I nostri connazionali che emigravano in Argentina erano sotto il controllo sanitario italiano.
Il provvedimento delle autorità argentine ispirato al voler fare erogare tale controllo anche ai propri medici ha avuto, come diretta ripercussione diplomatica fra i due Paesi, la formale sospensione dell’emigrazione italiana verso l’Argentina, da parte del Governo dell’allora Regno d’Italia, per una dimostrativa azione di protesta, non priva di una contestuale ripicca incisiva.

Drastica soluzione che ha avuto una strisciante ed una eloquente visibilità nella conclamata serie delle prime pagine dei giornali, anche locali, come quelli bresciani che, durante l’estate del 1911, documentavano gli sviluppi di questa vertenza, nei suoi controversi aspetti di pertinenza ad una crisi diplomatica internazionale, destinata, solo nella fine dell’agosto del 1912, a ricomporsi in una pacificata ed in una ristabilita corrispondenza.

Argentina_migrantiQuesto capitolo di storia, conosciuto pure con l’espressione “conflitto sanitario”, si è manifestato, in una sua caratteristica proporzione, nello specifico spessore descrittivo del tema significativamente legato all’emigrazione, secondo quanto ne presupponeva una dinamica di organizzazione e di monitorata competenza istituzionale, per la sua stessa gestione.
In pratica, ad inizio del Ventesimo secolo, stante le ricorrenti epidemie falcidianti gli sfortunati affetti dal contagio del morbo di varie malattie, per poter espatriare, il popolo degli emigranti doveva prima essere sottoposto ad un controllo sanitario, perché se ne certificasse lo stato di quella salute, in questo caso, già messa alla prova da lunghi itinerari, come quello a bordo di piroscafi che sfidavano i “sette mari”.
Tanto in Australia, quanto nelle “Americhe”, gli emigranti che espatriavano erano censiti nelle loro generalità ed erano controllati in quelle loro peculiari condizioni che, rispettivamente, si conformavano a precisi parametri sottoscritti, per un comune interesse, insieme al Paese ospitante, in ordine alla profilassi stabilita dalla sanità vigente, pure a seconda della particolare fase storica contingente.

Nel luglio del 1911, il periodare della storia atteneva ad uno scenario reduce da epidemie, come quella del colera, ma senza che questo delicato aspetto fosse sottovalutato dai medici italiani, preposti all’emigrazione, a fronte di un esodo progressivo, volto a raggiungere anche lidi lontani, in cerca di quanto nella madrepatria pareva, a chi partiva, non fosse a disposizione.
Lidi remoti, ai “confini del mondo”, come quelli dell’Argentina. Il Paese delle Pampas sterminate, a scanso di ogni evenienza, aveva intrapreso, per il tramite delle sue stesse autorità, la strada che al governo italiano era parsa, invece, un’ingerenza, passibile di un eloquente e di un perentorio provvedimento, da frapporsi con una risoluta e con una ferma urgenza.
Basta manodopera per l’Argentina, visto che degli italiani non ci si fidava, ed alla luce del fatto che, unilateralmente, si era introdotto un controllo aggiuntivo a quello già in atto per monitorare l’emigrazione effettiva.

Sintesi illuminante di questo concetto, tradotto nella diretta cronaca di quel periodo in cui se ne riversava il conseguente effetto, era, fra l’altro, quella espressa nell’articolo presente sulla prima pagina del quotidiano “La Sentinella Bresciana” di lunedì 31 luglio 1911: “L’emigrazione italiana sospesa per la tutela della dignità nazionale. Roma 30, – Il Governo del Re avendo per la tutela sanitaria della nostra emigrazione adottati tutti i provvedimenti suggeriti dalla scienza e dall’esperienza, tanto che nessun caso, neppur sospetto, si è finora verificato sui piroscafi diretti al Sud America, aveva ragione di ritenere che il governo argentino dimostrasse la sua fiducia nella nostra organizzazione sanitaria, rinunciando ad imbarcare i suoi ispettori medici sui transatlantici che sono sotto la vigilanza di un ufficiale medico della regia marina in qualità di regio commissario e a sottoporre i piroscafi tutti indistintamente alla quarantena nei porti di arrivi.
Il governo Argentino ha insistito invece in queste misure. Dopo il rifiuto del regio governo di imbarcare i medici della repubblica i quali avrebbero dovuto condursi secondo un regolamento che avrebbe limitato l’autorità dei regi commissari, il Governo del Re, a tutela della dignità nazionale, ha con decreto odierno sospesa l’emigrazione verso l’Argentina”.

In riferimento ad una percepita “diffidenza ingiustificata verso gli italiani”, un apposito decreto legge del governo di Giovanni Giolitti di Mondovì (1842 – 1928), formalizzato nell’edizione della “Gazzetta Ufficiale” del 31 luglio 1911, sospendeva l’emigrazione in partenza dall’Italia verso il vasto Paese sudamericano, volgendosi a normare un susseguirsi di giorni incalzanti nell’aperto dibattito circa la decisione presa ed a riguardo degli sviluppi delle schermaglie fra le due rispettive autorità governative, fino ad assopirsi in un dato di fatto, oggetto quasi di un subentrante silenzio acquisito, che però solo con l’analogo, ma opposto, provvedimento legislativo di martedì 27 agosto 1912, mutava il corso al proprio perentorio incombere restrittivo, offrendo ancora la libera facoltà agli emigranti italiani di poter andare a cercare fortuna anche in Argentina, verso la quale il divieto, in questo modo, cessava nella sua controversa vigenza prescrittiva.

argentina_emegrazioneUna prescrizione che impediva di raggiungere l’Argentina che era salutata da buona parte della stampa italiana, come nel caso de “La Sentinella bresciana” di martedì 1 agosto 1911, con le favorevoli attestazioni di quell’approvazione che, fra l’altro, fanno capolino in un articolo, apparso su questo quotidiano, diffusamente dedicato all’ormai deflagrata questione, innestata su un caso diplomatico dalla emblematica caratterizzazione: “In questi ultimi anni è stata tutta una sequela di gratuite offese alle quali si è ora aggiunta quest’ultima più ingente e più grave che consiste nel negare fede alle guarentigie date dall’Italia per la sua emigrazione. Poco importa, se come si afferma, il provvedimento odierno del Governo italiano avrà in Argentina tali ripercussioni da compromettere la stessa presidenza di Saenz Pena, schierandogli contro tutti i proprietari terrieri. La Repubblica in genere, ed il suo presidente in ispecie, avranno avuto quanto si meritavano. Persista dunque il Governo italiano nella ferma linea di condotta adottata. Troppe volte lo abbiamo censurato per la remissività che si risolve in continue diminuzioni del nostro prestigio all’estero, per non essere lieti di dargli stavolta la nostra approvazione, la quale sarà tanto più calorosa se esso saprà resistere alle potenti influenze che già si sono messe in moto dagli interessati per indurlo a ritirare o, almeno, ad attenuare il divieto”.

“La Provincia di Brescia” di giovedì 3 agosto 1911, documentava, fra le altre notizie pubblicate in maggiore evidenza, quanto dall’informazione tratta dal “Messaggero” si raccoglieva dai particolari in movimento relativi alla medesima vertenza, precisando pure che “La tesi che sostiene l’Argentina pare sia quella di non volere dare carattere politico ad un incidente di carattere meramente tecnico, cioè sanitario”, mentre una prospettiva di pacificazione sembrava, invece, emergere, dal suddetto giornale bresciano, il 10 agosto successivo, proporzionandosi ai contenuti di una possibile proposta conciliativa della quale lo scenario del tempo ne prospettava uno spiraglio che era stilato a presupposto del suo fattibile ed ipotetico avvento: “L’impressione di alcuni circoli autorevoli, sulla risoluzione del conflitto italo-argentino, è che il Governo della Repubblica temporeggia nella speranza che una soluzione possa sorgere in tempo opportuno, senza che sia necessario di andarla faticosamente a cercare. Questo metodo che ha sempre avuto favore presso la diplomazia argentina è giudicato ottimo da parte del presidente Saenz Pena. Esso permette infatti di riportare talvolta dei facili successi. Vi sono i pessimisti però i quali osservano che la tattica di Fabio…può condurre a delle sgradite sorprese. Il dottor Arata il quale venne incaricato dal Governo Argentino di una missione presso il nostro Governo , intesa alla risoluzione del conflitto è in viaggio verso l’Italia. Pare che la proposta di cui egli sarebbe latore consisterebbe nell’adesione della Repubblica americana alla Convenzione sanitaria di Parigi. Ciò porterebbe alla automatica decadenza dei provvedimenti presi dai due Governi e la vertenza verrebbe composta con reciproco onore”.

E’ dalle colonne di stampa dello stesso giornale locale, nell’edizione però di mercoledì 21 agosto 1912, che i frutti di tale discussa materia, perseguita diplomaticamente attraverso l’analisi degli aspetti con i quali appariva costituita, arrivavano finalmente a maturazione, grazie al lavoro dei rappresentanti dei due Paesi, pervenuti ad una reciproca intesa di conciliazione, nelle persone di Rocco Santoliquido (1854 – 1930), deputato al Parlamento italiano e Epifanio Portela (1855 – 1916), ministro plenipotenziario della Repubblica Argentina.

Nello sviluppo della bella notizia, scriveva, fra l’altro, Angelo Rubagotti (1859 – 1921), poeta dialettale bresciano, ex emigrante in Argentina, dove, come si attesta nel libro, a cura di Costanzo Gatta, “Brescia x L’America x Brescia”, aveva aperto una libreria e la prima importante agenzia giornalistica del Sud America: “Il contenuto della Convenzione che si ispira ai criteri più moderni in fatto di legislazione sanitaria internazionale e riconosce la Convenzione di Parigi, è stato già largamente pubblicato dai giornali e fa onore alle sagge vedute ed ai concetti conciliativi dei due plenipotenziari che seppero sorpassare i molti ostacoli e condurre a buon termine le laboriose trattative”.
Lo stesso autore aveva impresso all’allora periodico “Illustrazione Bresciana” del 16 gennaio 1903 una interessante trattazione legata alla tematica dell’emigrazione italiana in Argentina che, al titolo dato al suo testo inserito nella pubblicazione, trovava una esplicita allusione, dettagliandosi nei termini di “Un po’ di Brescia in Buenos Aires”.

Fra i particolari della sua analitica ed interessante descrizione, anche la precisazione che “La colonia bresciana a Buenos Aires, se non è importante di numero, sa però conservare le tradizioni patriottiche della natìa città e lo ebbe a dimostrare in varie occasioni. Nel memorabile corteo delle 100 città d’Italia, che ebbe luogo a Buenos Aires nell’ottobre del 1892, in occasione del IV centenario della scoperta dell’America, il gonfalone del Municipio di Brescia, raccolse intorno alla sua ombra ben 200 bresciani. Fu quello un giorno di schietta gioia pei nostri concittadini lontani, che mirando il bel leone rampante e la severa figura di frate Arnaldo, ondeggianti al vivido sole della libera America, rammentavano commossi i fasti e le virtù dell’amata patria, le glorie della quale non sono sconosciute all’ospitale e valoroso popolo argentino. Ora quel gonfalone, per volere dei bresciani di Buenos Aires, è affidato alla custodia del patrio Municipio, testimone e prova dell’affetto che lega i figli alla terra natale”.