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Brescia – Altezza, larghezza e profondità configurano, nello spazio degli ambienti edificati, quello stile architettonico che, di una corrispondente versione culturale, ne denota il solido peso armonico e fattuale.

Nella poliedrica dimensione del tempo, forma e struttura esprimono i tratti di quella cultura che del circostanziarsi di una società ne contestualizzano la natura di prossimità, per tutto ciò che, fattosi tendenza, ne argomenta l’incombente congiuntura di pertinenza.

La storicizzazione del corso edificatorio che un impianto architettonico ha assegnato ad un periodo decorso, attraverso l’avvicendarsi delle stagioni che un’epoca ha rispettivamente percorso, evidenzia, nel fattore del tempo, l’implicito elemento strutturale in seno a cui il suo procedere vi è relativamente incorso.

L’architettura si rivela emblematicamente nell’insieme dei numerosi elementi attraverso i quali appare compenetrata, secondo quella composita disciplina d’ingegno che è materia variegata della somma di quanto, in relazione alla visione dell’uomo, la stessa vi risulta specularmente parametrata.

Questa attenta ed appropriata riflessione storica, circa il versatile legame della disciplina architettonica, riscontrabile nella sua articolata aderenza con la sfera antropica, percorre il libro dal titolo “Appunti di Storia dell’architettura – Dai Greci ai giorni nostri fra le forme e gli stili” a cui il prof. Fabrizio Viola, docente dell’Accademia di Belle Arti “Santa Giulia” di Brescia, assegna il tematico connubio di ventidue capitoli sviluppati nelle circa trecento pagine che sono pubblicate per il primo tomo della collana editoriale “Accademia”, ideata da Eugenio Massetti, della Compagnia della Stampa.

Vittorio FormentiPrendendo eloquente spunto esemplificativo dal secolo in cui le due guerre mondiali hanno coagulato, nei loro rispettivi e controversi frangenti, i blocchi contrapposti di inconciliabili culture confliggenti, mons. Vittorio Formenti, Officiale della Segreteria di Stato incaricato per l’Ufficio Centrale di Statistica della Chiesa, condivide una propria riflessione, nello scrivere, tra l’altro, nella presentazione contraddistinguente, a sua firma, l’esordio della pubblicazione, che, in tale ambito storiografico si può percepire pure una “continua nemesi che, nella storia dell’architettura permette allo stupore positivo di azzerare e superare quello negativo. La pubblicazione di quelli che Fabrizio Viola definisce con tanta modestia “appunti” rappresenta un vero scrigno quale documento del continuo divenire dell’architettura, con la meticolosa descrizione dal punto di vista storico di palazzi e di luoghi di culto edificati nel corso dei secoli, passati attraverso un processo osmotico di spoliazione, distruzione e riedificazione, di modifica e trasformazione con cambi d’uso e destinazione su ordine di vecchi e nuovi committenti”.

Si tratta, come scrive l’autore nella sua introduzione al libro, di quello sfondo socioculturale in cui “le ideologie che hanno provocato le due grandi guerre, hanno finito per influenzare negativamente anche gli architetti, i quali, pervasi dalla voglia di identificare linguisticamente il periodo, spesso, lanciandosi in tracciamenti di intere città utopistiche ed ideologiche, hanno “volato” troppo lontano dalla vita”.

La funzione che l’architettura potenzialmente rappresenta nel vagliare la società con un’intrinseca misura, è sottolineato, in altro ambito, da mons. Ivo Panteghini, delegato vescovile della Curia di Brescia, che, fra le pagine introduttive del volume, la individua, tra l’altro, come “un mezzo per scoprire un nuovo mondo, o meglio, un mondo nel mondo. Chi viene dal magister aiutato con pazienza e con entusiasmo ad accostare l’architettura, acquista una visione nuova delle cose, percepisce volumi e spazi, scopre legami e trapassi culturali nonché tendenze nuove, affina il suo senso estetico e riesce a percepire più da vicino concetti astratti, come quelli di ordine, equilibrio, spazio, tempo, cultura, simbolo”, dal momento che, anche in ordine alla citazione che lo stesso sacerdote ama contestualmente ricordare, parafrasando lo scrittore austriaco Hermann Broch, “L’architettura è la testimonianza dell’aspirazione dell’uomo a vincere il tempo innalzando l’ordine nello spazio”.

La proporzione di queste considerazioni prende forma nel libro per il tramite di una dotta disamina proposta, in un’ordinata sintesi esplicativa, lungo quelle peculiarità storiche che sono rivestite dalle costruzioni, via via, corrispondenti alla logica che presiede l’architettura greca, romana, paleocristiana, bizantina, romanica, gotica, rinascimentale con Filippo Brunelleschi, Leon Battista Alberti, Bramante, Michelangelo e Palladio, barocca con Bernini e Borromini, moderna nel XIX secolo, dalle quali il prosieguo della storia si traduce rispettivamente nei capitoli pure dedicati a “Il sistema architettonico di Frank Lloyd Wright”, “Le Corbousier e la ricerca della forma ideale”, “Il Bauhaus, Gropius e Mies van der Rohe”, “Regimi totalitari e Movimento Moderno”, “Alavar Aalto: primordiale e attuale”, “Anni Cinquanta: Europa, America Latina e Giappone”, “Louis Kahn e gli anni Settanta”, “Pluralismo negli anni Settanta”, “Architettura moderna”, “Tecnologia, astrazione e memoria” e “La nuova architettura”.

fabrizio violaLa qualità estetica, esponenzialmente considerata nella meticolosa trattazione nella quale si trova abbracciata, spazia, con efficacia narrante, nello specifico architettonico diluitosi lungo quell’intersezione concettuale che si è innestata fra arte e filosofia, imprestate alla geometria ed alla coreografia, per essere tradotte in una studiata simmetria.

Significati e significanti tralucono un campionario di ideale bellezza, come insieme differenziale che, del senso artistico, ne contempla l’evolversi sostanziale in cui vari fatti di contesto si integrano con l’arte edificatoria, come compito militante rappresentativo di un’ideologia assimilata in una elaborazione sia realistica che allegorica.

Si tratta di modelli che si esprimono in una potenza capace di costituire ispirazioni plastiche ed espressive, assurte, attraverso una manifestazione prevalente, in una linea architettonica corrispondente, per esteriorizzarvi le intuizioni egemoni di una codificata corrente.

Linguaggi di pietra, come alfabeto culturale delle masse che lo interpretano quotidianamente, attingendovi gli elementi di un certo alveo d’aggregazione consistente, sono sperimentati nell’uso comune e nella simbolizzazione architettonica che si astrae a mediatrice del rapporto intercorrente fra un’identità propria e collettiva.

L’originale del rispettivo approccio compositivo esercitato dall’architettura è l’idea teorizzata nelle potenzialità di quel linguaggio che, in un dato momento, è prevalente sulla perenne soglia dell’intuizione, di volta in volta, traslata nell’invalsa riproduzione stilistica specificatamente afferente ed oggetto, nel tempo, di risignificazione del proprio volume e della propria forma inerte.

Al di là della cultura dell’immagine che vi è pure inerente, a proposito dell’evolversi dell’architettura, il libro offre, in un’approfondita analisi cattedratica, quanto in superficie è reperibile sotto il cielo nel panorama vivente, evidenziandolo in un circuito tecnico frammisto dalla materia strutturale della vita quotidiana che si staglia anche nel riflesso di una determinata densità simbolica, a sua volta funzionalmente dipanata nel rapporto con quella ricerca di senso e di identità assolta nel disegno geometrico, fino a sfiorare il nesso attinente morte ed immortalità che sono neutralizzate nella spettacolarità indotta dall’imponenza solida di un mito temporalizzato e convogliato stilisticamente nel modo in cui appare evocato.

Un modo d’essere che, sull’orma di esperienze iniziatiche, rende all’architettura la possibile ed asseverata metafora di elementi relativi all’innalzarsi di una crescita e di un perfezionamento interiore, per edificare, ad esempio, in un accostamento simbolico, “templi alla virtù”, mentre, in una visione rivolta al sublime trascendente, tale patrimonio costituisce nel libro quel ritmo incalzante che, come ancora scrive mons. Vittorio Formenti nella sua introduzione, è significativo di “una ricerca tesa ad esaltare la bellezza delle forme architettoniche nell’arco lungo della storia delle nostre civiltà, bellezza che richiama e celebra quella assoluta ed increata di Dio”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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