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dall’ Argentina, il diario latino di Letizia Piangerelli

In una giornata afosa del dicembre 2001 centinaia di persone scesero per le strade di Buenos Aires, attraversando le piazze, gli spazi aperti, le vie del centro per terminare la loro corsa di fronte alle imponenti entrate delle principali banche del paese, per l’occasione protette da soldati armati. Dietro le vetrate scure impiegati incrociavano impietriti gli sguardi di milioni di argentini che si erano sentiti dire che i loro risparmi non avevano più padroni.

La crisi finanziaria del 2001 ha confiscato conti, volatilizzato capitali, messo in ginocchio un paese che fino a quel momento aveva vissuto nell’illusione di una grandezza effimera, sgretolando sotto i colpi precisi dello stato di emergenza, il capitale più grande: la fiducia della gente.

A distanza di cinque anni Buenos Aires ha cambiato radicalmente volto. Bevo con gli occhi il paesaggio che passa veloce dal finestrino dell’auto, cerco i ricordi che ho lasciato così poco tempo fa e scopro una città in fermento. L’Avenida 9 de Julio, la strada più larga del mondo, sembra come ripulita dai cartelli di protesta e dai sit-in popolari. Il teatro Colon, i palazzi del governo, edifici, vie intere sono cantieri in corso, segnali di una capitale orgogliosa che vuole recuperare il suo splendore e vuole farlo in fretta.

E’ ancora più facile oggi farsi sorprendere dalla bellezza e dalla forza di questo paese, perché la Buenos Aires più visibile è quella dei caffè aperti fino a tarda notte, degli spettacoli teatrali, del Rio de la Plata punteggiato da imbarcazioni di lusso e club privati. Tanto che i nostri occhi, ancora pieni di Ecuador, fanno fatica ad abituarsi al paesaggio vibrante e ricco che ci circonda.

Ma è bastato riprendere il ritmo degli incontri ufficiali per rimettere a fuoco il problema originale che ci aveva spinto fin qui. L’Argentina non è l’Ecuador, né in termini di povertà, né di stile di vita, cultura, opinioni. Ma i colpi inflitti al paese hanno lasciato segni visibili, che emergono non appena si scava al di sotto della luccicante superficie della capitale e che si riflettono in uno sviluppo diseguale che finora ha privilegiato i grandi numeri e le grandi imprese, senza soffermarsi sull’importanza preziosa dei singoli e delle comunità.

Ogni tanto getto uno sguardo alla sala, i rappresentanti delle principali cooperative si sono riuniti, su invito della Banca Centrale Argentina e dell’Istituto Nazionale per il Cooperativismo, per prendere nota dell’esperienza italiana in materia di cooperative di credito. La nostra presenza tra loro oggi non ha scopi umanitari, né è propensa a facili promesse. Cassa Padana, come testa di ponte di un movimento con un passato secolare, ha il solo scopo di offrire a questo paese la testimonianza di una crescita economica e sociale che è partita dal basso, e che nel piccolo ha trovato il seme fertile per consolidare il futuro di intere comunità.

Forse gli argentini non avranno colto esattamente tutte le parole pronunciate in italiano, ma con certezza hanno sentito la grinta e la passione che sono alla base della storia che vogliamo raccontare. La passione che riusciamo a trasmettere rende immediatamente visibili le immense possibilità che si sono aperte per questo paese, nel momento in cui ha deciso di puntare sulla diffusione del credito a partire dal gradino più basso della società, l’individuo, la base solida di tutto il sistema.

C’è ancora tanto lavoro da fare, certo, una legge non modifica in pochi mesi la realtà ed i limiti di anni di repressione. Ma esiste la volontà, intensa, di guardare avanti, di costruire, una grinta che passa da noi a loro con l’esempio che possiamo apportare e ci ritorna triplicata, piena delle strette di mano, degli scambi di idee e di opinioni, dei progetti per il futuro. E’ un clima che dà voglia di mettersi in gioco, di esserci, per essere parte attiva delle trasformazioni in atto. Come nei tanghi migliori, quando è possibile lasciarsi andare alla malinconia della fisarmonica e al sentimento del presente, senza imporsi regole né rigidi schemi. E’ in quell’istante di intuizione che è possibile ritrovare il proprio cammino.

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