Le circa centoventi pagine del libro “Argentina ’78 – Gli esami di Terza Media” creano, per mano dell’autore Angelo Vezzoli, una “piccola Atene” nel territorio della Bassa Bresciana occidentale, rivolta a quel fiume di confine dove Urago d’Oglio è, per chi ne evoca alcuni aspetti in questa pubblicazione, una sentita località di stratificate reminiscenze e di veraci ricordi personali, rappresentati nel susseguirsi dei dieci capitoli del volume che ne proporziona i differenti contenuti, recanti una molteplice sintesi d’evocazione comunitaria, esposta in una contestuale e dettagliata risoluzione d’insieme.

Realizzato da “La Compagnia della Stampa” in lucida carta patinata e con un’apposita sezione fotografica didascalica, significativa di numerose immagini per una cospicua proposta illustrativa instillata a contesto di significati, il libro è stato pubblicato per le stesse edizioni attraverso le quali ha pure in precedenza visto la luce l’apprezzato romanzo “La siepe dei gigli selvatici” che lo stesso Angelo Vezzoli aveva scritto, analogamente ad altre opere letterarie facenti capo rispettivamente a testi di poesia, pure contrassegnati con il marchio “Massetti Rodella”, dal titolo “Concerto” e “Passi nell’alba – poesie alla madre e al padre”.

Classe 1964, come autentico appiglio per raccontare la propria storia, contemporaneamente alla efficace elaborazione di emblematici affreschi riguardanti pure coloro che nello stesso paese gli sono coetanei, immersi, a loro volta, nell’eco molto più diffusamente dedicata ai suoi compaesani nella medesima comunità di Urago d’ Oglio, Angelo Vezzoli sviluppa vari motivi di riflessione attorno a circostanze enucleate nei ricordi dove più generazioni si intersecano in un medesimo comune sentire, adagiato in una assimilata memoria collettiva.

Il libro, “Argentina ’78 – Gli esami di Terza Media”, riporta in copertina l’ispirazione ad esordio trainante dell’approccio memorialistico dell’autore, rivolto alla peculiare materia da lui trattata che si apre con l’esposizione aneddotica imperniata al tempo in cui a rappresentare la Scuola Media Inferiore del paese era il dirigente scolastico Maria Luisa Brumana, nella sede scolastica coincidente con la villa settecentesca dei Conti Zoppola, nell’anno durante il quale, fra le maggiori cronache, l’Italia aveva disputato il mondiale di calcio in Argentina e lo statista Aldo Moro era stato rapito ed assassinato dalle Brigate Rosse, mentre sul piano delle vicende sperimentate dall’autore in prima persona, il periodo era quello dell’imminente commiato con la scuola dell’obbligo, sancito dal fatidico confronto rapportato all’esame corale di licenza media.

Il libro, nelle fluttuanti mosse d’azione attivate sul campo di compenetrati spezzoni narranti, come sciami di pensieri itineranti, pone al centro dell’esposizione quanto definisce secondo un orientamento di possibile individuazione del testo, interpretandone il nesso fra periodi distinti dello scrivere che l’autore suggella con la dedica “Alle care amiche e ai cari amici della classe 1964 – Un pensiero speciale a Dante e a Giacomo”, coscritti, quest’ultimi, prematuramente scomparsi, mentre la riflessione di contorno è affidata alle parole tratte da una considerazione di don Marco Busca: “La nostalgia ci fa ripiegare su noi stessi, la memoria ci apre al domani”.

Dato un punto di riferimento ed una retta di memorie, ad essa sembra che se ne intersechino molte altre che, ad esempio, documentano pure curiosità di generazioni diverse, rispetto a quella ascrivibile all’autore, ma comunque legate allo stesso territorio, nel riverbero di accenni proiettati a quanto negli anni descritti si poteva prestare a lanciare uno sguardo affacciato sulle dimensioni sia del passato che di quel possibile futuro connesso alle caratteristiche del tempo, come sembra, tra l’altro, emergere nel rammentare che “a fare da confine tra il paese e il villaggio era il bar Margherita, gestito da Luciano e Anna Bertolotti, i genitori della mia compagna di classe Ivana. Il loro locale era abituale punto di ritrovo di tanti giovani e dei cacciatori uraghesi, che da lì partivano per le loro battute di caccia. Le loro uscite terminavano sempre al Margherita, dove mostravano orgogliosi la selvaggina catturata, esagerando sempre un po’ sulle loro “imprese venatorie”. Ma questo faceva parte del gioco. Di fianco, c’era l’officina meccanica del Tedèsc, in altre parole di Enzo Boheme, giovane soldato della Wehrmacht che si era innamorato di Rita, ragazza uraghese. Il loro amore fu più forte di ogni avversità, così integro da resistere alle perquisizioni delle SS in cerca del fuggiasco, che non riuscirono a scovare, grazie anche all’aiuto di tanti concittadini che lo nascosero e protessero fino al termine del conflitto. Dopo la guerra, finalmente, l’amore fra i due giovani potè uscire alla luce del sole e fu coronato dalle nozze. Enzo Tèdesc gestiva anche la pompa di benzina del paese che si trovava davanti alla sua officina. Il suo distributore, situato su un vasto piazzale, mi ricordava un po’ la base lunare Alpha, dove si svolgevano le vicende avventurose della serie fantascientifica “Spazio 1999”, che teneva noi ragazzini incollati alla televisione. La base lunare era comandata dal capitano John Koenig che veniva in contatto con civiltà aliene ora amichevoli, ora ostili, e con forme di vita insolite che ci tenevano con il fiato sospeso”.

Dal periodo storico funzionale ad un ancoraggio per il contenuto del libro, quando Urago d’Oglio aveva “attorno ai tremila abitanti” ed i maggiori centri d’impiego per gli operai erano le due “grandi fabbriche tessili” del posto, Zucchi e Necsam, mentre “uno dei canti più gettonati era E cic e ciac co la scoriada”, ravvisato dall’autore come “inno nazionale uraghese”, una larga carrellata di storia della località, osservata fin dentro le proprie particolarità, filtra, attraverso l’esposizione temporale del testo, aneddoti ed avvenimenti nei vari aspetti vissuti da chi scrive in prima persona ed anche dallo stesso colti nel riverbero delle esperienze altrui, fedelmente desunte nella propria comunità, servita in questo modo da una rilevazione parametrata alla partecipazione affettiva, verso una dimensione d’appartenenza effettiva.

Su un profilo quasi surreale, sembra quasi che Angelo Vezzoli abbia saputo ascoltare, insieme al reale, quell’invisibile piano parallelo, avviluppato intorno alle diverse vicende che hanno nome e rintracciabilità precisa in “Argentina ’78 – Gli esami di Terza Media”, dal momento che anche le impalpabili sensazioni e le aleggianti emozioni vi riescono a trovare posto sensibile, in una sorta di impressionismo magico che emana una potenzialità sensoriale aperta alla ricettività di un contesto dove albergano quelle interiorizzazioni percepite e che sono pure espresse nello scrivere, ad esempio, “ci sono momenti nella vita in cui, pur trovandoci soli per la strada, si ha la forte sensazione di essere osservati. Mi capitò alcuni giorni dopo l’esito degli esami scolastici, in un pigro sabato pomeriggio. Tutto pareva permeato da una strana luce di attesa, come di un temporale estivo che si annuncia nell’aria a dare uno scossone alla noia che sosta sui gradini delle case, tra le sedie vuote dei bar, lungo i marciapiedi deserti, sui davanzali cotti dal sole”.

Una circostanza simile, sconfinante nella formulazione poetica che la sa esprimere, è invece riportata dall’autore in un ripiegamento interiore dedicato all’ambiente scolastico del suo paese nella seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso, quando racconta, tra l’aleggiare misterioso di un incontro incompiuto: “Uscii dall’aula e vidi un’ombra riflessa sull’androne delle scale; mi affrettai a raggiungere il pianoterra e sentii altri passi sotto il porticato, da dove giungevano voci giovanili che rallegravano l’ingresso della villa. Quando lo raggiunsi, mi venne incontro un vento leggero che si fermò a giocare tra le fronde solitarie dei titani”.

L’allusione alle gigantesche figure di certi miti antichi altro non è che la parafrasi degli imponenti alberi slanciati in una sovrana possanza verso il cielo di quei giorni che, come oggi, lascia intatta la vagheggiante dimensione di infinito nella sommità di ideali dove si incontrano le tensioni umane pure rivolte al divino in un rapporto che l’autore tratta attraverso quel pellegrinaggio, con partenza notturna, a piedi, da Urago d’Oglio fino al noto santuario mariano di Caravaggio, per una intensa esperienza devozionale con alcuni suoi amici, nell’ambito della quale gli sovviene ancora una vena spontanea di mistero: “Passammo in rassegna gli altari e gli affreschi della chiesa, mentre un organo diffondeva tra le navate una musica greve e solenne, che parve entrare nelle nostre viscere. Prima di uscire, feci il segno della croce e proprio allora sentii dentro di me che qualcosa o qualcuno mi passava accanto. Recitai mentalmente un’Ave Maria, perché mi vergognavo di farlo davanti ai miei amici, e provai una pace interiore che mi avrebbe accompagnato per il resto della giornata”.

Il libro che, nelle proprie parti, diluisce in percorsi di affascinante osmosi comunitaria diverse esistenze, riconducibili alle preziose identità di figure uniche nella singolare individualità di ogni persona, rende fruibile anche un compendio di informazioni indirette sulla generalità di un luogo, costituito dai suoi protagonisti ed interpretato con quel cuore che tuttora si rinnova in un palpito vibrante all’unisono con la scrittura riuscita nella sua narrazione affascinante.

In tali squarci riflessivi, riferiti, con scienza e coscienza, in una presa diretta dalla china discendente del tempo andato, rivivono generazioni uscite di scena ed emergono anche certi particolari di periodi subentrati nell’odierna contingenza, come l’autore testimonia nel non mancare di scrivere anche di “Ludmila, una signora romena che mi assiste nella mia quotidianità”, mentre, fra i molti volti e le numerose realtà locali, riferite negli altrettanti esponenziali aspetti legati a questa località bresciana prossima al confine fluviale della provincia, Angelo Vezzoli precisa di avere voluto lasciare “una pur piccola traccia di noi, nel vissuto e nella storia del nostro paese. Cominciando a raccontare di noi, mi sono trovato a narrare fatti e a citare persone ce ci hanno accompagnati in quegli anni e anche quando eravamo più piccoli. Poco per volta è andato tessendosi davanti ai miei occhi il nostro caro paese, Urago, che in gran parte è scomparso o si è trasformato”.

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