Dopo averlo creato, si grida al mostro. Quale mostro? L’aggregarsi indifferente, rispetto alle necessità collettive del momento, all’indomani della generale riapertura dei locali pubblici, in piazzale Arnaldo, a Brescia.

Sono i giorni, ormai da tempo, contraddistinti dai segni iniziali della “fase due”, in avvicendamento con il cosiddetto “lockdown” che, nelle restrizioni implicite al comprensibile periodo di contenimento del contagio da Covid 19, aveva prima pregiudicato anche il corso di tali attività, pure presenti in questa piazza cittadina, fra bar, osterie e quant’altro di legato ad esercizi di somministrazione di alimenti e bevande, a margine di estemporanei intrattenimenti, sulla base di mescite di vario genere, per lo più tendenzialmente vissute come sedi evasive di ricreativi ambiti di socializzazione e di una dimensione serale e notturna che è, in una plateale passerella, del tutto parallela a quella, ad essa irriconoscibile, della mattina e del pomeriggio prima, nella medesima area, toponomasticamente dedicata ad Arnaldo da Brescia.

Con il Coronavirus, ancora attivo, il risultato, raccolto da una evidente stima ufficiale e subito divulgato dalla stampa locale, è stato di un capillare assembramento massiccio di persone, avventori incauti, a fronte di ogni prudente capacità di interazione che risultasse, al contrario, modellata attorno ad un comportamento, invece, rivisitato da una consapevolezza, anche civica, rispetto a quanto capitato nella drammatica prova dell’adeguarsi ai termini cautelativi di un differente modo di stare in società, secondo un altro adeguato ed opportuno rispetto di priorità.

Un’ordinanza comunale ha, in conseguenza a questo debutto andato oltre i limiti, ristabilito restrizioni per l’afflusso di persone in piazza Arnaldo ed i gestori stessi delle attività ivi presenti hanno, a loro dire, protestato che, sul tema, avevano fatto presente che una riapertura generalizzata sarebbe potuta andare a finire in quel modo.

Tutto questo fare ressa, nel solito tripudio da “movida sbracata”, è avvenuto come se non vi fosse alcuna sensibilità verso il problema, posto alla base di tutto un recente e perdurante ambito di rilevanza epidemiologica a cui, invece, il dover corrispondere un personale atteggiamento collaborativo, al fine di garantire un fronte comune, ancora indicato dalle prescrizioni vigenti, per il contrasto, anche solo precauzionale, dell’incombente contingenza emergenziale, meritevole di una attuale e monitorante considerazione particolare.

A tale proposito, il prefetto di Brescia, Attilio Visconti, ha annunciato la convocazione di un apposito confronto interistituzionale, circa il fenomeno emblematicamente rivelatosi nell’ottica di questa effettiva manifestazione di scollamento, rispetto alle dovute ottemperanze attese dalle indicazioni previste per la ripresa delle attività anche in piazza Arnaldo, rilevando gli effetti emersi da questa esplicitazione sociale e circoscrivendone prontamente la fattispecie entro i provvedimenti da presto adottarsi, in un contingentamento ed in una supervisione mirata, nell’ambito di un tavolo di lavoro da ottemperarsi in Prefettura, in una riunione del “Comitato Ordine e Sicurezza”.

All’evidenza dei fatti, non può rivelarsi senza significato la cultura dell’evasione come è stata tollerata ed incentivata a Brescia, da ormai vari anni, rispetto all’oggi, per un certo qual motivo unanimemente inteso e preso in preminente considerazione, ovvero, riguardo la creazione di una piazza Arnaldo come risulta fisiologicamente espressa quale è stata prodotta nel frattempo, ma che ovviamente, non è detto che sia sempre stata così.

Citando, nella cultura essenziale degli scambi commerciali, il modo in cui la stessa zona fosse vissuta nel passato, come “piazza per il mercato dei grani”, è possibile rilevare che Brescia abbia, nei suoi amministratori, favorito la cosiddetta “movida”, implementando, anche agli occhi del semplice uomo della strada, alle prese con cambi di viabilità repentini, in orari notturni ed ancor prima, vespertini, i numerosi luoghi di ritrovo che andavano bellamente ad occupare il suolo pubblico, estendendosi anche oltre una originaria misura, con fioriere, coperture e tavolini, fra le strade del centro storico e di altri ambiti cittadini, tanto da avere ulteriormente implementato, con queste conquiste aggiuntive, il sistematico riservarsi di aree da consacrare, di fatto, alle baldorie collettive.

Forse, sul tema della riapertura degli esercizi pubblici per la ormai inaugurata “fase due”, c’è, allora, bisogno, oggi, anche di un cambio di cultura. Criteri unilateralmente tolleranti che hanno disegnato una città di giorno ed una, invece, di notte, andrebbero puntualizzati, come inadeguati ai tempi mutati.

Brescia, forse, paga dazio di una gestione perennemente in deroga, per volontà della sua stessa municipalità pro tempore, rispetto alla concessione di ambiti largheggianti, anche a discapito di altri aspetti del vivere civile, nell’ottica di un discutibile supplemento di dotazioni spazio-temporali a favore degli esercizi pubblici che ora, semplicemente mettendo in pratica quanto sono stati abituati a fare, non fanno altro che nuovamente prestarsi a far invadere piazze e strade, per concedere la festa alla clientela non ancora assuefatta al nuovo corso, tuttora prudenziale, per nulla in linea, quindi, con le maglie larghe dell’aver spesso concesso, per via maggiore, spazi con tanto di chiusura di vicoli e di strade, consacrando alcune tendenze dei bresciani ad improbabili sensibilità civiche, nelle loro pratiche, cioè, aduse a consumare, in una ricercata prossimità di massa, moltiplicata nel più chiassoso e spumeggiante confondersi, le loro serate e notti brave.