Pare che si chiamasse “Vero” il primo geometra di cui se ne possa ricordare il nome, oltre quella cortina d’oblio, attorno alla quale è avvolta l’epoca remota della storia, per quanto riguarda questa professione antica ed al tempo stesso moderna: “(…) nella casa di Vero furono trovati anche alcuni astucci per canne metriche, alcune paline, una misura in bronzo pari al piede romano, alcuni compassi e una teca in avorio, dotata di serratura in argento, con un quadrante solare sul coperchio e scale metriche ai fianchi, contenitore di non rinvenuti piccoli strumenti, forse grafici”.

Se, a proposito di questo personaggio, sono le tracce archeologiche emerse, a suo tempo, dagli scavi dell’antica città di Pompei, a caratterizzare l’interessante insieme identificativo di ciò che alla natura di tale mestiere compete, per la generalità degli aspetti concernenti la figura del geometra in un periodo che, rispetto all’età classica, risulta, all’oggi, maggiormente ravvicinato, è invece la documentazione storica relativa alla “normativa emanata dalla Repubblica di Venezia fra il 1757 e il 1758 per l’ammissione degli aspiranti agrimensori, cioè “periti”, alla professione. Si richiedeva la conoscenza dei rudimenti della geometria e della matematica, la capacità di usare la tavoletta pretoriana in alcune operazioni tipo, planimetriche e altimetriche, la conoscenza dei metodi di misura delle acque per le livellazioni”.

Si tratta di alcuni, fra i riferimenti d’indagine con i quali, in un centinaio di pagine illustrate, il libro “Arte Agrimensoria – Tecnica ed estetica nella cartografia topografica storica del territorio bresciano” sviluppa il lavoro di ricerca storica di Franco Robecchi, secondo quell’intento che, nella versione editoriale realizzata dalla “Compagnia della Stampa”, per conto del Collegio Geometri di Brescia, offre una piena corrispondenza alla tensione ideale volta a dispensare il riflesso della concretezza di un’antica tradizione, riverberata su questa categoria professionale, per un qualificato riscontro, attestato nel radicamento ricondotto alle origini, attraverso la definizione contenutistica che la stessa specializzazione vi pone in una logica corrispondenza d’individuazione.

Nella pagina d’introduzione, Fausto Savoldi, al tempo della stesura del volume, presidente del Collegio dei Geometri della provincia di Brescia, spiega che questo libro “E’ uno stimolante viaggio a ritroso nel tempo che parte dalle prime notizie sugli antichi agrimensori d’Egitto sino a giungere al Catasto Italiano dei primi decenni del ‘900, che ci accompagna a scoprire l’origine e la funzione delle mappe sul nostro territorio e via via a rileggere la cartografia sempre più precisa e descrittiva sino alle planimetrie, spesso mirabili nella loro rappresentazione grafica che, citando l’autore, – sono circoscritte, dettagliatissime e hanno fissato per sempre la realtà urbanistica del territorio -“.

Alla specificità costitutiva di queste cartografie, un’apposita sezione della pubblicazione reca la parte esemplificativa, contrassegnata dal titolo di “Floriegio di carta topografica bresciana”, con la quale diverse riproduzioni, relative a geografie ricreate sul piano di significative localizzazioni, sono presentate in una stretta successione, rapportando al territorio locale una tipica corrispondenza coeva al loro anno di produzione, attraverso un lungo periodo che spazia dal XVI al XIX secolo, per ogni identificata attribuzione.

Al centro di questi manufatti è l’opera del “geometra – agrimensore” dalle cui mani “una simulazione della realtà”, tramandata dal tempo, riveste particolare valenza, nella conclamata caratura di documenti essenziali per la comprensione del praticato possesso degli spazi e per le connaturate informazioni a carattere storico che vi gravitano innanzi, secondo una capillare certificazione della realtà territoriale che concorre a delineare “il patrimonio basilare della storia di ogni comunità”. Nell’elaborazione di questi manufatti si denota una sintesi d’intreccio esperienziale che, nel rispondere all’esigenza di una rilevazione e di una conseguente stesura grafica, attesta pure una disciplina operativa nella quale la cultura tecnica è compenetrata da peculiarità intrinseche a sensibilità compositive estetiche.

Arte tecnica ed arte estetica si allineano nell’espressione di un medesimo profilo d’insieme in cui, alla fedeltà verso le proporzioni ed al nesso imprescindibile con le unità di misura, si lega tutto quanto rimanda ad un’attività “superiore” che, attorno al librarsi delle emozioni, intercettate nel campo aperto della creatività riferibile alla cultura d’appartenenza, assegna a certi concomitanti interventi artistici di contorno il ruolo espressivo perchè nella cartografia antica appaia assicurato un abbellimento desumibile in una certa preminenza.

Come spiega, fra l’altro, Franco Robecchi “il settore nel quale operano ingegneri, geometri e architetti è fra quelli che da sempre si sono prestati a fondere tecnica ed estetica, sia nei prodotti finali, gli edifici, i ponti, i monumenti, sia nelle elaborazioni progettuali. Il progetto si materializza in elementi grafici ed è la grafica una delle maggiori branche dell’arte in senso elevato. Non pochi architetti sono più famosi per i loro disegni di progetto che non per gli edifici costruiti, e molti altri meriterebbero d’esserlo”.

In questo variopinto dispiegamento di riproduzioni della materia osservata che si specchia nella particolareggiata complessità di una dislocazione commisurata alle caratteristiche rilevate nella lettura di una propria funzionale consistenza, sembra che “prevalente, fu, però, nella pratica cartografica, la raffigurazione ingenua delle cose, tracciate così come le vediamo, deformate dal nostro occhio e dalla prospettiva, dal sovrapporsi e dello sfumare in lontananza, fra i veli dell’atmosfera e delle brume”. Nell’eloquente campionario cartografico, lungo il dipanarsi di un’applicazione ispirata alla raffigurazione prospettica, sia nel caso delle suggestive mappe affrescate che delle ingegnose mappe manoscritte, anche l’uso dei colori, pare denotare, nei sopravviventi esemplari di possibile individuazione, la scuola empirica di una laboriosa gamma d’ideazione.

Nel campo di un certo “virtuosismo pittorico applicato alla materializzazione delle componenti documentarie”, prima che l’istituzione dei moderni catasti, “inaugurata nel Ducato di Milano dal governo austriaco, durante il XVIII secolo”, provvedesse ad una progressiva codificazione dei metodi topografici, delle formule grafiche e delle professionalità richieste, anche l’uso e la scelta dei colori sembra che riveli, tuttora, in un sopravvissuto connubio documentaristico, alcune peculiari caratterizzazioni fra di loro connesse.

Una lunga disamina di Franco Robecchi, circa l’apporto cromatico profuso nella realizzazione delle vetuste cartografie, attraverso le rispettive ascendenze coloristiche, imbeve la pubblicazione di profonde suggestioni artistiche che, nell’evocare le tonalità denominate “rubrum”, “aureum”, “flavum”, “ceruleum”, “viridem” e “violaceum”, con le metodiche corrispondenti alla loro composizione, riferisce, fra l’altro, come attento estensore di una più complessiva rilevazione, che “il cavaliere Isacco Newton ha trovato che i colori della luce hanno proporzione colle sette note della musica o intervalli dè suoni contenuti in una ottava del genere diatonico. Fece egli fortemente rompere un raggio del Sole sulla parete d’una camera oscura, il quale produsse i sette soliti già detti colori, ove poi nei limiti d’ognuno di quelli, avendo tirate delle linee parallele, notò che gli spazi occupati da detti colori, cioè dal violetto, vermiglio, azzurro, verde, giallo, arancio e rosso erano fra loro in quella medesima armonia e proporzione e corrispondenti uno coll’altro, come corrispondono fra di essi le corde di un’ottava diatonica del clavicembalo”.

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.