dall’Argentina, il Diario latino di  Letizia Piangerelli

Se ne è parlato tanto, i progetti che un tempo sembravano solo imprecisate utopie si stanno poco a poco concretizzando, vestendosi di date, azioni, partenze. L’Argentina, terra distante, sta generando aspettative. E come sempre alla vigilia di un grande viaggio, l’immaginazione si mette in moto per anticipare i contorni del paesaggio, il suono della lingua, le architetture e i colori della capitale.

Io mi porto dentro l’esperienza di un anno trascorso tra Buenos Aires e le interminabili e polverose strade dell’interno del paese, ed oggi, alla vigilia di un nuovo ritorno, mi chiedo cosa ritroverò dell’Argentina che ho lasciato, esattamente un anno fa.
I giornali parlano da tempo di una ripresa stupefacente. E’ il terzo anno consecutivo che la crescita dell’Argentina prosegue costante, ad una media del 9%. La disoccupazione è diminuita, le esportazioni aumentate, le principali riforme del sistema finanziario già in atto. All’indomani della crisi del 2001 si era parlato di positivo rimbalzo congiunturale, dovuto alla svalutazione del peso rispetto al dollaro. Oggi i numeri parlano di una crescita che si va consolidando e di una società che finalmente prende fiato. Ma è davvero così?
Appena arrivata, quando ancora camminavo costantemente col naso all’insù, colpita e piccola di fronte all’immensità delle architetture, delle strade, dei palazzi presidenziali, mi dissero che per capire Buenos Aires dovevo aspettare di vederla di notte. Ed è stato così.
Nella notte di Buenos Aires splendono come oscure medaglie tutte le cicatrici lasciate dalla Storia: dallo splendore dell’ormai decaduta Calle Corrientes, una volta considerata la Broadway d’America Latina, di cui oggi rimangono solo le luci, accecanti, delle insegne dei ristoranti e dei teatri; passando per le piazze simbolo della resistenza alla dittatura, ricche di segni, ricordi, tragitti nella memoria di tutti i 33.000 desaparecidos scomparsi come ombre e a cui ancora non è stata resa piena giustizia.
Fino ad arrivare ai segni più recenti. Le ferite sociali lasciate dal tracollo finanziario di sei anni fa non si sono riassorbite sulla spinta del progresso economico, ma sono ancora tutte lì, nelle notti di Buenos Aires. Sono gli uomini, le donne ed i bambini che dalle 6 di sera alle 6 del mattino setacciano le strade alla ricerca di rifiuti da riciclare. I cartoneros, rappresentanti occulti di un lavoro nero che ha diviso la città in territori da spartire, tanto numerosi e tanto organizzati da costringere lo Stato, sulla spinta di organizzazioni umanitarie, a prendere provvedimenti. Non tanto per trovargli alternative, quanto per tentare di rendere dignitoso un lavoro che di dignità non ha nulla, nemmeno il nome.
Eppure i cartoneros non sono l’eccezione nella nuova Argentina post-default. L’intera classe media è stata messa in ginocchio dalla maggiore crisi finanziaria del nuovo millennio. Un’intera generazione che per anni aveva vissuto di gite in Europa, vestiti alla moda, scuole private per i propri figli, grazie al beneficio illusorio di una parità dollaro-peso imposta dall’alto, da un giorno all’altro ha visto i propri risparmi svanire nel nulla ed il proprio stile di vita sbriciolarsi sotto i colpi precisi della svalutazione.
Di giorno queste cose si vedono meno, i mendicanti nei treni e nei colectivos cittadini non sono poi tanto diversi dal paesaggio umano a cui ci abituano le nostre grandi città. Sono solo molto più numerosi, più piccoli e più ingegnosi nell’attirare la nostra attenzione. Una volta dal finestrino dell’autobus 101 ho letto di sfuggita un cartellone fuori da un hotel che diceva: “Lottiamo per un’Argentina dove i cani dei ricchi non siano meglio nutriti dei bambini dei poveri”. Era come se vivessi in una città parallela, non avevo ancora intuito la molteplicità bizzarra delle sue sfumature.
Basta uscire da Buenos Aires per scontrarsi con un altro mondo, fatto di strade lunghissime e infinite pianure, dove i villaggi dell’interno sono lo specchio più fedele ed immediato degli effetti della crisi sull’intero paese. Nelle campagne, dove l’accesso al credito e la fiducia nelle potenzialità del risparmio sono ancora ostacolati da un misto di insufficienza bancaria e umana disillusione, la povertà si fa ancora sentire, più della ripresa economica.
Eppure l’Argentina non ha nulla a che vedere con le favelas del Brasile, con le incredibili disparità sociali del Centro America o con le baraccopoli messicane. E’ stato il Paese della speranza di inizio 900 per milioni di immigrati europei, che l’hanno vista come la terra delle nuove opportunità. Ma è stato anche il paese dei politici corrotti, dei dittatori vestiti da soldati che hanno fatto dello stato un’impresa privata da cui trarre individualissimi profitti. L’Argentina delle guerre perdute, delle privatizzazioni epocali, degli assassini di stato e delle lotte sindacali. L’Argentina che ha perso battaglie ma che si è sempre rialzata e che conserva tra le pieghe della sua storia un pezzetto della storia di ciascuno di noi, figli dei figli di qualcuno che emigrò, un giorno, alla ricerca di speranze e possibilità.
Tante contraddizioni e tanta malinconia percorrono le Avenidas ampie di Baires, tanti sono i segni della sua decadenza ed al tempo stesso del suo riscatto. Quando il suono dei tanghi più famosi ricorda ciò che è stato, c’è sempre un segnale di nuovo e di intatto che cerca di rinascere e che semina fiducia e speranza nel futuro.
E’ questa l’Argentina che conosco, gli amici che ho lasciato, i luoghi che non ho conosciuto e che porto nel cuore, insieme a quel profumo d’Europa che traspare ovunque dalle parole, dai tratti, dai pensieri della sua gente.
Sono curiosa di vedere cos’è cambiato a distanza di un anno e cosa è rimasto intatto nei suoi irrisolti contorni. Mi viene in mente un libro dove Claudio Magris diceva: “per vedere un luogo occorre rivederlo”, perché “conoscere è spesso, platonicamente, riconoscere, l’emergere di qualcosa magari ignorato sino a quell’attimo ma accolto come proprio”.

Allora non mi chiedo più cosa mi aspetta, dall’altro lato dell’oceano. Proverò a vivere il viaggio come un ritorno, cercando di guardare il conosciuto con la stessa ingenuità e lo stesso stupore di cui sono capaci due occhi ancora intonsi.