVM MILI/ TVM PREFECTI IANIQVE LI/ GVRVM II DVCIS NEC NON/ REPVBLICAE VENETAE TERRES/ TRIVM COPIARVM OMNI/ VM PREFECTI GENERALIS FI/ LII BREVI HOC TVMVLO/ CALVDVNTVR CALENDIS FEBBRUARIIS/ MDLXV”.

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